Ghobadi Bahman

Il tempo dei cavalli ubriachi

Autore: 
Ghobadi Bahman

Da ormai almeno un secolo, l'ossessione del popolo curdo è la frontiera. Nel caso specifico le frontiere (5): quelle che si interpongono alle sovranità territoriali di Iran, Iraq, Siria e Turchia. Lo stesso per gli abitanti della diaspora, che la frontiera la astraggono, la sublimano e ne fanno un sentimento: l'esilio. La frontiera può servire a definire un luogo, un'identità. Ma serve anche a dividere e ad allontanare. Se spacca un popolo in quattro porzioni ineguali, la frontiera è uno strumento di guerra e di governo, secondo il vecchio adagio latino divide et impera. È la premessa delle pratiche assimilatorie. Il tentativo di cancellare un'identità assorbendola in un'altra più forte. Una metaforizzazione cinematografica raffinata di questa ossessione liminare, ce la offrì, ormai undici anni fa, Bahman Ghobadi, con il suo esordio al lungometraggio, Il tempo dei cavalli ubriachi, Caméra d'or al Festival di Cannes 2000.


Kurdistan iraniano, a pochi passi dalla frontiera con l'Iraq. L'occupazione principale della gente di questi luoghi è scavalcarla quella frontiera: l'assurdità del confine la si vive negandolo quel confine, ovvero con il contrabbando. Stando bene attenti a non saltare in aria pestando una mina (spesso di fabbricazione italiana), come succede ai genitori dei ragazzini protagonisti del film. Cinque giovanissimi fratelli di un piccolo villaggio di montagna. Fa riflettere il fatto che il cinema che affronta e denuncia situazioni estreme d'oppressione o di sofferenza, scelga spesso come suoi protagonisti i più piccoli. Sciùscià, Germania anno zero, I quattrocento colpi: così per fare tre nomi. I più glaciali sostengono che i registi compiono questa scelta per conquistare facilmente il cuore dello spettatore. Io non la vedo così, penso ci sia da riflettere. La resistenza e la persistenza della fibra umana, laddove l'uomo sembra negare se stesso nella guerra, si conserva nella purezza dei bambini. E in più c'è un'inaggirabile realtà: quando i grandi muoiono, sono i più giovani a dover tirare avanti la carretta. Ma il discorso ci porterebbe lontano. Ora ci occorre richiamare alla memoria un altro film a noi familiarissimo: Ladri di biciclette di De Sica. Se nella metropoli sperequata del boom economico per poter lavorare serve una bicicletta, nel contrabbando a cavallo della frontiera serve un mulo. Ad Ayup, che a soli quindici anni, dopo la morte dei genitori, si trova a dover mantenere quattro fratelli, fra cui Madi affetto da una grave forma di nanismo, questo benedetto mulo manca. Va avanti lui a caricarsi le spalle da bestia mentre, come da titolo, i muli-cavalli delle carovane vengono fatti ubriacare per poter sostenere il freddo e la fatica. Curiosa inversione: bambini caricati come bestie e bestie che bevono come uomini. L'ironia di Ghobadi è sempre all'erta e pronta a illuminare d'amarezza la realtà. La malattia di Madi stringe i tempi: c'è bisogno di un'operazione che gli possa allungare la vita di qualche mese. Un bel giorno, si fa avanti un curdo iracheno a chiedere la mano della sorella maggiore di Ayup. In dote, promette, pagherà l'operazione di Madi. Qualcosa però va storto. La famiglia dello sposo non accetta il piccolo handicappato. In dote consegna semplicemente un mulo. A quel mulo s'aggrappano le speranze di vita di Madi. Ayup, caricandosi il fratello sulle spalle, andrà in Iraq, al di là della frontiera e vendendo il mulo ricaverà i soldi per l'operazione.


La trama è presto sciolta. Infondo trama quasi non c'è, in questo sapiente miscuglio di documentario e storia fittizia, in questa semantizzazione della realtà diremmo noi o oralità cinematografica come ha detto qualcun'altro. La vicenda del nanismo di Madi è vera. Fra i meriti del film ci fu quello di stimolare una truope di medici italiani a volare in Iran per curare il ragazzo. La camera a mano di Ghobadi racconta senza melodrammaticità le condizioni di vita di questi villaggi di confine. Deposita nella memoria dello spettatore semi di informazione: il contrabbando di quaderni e libri di scuola, le imboscate che minacciano le carovane, il ruolo secondario della donna in una società semi-tribale. Tutto il valore documentaristico del film si carica di messaggi poetici, di appelli allo spettatore sia emozionali che estetici, grazie ad alcune scene, a semplici fotogrammi, a impostazioni della camera da presa che lasciano trasparire dietro il flusso “realista” del film, una mente autoriale che allo spettatore si rivolge direttamente. Ad esempio lo scavalcamento nel finale del filo spinato che è in sostanza il corpo dell'ossessione che domina l'intero film: la frontiera. Oppure i lunghi secondi in cui il nano Madi osserva ammirato la foto di un bodybuilder regalatagli dal fratello: qui il bodybuilding si fa simbolo politico-militare dell'occidente, della sua forza esplosiva e ostentata, contrapposta al nanismo innocente di Madi; quasi Ghobadi ci trasferisse in immagine metaforica la debolezza del popolo curdo davanti ai giochi di potere internazionali che lo schiacciano. Diversamente da come ha detto qualche critico, non credo che il valore del film si esaurisca nella “bontà d'intenti” del mostrare le condizioni disagiate di un popolo. Ghobadi mostra anche sapienza alla regia, profondità di pensiero, sensibilità, ironia e franchezza. Dopo l'aiuto regia a Kiarostami per Il vento ci porterà via e la parte da attore nel celebrato Lavagne di Makhmalbaf, Ghobadi se ne venne fuori con questo esordio pieno di personalità e delicatezza, che era destinato a confermarsi nei film a venire. Ulteriore prova della buona salute del cinema iraniano. Realismo sì, ma anche poesia e raffinatezza, ottenuta facendo muovere nel loro ambiente in piena naturalezza attori non professionisti, facendoli recitare nella loro lingua proibita, il curdo. Un film che non è solo un'opera estetica ma anche un delicato gesto di resistenza e di denuncia. Da vedere.


 


Titolo: Il tempo dei cavalli ubriachi; Titolo originale: Zamani Barayé masti asbha; Regia: Bahman Ghobadi; Sceneggiatura: Bahman Ghobadi; Fotografia: Saed Nizkat; Colonna sonora: Hossein Alizadeh; Protagonisti: Ayoub Ahmadi, Madi Ekhtiar-dini, Rojin Younessi, Amaneh Ekhtiar-dini; Produzione: Bahman Ghobadi Films/ MK 2; Origine: Iran; Colore: Colore; Durata: 80 minuti; Lingua: Curdo, Persiano.

per approfondire: GHOBADI in Lanke

Marilungo Francesco, Giugno 2011.

ISBN/EAN: 
00000000000

Commenti

[Ghobadi]: Bahman Ghobadi,

[Ghobadi]: Bahman Ghobadi, con il suo esordio al lungometraggio, Il tempo dei cavalli ubriachi, Caméra d'or al Festival di Cannes 2000

[ghobadi] è in home!

[ghobadi] è in home!

[ghobadi] ho appena scoperto

[ghobadi] ho appena scoperto che in archivio era registrato come "barman" e non come "bahman". Grottesco:). Refuso corretto.

[nel tuo pezzo era già tutto ok:) ]

[barman e cavalli ubriachi]

[barman e cavalli ubriachi] che se ci pensi non era manco male come calembour, ma ok:).

cmq: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?G/Ghobadi+Bahman ora è a posto;)

[barman] - eh no amico

[barman] - eh no amico Franchi; di Barman ne riconosco solo uno: Tom dei dEUS.

[barman] ahahahhaha

[barman] ahahahhaha http://en.wikipedia.org/wiki/Tom_Barman

te ga rason:)

[barman] - spritz al campari

[barman] - spritz al campari per tutti!

[Barman Ghobadi]: ahahaha,

[Barman Ghobadi]: ahahaha, trattandosi di cavalli 'ubriachi' 'BARMAN Ghobadi' mi sembra appropriatissimo no? ahaha

[Ghobadi] Quanto ho pianto

[Ghobadi] Quanto ho pianto vedendo questo film! Regalo toccante e prezioso. Sono contenta di leggerne anche qui su Lankelot, addirittura recensione bissata. Si vede proprio che manco da un po' :)

[Ghobadi]: sono contento di

[Ghobadi]: sono contento di scoprire che Ghobadi e' piu conosciuto di quel che pensavo. In realta' mi sono accorto a pezzo appena inviato che c'era gia' una recensione...spero Monna non me ne voglia :) La sua e' di qualche tempo fa, diciamo che io gli ho fatto da eco...

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