Nel 1982, nei primi giorni di maggio, inizia la lavorazione di No grazie, il caffè mi rende nervoso, da un soggetto di Massimo Troisi che non è altro che il prolungamento della comicità cabarettistica che segnò i suoi esordi. L’attore si ritaglia una partecipazione straordinaria in un’opera che vede Lello Arena al suo primo film da protagonista dopo aver fatto da spalla a Troisi nel suo primo film, e regista Ludovico Gasparini alla sua prima prova di regia, ed è interessante vedere come questo attore reciti sotto la direzione di un altro regista. Il produttore è anche questa volta Mauro Berardi che ha investito nell’operazione novecento milioni. Le riprese si svolsero in sei settimane tra Napoli per gli esterni e Roma per gli interni.
La trama di No grazie, il caffè mi rende nervoso è la seguente: al Teatro Tenda Partenopeo sta per iniziare il Festival Nuova Napoli dove dovranno partecipare in veste di se stessi il musicista James Senese e Massimo Troisi ospiti della manifestazione. Il crollo delle impalcature che si stanno allestendo ferisce molte persone.Iniziano ad arrivare delle minacce di morte nei confronti di alcuni protagonisti, minacce che si trasformano successivamente in omicidi, compiuti da un misterioso personaggio che si firma Funniculì Funniculà, che non vuole assolutamente che Napoli cambi, ma vuole mantenerla così come era una volta, salvare la purezza della napoletanità e la tradizione partenopea, pregna di folklore, musica, sceneggiate e mandolini. Lello Arena, assume le vesti di un redattore del ‘Mattino’ di Napoli poco intraprendente, che si occupa di necrologi prima di essere incaricato dal direttore del giornale ad occuparsi dell’inchiesta. In realtà c’è un maniaco che ha intenzione di boicottare il festival e finirà per uccidere sia il sassofonista Senese che lo stesso Troisi. Su questo canovaccio si innescano poi altre vicende come la banda di malavitosi che sconvolge la vita del protagonista, il tormentone di un personaggio emaciato che ossessivamente minaccia di morte un certo Nicola al telefono, ma che sbaglia continuamente il numero di telefono, un cieco che si comporta come se ci vedesse e uno sconosciuto biondo straniero che appare nei momenti più strani. No grazie, il caffè mi rende nervoso “ … già dal titolo mostra la sua parentela con i titoli provvisori, che poi diventano definitivi, dei film di Troisi. Ma nasconde completamente l’argomento. Il regista chiarisce gli intenti dell’opera che vuole essere giallo-comica … un racconto che nasce come giallo ma diventa comico, o meglio, grottesco … il giallo, o meglio il nero, della malavita che alimenta la sceneggiata convive con il comico che diventa riflessione liberatoria sui problemi di tutti i giorni”(*1). Il film appare nella sua totalità, poco riuscito, anche perché, in realtà, scade parecchio in un folklorismo di maniera; inoltre è molto superficiale e approssimativo ed è sprovvisto di quel ritmo ironico indispensabile per la compensazione dei difetti registici. Anche lo stesso Troisi, che è stato definito da molti come ‘l’ultimo commediante’, in questo film commediante non riesce quasi ad esserlo e la sua particina pure essendo la migliore del film, non si inserisce pienamente nel novero delle sue interpretazioni teatrali e cinematografiche. In questo film Troisi più che altro si ritrova per conto della polizia a fare da specchietto per le allodole, da esca, per poter far uscire allo scoperto il maniaco e catturarlo. Alloggia segretamente in una camera d’albergo, ma pubblicamente risulterebbe alloggiare altrove. Il commissario gli intima di stare tranquillo, che ci saranno anche due guardie fuori dalla porta che veglieranno su di lui, e che può star tranquillo e dormire tra sette guanciali, ma Troisi è tutt’altro che tranquillo Troisi “ … già da questa prima apparizione riesce ad irridere un luogo comune mettendo se stesso con tutta la sua incertezza e la sua paura al posto del noto specchietto per la allodole in una camera completamente chiusa che non potrebbe suggerire proprio nessuna somiglianza con una battuta di caccia”(*2). Lo vediamo ancora nella sua stanza d’albergo dove per paura che il maniaco possa aggredirlo senza che le guardie intervengano, simula un’ aggressione, uno strangolamento, gridando aiuto con diverse modulazioni di voce, per capire quale sia più adatta a richiamare l’attenzione delle guardie. Ma una sera prima che si metta a letto, Troisi ode una strana voce, è quella del maniaco che si trova dietro la tenda, che lo intima di non chiamare aiuto altrimenti lo uccide, e lo minaccia di ucciderlo nel caso dovesse partecipare al festival. Troisi pur di non farsi ammazzare assicura il maniaco che non farà il festival(*3). Al termine della conversazione cade sul letto sentendosi male, chiamando le guardie con voce spezzata. Troisi decide quindi di lasciar perdere e si reca dal commissario per comunicargli la sua scelta.Ma la fotografa del ‘Mattino’ con aria efficiente e decisa, dichiara di avere una proposta, quella di comunicare alla stampa che Troisi non farà il festival e invece uscirà a sorpresa sul palco e farà la sua performance. Troisi tre mille dubbi e incertezze accetta, anche perché a sapere di questa cosa sono soltanto in tre compreso il commissario ed escluso se stesso, quindi tutti individuabili e nel caso gli dovesse accadere qualcosa per forza di cose la responsabilità sarà o della fotografa o dell’altro giornalista presente(*4). Rassicurato dal tranello inventato per trarre in inganno il maniaco, Troisi esce dall’albergo e si avventura per strada, camminando per vicino al muro e facendosi sorpassare da chi gli cammina dietro. Arriva ad un’edicola dove sui giornali legge che Troisi non farà il festival, ma il maniaco è dietro di lui nascosto da giornale e non avrà pietà neanche di lui; e quando alla fine del film scopriremo che il maniaco è Lello Arena, capiremo che egli sapeva del tranello Troisi perché confidatogli in buona fede dalla sua collega la fotografa. Dunque, la partecipazione di Troisi è molto comica, ma molto esigua e straniante all’interno del film, con il suo corpo stralunato e la sua mimica, mischia timidezza a concretezza e razionalità. Quindi, questo ‘thriller’ trova il suo intento principale nel fatto di andare contro le regole e di uscire dagli schemi. Il tentativo è sicuramente lodevole ma c’è troppo macchiettismo, esasperazione romanzata e luoghi comuni, che fanno perdere credibilità all’intero film. Lo stesso Troisi in un’intervista dirà: “ … Per me era tutta un’altra idea. Di un gioco su una Napoli di cui si parla sempre che deve cambiare. Poi è divenuto un film con una sua trama, sul giallo, che non mi è piaciuto tanto”(*5). La sensazione maggiore che si prova guardando questo film è che qualche cosa sia rimasto sottaciuto, latente, inespresso, anche se la trovata del killer che uccide tutti i cantanti che si ostinano a portare al Festival le solite vecchie melodie partenopee, è esilarante e contiene perfino un pizzico di satira e di humour nero. Ma una volta che è stato subodorato il colpevole “rimane in piedi la complicità narrativa e gestuale, rimangono le ‘smorfie’ e le ‘prove’ di Troisi attore, che in camera d’albergo e al commissariato ‘gioca’ direttamente con il suo ruolo, fra paure, rinunce e canzoni della vecchia Napoli da ricordare, almeno nei ritornelli”(*6). Dovendo realizzare una parodia, forse era meglio essere più decisi, spontanei, mantenendo una maggiore fedeltà alla realtà, che invece, verso la fine del film scompare quasi del tutto. Ma una virtù gli va sicuramente assegnata cioè quella di colpire con un po’ di sana satira Napoli, che troppo spesso è stata commiserata o idolatrata senza mezze misure. No grazie, il caffè mi rende nervoso, dunque, una parodia, una sorta di “ … commedia gialla tra napoletanità estremista e underground e napoletanità ‘esportabile’ è costruita per frammenti e gestualità, più che un film è un campionario documentaristico di atteggiamenti”(*7), uno strano esempio di grottesco ed è forse l’unico in cui si contrasta, in modo molto leggero e divertente, il cambiamento di Napoli, ed il modo di intendere la città. Questo film a differenza degli altri film che cercano di rovesciare il cliché del classico napoletano, vuole invece mantenere una napoletanità di tipo tradizionale che si misura tutta sulle coordinate di Napoli, dei suoi vicoli e delle sue superstizioni, estremizzando però, tutti questi elementi. In questo film Troisi affonda nelle due realtà di Napoli, la prima concerne quella più tradizionale, quella della Napoli che non deve cambiare, e che solo tre cose tiene belle: il sole, la pizza, e la sfogliatella; e l’altra è quella della cultura più giovanile che tenta di capovolgere, dissacrare e irridere i modelli tradizionali attraverso l’ironia dei comici e delle dissonanze rock dei nuovi musicisti. Contro tutte le apparenze di chi difende a oltranza la Napoli di una volta, la città dovrebbe essere tratta in salvo proprio da Troisi che la libera dai cliché più triti con l’ironia e la sdrammatizzazione. Il maniaco, senza alcun previo sospetto, si rivelerà essere Lello Arena: regredito all’infanzia, si rifugia in cantina dove lo vediamo attorniato da una statua di Pulcinella e dal ‘ciuccio’ napoletano a grandezze naturali, da madonne e santi; sulla parete è dipinto l’ormai popolare scorcio del Golfo di Napoli col Vesuvio fumante e indossa la divisa della squadra partenopea mentre si crogiola beatamente nell’ascolto di canzoni melodiche dell’antica tradizione napoletana. Tra chi vuole salvaguardare Napoli così com’era, con le sue tradizioni, le canzoni, e manifestazioni, e chi sostiene invece che Napoli deve cambiare, Troisi “mette in scena il suo senso di colpa e, per espiare il suo tradimento, torna a Napoli dopo Ricomincio da tre in cui era partito ‘non da emigrante’”(*8). Infatti lo ritroveremo morto, legato e con la bocca tappata da un pezzo di pizza all’interno di un vecchio organetto da strada che suona ad alto volume, la mitica canzone Funniculì Funniculà, svegliando così tutto il vicinato, che appunto sceso a far tacere l’organetto scoprirà l’amara sorpresa.
(*1) M. Hochkofler , (a cura di), Comico per amore, Marsilio Editori, Venezia, 1998, p. 106.
(*2)M. Hochkofler, op. cit., p. 110.
(*3) Cfr., M. Hochkofler, op. cit., pp. 109-111.
(*4]) Cfr., ibidem.
(*5) F., Chiacchiari D. Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Roma, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 135.
(*6) G. Gariazzo, Troisi nei film degli altri, in F. Chiacchieri, D. Salvi, (a cura di), Massimo Troisi: il comico dei sentimenti, Stefano Sorbini Editore, 1996, p. 110.
(*7) Ibidem.
(*8) M. Hochkofler , op. cit., p. 107-108.
Salvatore Gervasi, giugno 2007
Regia: Lodovico Gasparini
Soggetto: Massimo Troisi
Sceneggiatura: Michel Pergolani, Lello Arena, Stefano Vespignani
Scenografia: Andrea Crisanti
Costumi: Rita Corradini
Direttore della Fotografia: Pasquale Rachini
Fonici di presa diretta: Benito Archimede e Gaetano Carito
Musiche: James Senese. Edizioni musicali E.D.I.A.C. srl.
Montaggio: Antonio Siciliano
Interpreti: Lello Arena (Michele), Maddalena Crippa (Lisa), Massimo Troisi (se stesso), James Senese (se stesso), Carlo Monni, Aldo Barbone
Produzione: Mauro Berardi per la Yarno cinematografica srl.
Direttore di produzione: Roberto Giussani
Colore
Durata: 111 minuti
Commenti
"Quindi, questo ?thriller? trova il suo intento principale nel fatto di andare contro le regole e di uscire dagli schemi. Il tentativo è sicuramente lodevole ma c?è troppo macchiettismo, esasperazione romanzata e luoghi comuni, che fanno perdere credibilità all?intero film. Lo stesso Troisi in un?intervista dirà: ? ? Per me era tutta un?altra idea. Di un gioco su una Napoli di cui si parla sempre che deve cambiare. Poi è divenuto un film con una sua trama, sul giallo, che non mi è piaciuto tanto?"
> anche in questo caso non posso commentare in profondità, credo di non aver mai nemmeno sentito nominare il film di Gasparini.
La tua analisi mi sembra molto interessante, in ogni caso.
A proposito: una dritta tecnica. Non inserire note con ancora nel testo; qui su wordpress destabilizzano il testo, non solo non funzionano ma creano grassetti o cambi di font indesiderati.
Manualmente ho passato tutto in verdana.
Suggerisco di inserire le note così, tra parentesi (*1); con richiami a fondo articolo, fatti da te, volta per volta.
" Troisi ?mette in scena il suo senso di colpa e, per espiare il suo tradimento, torna a Napoli dopo Ricomincio da tre in cui era partito ?non da emigrante?"
> immagino che per partenopei e campani in genere Troisi abbia un senso che nel resto della penisola - canton Ticino incluso - non riusciremo a capire mai. Comunica su tanti livelli differenti, ma sospetto di non riuscire a decifrare quello essenziale, etnico e territoriale. Grazie per il sostegno:).