Afferma a un certo punto la voce narrante, che Berlinguer tra la folla provava disagio, vi stava con la discrezione minuta della sua persona, e quasi sembrava scusarsi; che quando da essa s’involava un saluto diretto, o si dipartiva un gesto d’affetto a ghermirlo, lui, signore modesto e cortese, non trovava da rispondere che con «buona sera, come sta?»; che quindi non era, come si può ben intuire, uomo da pacche sulla spalla. Il documentario è del 1988: si situa, come dire, al di fuori di ogni sospetto, a data di molto precedente l’elevazione della pacca sulla spalla a sistema di governo. Basta un tale infinitesimo dettaglio, per capire la distanza che separa non lo stile di un Berlinguer da quello di un Berlusconi (una distanza ovvia, che più ovvia non potrebbe apparire anche ad un primo, frettolosissimo sguardo di superficie), quanto invece sia lo stile, lo spirito, il tasso culturale dell’Italia che a Berlinguer faceva da sfondo, a dividerci dall’Italia nostra, di oggi, che fa da sfondo a Berlusconi.
È morto vent’anni fa, nel 1984. Moro sei anni prima, nel ’78. Nel fazzoletto che comprende le due date, dovrebbe intendersi ricamata anche quella della morte della Repubblica, nata nel ’46. Da allora siamo sprofondati in un’Italia radicalmente diversa. Se mai abbia un senso qualunque divisione tra prima e seconda Repubblica, è lì che si dovrebbe andare a cercare lo snodo, l’effettivo giro di boa; non nell’89, non nel ’92 e negli effetti sortiti da Tangentopoli, che vanno visti più che altro come un pirotecnico momento di maquillage, come un lampo brevissimo che ha reso evidenti le macerie di un mondo crollato già prima: tra anni settanta e ottanta, appunto. Certo, pochissimi se ne avvidero allora; e pochi coloro che se ne son fatti una ragione oggi.
Ma bastava prestare un attimo d’ascolto a Pasolini, in fondo, prima che lo maciullassero all’Idroscalo di Ostia; cessare, solo un attimo, di deridere i suoi tragici ammonimenti a proposito di quel «genocidio culturale», che a suo dire stava distruggendo l’Italia nell’indifferenza collettiva. Bastava non dare del pazzo a Moro, forse, negli ultimi giorni della sua vita, quando dalle pagine del Memoriale avvertiva che la parabola avviata nel ’45 si stava esaurendo, e che un ciclo andava ritenuto concluso. Bastava prendere sul serio, infine, gli appelli di Berlinguer all’«austerità», in luogo di fraintenderli volontariamente, furbescamente, e di ridicolizzarli quasi fossero meri inviti a “tirar la cinghia”.
Figuriamoci. Preferimmo illuderci che la moralità di un Presidente partigiano, da sola, fosse sufficiente a risollevare le istituzioni; e guardare intontiti il gol di Tardelli, infinite volte, come se quella coppa del mondo stesse lì a simboleggiare chissà quale primato extra-calcistico. Preferimmo drogarci coi profumi di arricchimento facile – tanto facile da sconfinar nell’illecito – che salivano dai garofani di Craxi. Tutto ciò facemmo nel lungo intermezzo degli anni ottanta, prima che il sipario si aprisse, rivelando un paese cadavere da tempo.
La stagione di Berlinguer, insomma, coincide con le estreme esalazioni di quel paese. Di ciò si può rendere conto lo spettatore di questo bel documentario, realizzato nel 1988, come si diceva, dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, e riedito dal quotidiano «l’Unità» in occasione del ventennale dalla sua scomparsa. Non si tratta di una ricostruzione biografica, ma di una narrazione per blocchi tematici, che del segretario mette in luce anzitutto la personalità, i tratti di quel carattere da lui stesso definito «spigoloso». Bisogna osservare la buona educazione che informava le tribune politiche, la concentrazione e la compostezza delle folle ai comizi; o prestare attenzione alla qualità dell’eloquio di Berlinguer, per avere un’idea non solo della preparazione culturale del singolo, e della finezza del suo argomentare, ma dell’alto livello che riusciva ancora a raggiungere la dialettica politica in quella stagione: gli ultimi frammenti brillanti di una “prima” Repubblica sul finir dei suoi giorni.
Regia: Ansano Giannarelli.
Collaborazione e testi: Ugo Baduel.
Musica: Nicola Bernardini, Antonella Talamonti.
Voce narrante: Mattia Sbragia.
Durata: 85 minuti.
Origine: Italia, 1988.
pk, giugno 2004.
Commenti
Per la gioia del Campo.
Ma che scherzi? All'epoca certi gruppi lo odiavano Berlin. Ricordati l'estrazione extraparlamentare.
Mah? Non capisco il paragone tra l'Italia di Berlinguer e quella di Berlusconi. Pessime ambedue a mio avviso. Dirò di più, per certi versi quello fu un tempo ancora più infausto, politicamente perlando, che vide proprio il leader comunista tra i fautori del deprecabile "compromesso storico". Di Moro poi non ne parliamo proprio, pace all'anima sua, ricordato perchè divenuto martire della "democrazia", altrimenti politico insopportobabile e assai dannoso per il paese.
Mi riferivo a una questione essenzialmente di stile. Non si può negare il tracollo degli anni Novanta, Fede.
Di stile si, di stile sottoscrivo.
"Ma bastava prestare un attimo d?ascolto a Pasolini, in fondo, prima che lo maciullassero all?Idroscalo di Ostia; cessare, solo un attimo, di deridere i suoi tragici ammonimenti a proposito di quel «genocidio culturale», che a suo dire stava distruggendo l?Italia nell?indifferenza collettiva."
> http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=pasolini
berlinguer: codice
berlinguer: codice ean+copertina