“C’è un naufrago in mezzo al mare, arriva una barca per salvarlo e lui risponde che sarà dio a salvarlo. Dopo un poco arriva un’altra imbarcazione, ma l’uomo rifiuta nuovamente il soccorso con la stessa motivazione. Finisce in paradiso e chiede perché non sia stato salvato e dio risponde <ma ti ho mandato due barche>”.
Muccino sbarca in America. Non so probabilmente mi devo ricredere, proverò contro voglia a riguardarmi Ricordati di me e cercare di capire cosa non ho afferrato, perché ho considerato quel film come un groviglio polpettoso di patinatissima vuotezza, mentre mi trovo qui a doverlo elogiare come un grande autore del nostro cinema. Arrivo alla visione di questo film con enorme pessimismo, pronto a non fargli passare il ben che minimo errore. Il mio esordio probabilmente sarebbe stato questo: “Muccino è l’unico pseudo-regista che funziona per l’industria americana e là deve restarsene e non tornare più”.
Esco dalla sala con una consapevolezza diversa: Muccino è un vero autore. Muccino’s Touch: scorrendo nella visione di questo film si rafforzava la mia riappacificazione con il regista: la sua impronta è fortemente distinguibile. Le liti familiari del bravissimo Will Smith (attore e produttore) con la moglie (Thandie Newton) ricordano fortemente le percezione claustrofobiche e isteriche che Muccino ci ha regalato nell’Ultimo Bacio tra Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno, tra Stefania Sandrelli e Luigi Diberti. Telecamera a spalla, ampi movimenti avvolgenti, urla. La Mdp smette di essere neutra e va a cogliere ora questo ora quel personaggio, con un atteggiamento esplicitamente spettatoriale, quasi ingenuo, sicuramente accattivante.
Altro elemento è la corsa. Molti personaggi nella filmografia mucciniana corrono; una corsa veloce, nervosa e determinata. Io penso che questo atto abbia per Muccino un valore nobilitante, forse salvivifico, come accade per il protagonista di questa pellicola. Si corre per vincere su un destino avverso, per arrivare prima che gli eventi precipitino, per disperazione.
Viaggiare con scarpe italiane: Si chiama in causa più volte il sogno americano, “la ricerca della felicità” menzionata da Thomas Jefferson. L’ambientazione negli anni di Reagan, grattacieli e sobborghi, yuppies e mense per i poveri, stracci e colletti inamidati, ossimori e gap sociali che dominano continuamente la scena tracciando una grossa linea col gesso nella quale vive il protagonista costretto alla sera a dormire col figlio dove capita, nelle stazioni, nei bagni pubblici, nei rifugi per senzatetto, di giorno a lavorare come tirocinante in una società di consulenza di borsa, con l’eventualità di essere ben retribuito.
Muccino ci mostra il il Dark Side of Usa, con chiarissimi omaggi al neorealismo italiano (non vorrei far irritare i più, ma è così). Oltre ad un prevalere della Mdp a spalla, al protagonista rubano delle apparecchiature mediche di cui è rappresentante (si…Ladri di biciclette) e il bimbo è spesso accanto a lui.
Ancora, il protagonista viene trattenuto in commissariato per una questione di multe non pagate, e il giorno dopo è costretto ad andare al colloquio di lavoro (oltretutto di corsa) con un abbigliamento assolutamente dimesso e poco consono, ha un incidente e perde una scarpa ed è costretto a presentarsi così a lavoro. Un protagonista le cui “problematiche quotidiane” non possono essere comprese da un mondo ipervelocizzato come quello in cui si trova. Spesso in mezzo alla folla appare come uno in mezzo a tanti, ad esclusione delle scene finali, in cui ottenuto l’ambito posto come brocker, esce in mezzo alla strada, quasi non ci crede, è ancora uno in mezzo a tanti, ma avanza verso l’occhio della cinepresa, e lì indugia per qualche istante, e li fruitore e personaggio sono più uniti che mai (bravo Gabriele).
Padre figlio: Will Smith è qui un padre affettuoso, che nonostante le difficoltà in cui si trova a navigare, cerca per il figlio un destino migliore. Ma è un rapporto biunivoco, se riesce a non arrendersi è proprio grazie al figlio, nonostante la moglie se ne sia andata non riuscendo a reggere all’approssimarsi della catastrofe finanziaria, il figlio continua a considerarlo “un buon papà” e glielo dice nel momento in cui forse il padre sta per crollare: sfrattati dall’ultimo hotel, con 27 dollari in tasca, son costretti a dormire in un bagno pubblico. Forse la scena più forte del film, il momento più basso per un padre che alla domanda del figlio nel deserto di una stazione metropolitana “dove andiamo?” risponde con un “non lo so”. Molto più che convincente dunque la prova di Will Smith che duetta magnificamente col figlio (Jaden Smith è davvero il figlio dell’attore) e dimostra con Alì che i tempi del Principe di Bel Air sono ormai lontani.
Punto debole: Muccino edulcora i temi trattati, portando talvolta al limite del tragicomico le disavventure del protagonista. È l’esordio americano, ma la prossima volta non gliela perdono.
****
Da http://filmup.leonardo.it/sc_pursuitofhappyness.htm:
|
Titolo originale: |
The Pursuit of happyness |
|
Nazione: |
Stati Uniti |
|
Anno: |
2006 |
|
Genere: |
Drammatico |
|
Durata: |
117' |
|
Regia: |
|
|
Sito ufficiale: |
|
|
Sito ufficiale: |
|
|
|
|
|
Cast: |
Will Smith, Thandie Newton, Jaden Smith, Chandler Bolt, Domenic Bove, Ian Baptiste, Aida Bernardino, Mia Bernardino, Richard Bischoff |
|
Produzione: |
Overbrook Entertainment, Escape Artists, Columbia Pictures Corporation |
|
Distribuzione: |
|
|
Data di uscita: |
12 Gennaio 2007 (cinema) |
Trama:
Chris Gardner (Will Smith) è un padre di famiglia che fatica a sbarcare il lunario. Nonostante i lodevoli e coraggiosi tentativi di tenere a galla il matrimonio e la vita famigliare, la madre (Thandie Newton) del piccolo Christopher, che ha solo cinque anni (Jaden Christopher Syre Smith) non riesce più a sopportare le pressioni dovute a tante privazioni e, incapace di gestire la situazione, decide di andarsene. Chris, trasformato in un padre single, continua a cercare ostinatamente un impiego meglio retribuito utilizzando le sue notevoli capacità di venditore. Alla fine riesce ad ottenere un posto da praticante presso una prestigiosa società di consulenza di borsa, e sebbene si tratti di un incarico non retribuito, lo accetta con la speranza che alla fine del praticantato avrà un lavoro e un futuro promettente. Privato dello stipendio, Chris e il figlio, vengono sfrattati dall'appartamento e costretti a dormire nei ricoveri per i senza tetto, nelle stazioni degli autobus, nei bagni pubblici o ovunque trovino un rifugio per la notte. Nonostante i suoi guai, Chris continua ad essere un padre affettuoso e presente, usando l'amore e la fiducia che il figlio nutre per lui come spinta per superare tutti gli ostacoli che incontra sulla sua strada.
Commenti
" Io penso che questo atto abbia per Muccino un valore nobilitante, forse salvivifico, come accade per il protagonista di questa pellicola" ocio a "salvivifico" (una vi)
"Muccino ci mostra il il Dark Side of Usa, con chiarissimi omaggi al neorealismo italiano (non vorrei far irritare i più, ma è così)" > è una buona sintesi, immagino, di un film che non intendo vedere in nessun caso. Non amo il neorealismo e giudico Muccino - sulla base di "Come te nessuno mai" e "L'ultimo bacio" (clamoroso sacco di American Beauty e Magnolia, in certe scelte registiche; e non solo) un mestierante. Sta bene dove sta oggi: nel mondo di plastica. E' sempre appartenuto a quel mondo di plastica. Spero se lo tengano.
foga dei tasti
In ogni caso scrivi con maggiore equilibrio e chiarezza che in passato. Personalmente mi interessa questo, la tua crescita - che coinciderà con la nostra.
Altro dubbio lessicale: "passare il ben che minimo" > non so dirti se sia corretto. Su due piedi direi di no. Consulto il sempre fondamentale De Mauro - gratis sul web:
Polirematiche
il benché minimo loc.agg.inv. CO neanche il più piccolo: non avere il b. minimo sospetto, la b. minima speranza
http://www.demauroparavia.it/13202
grazie Elio!
nn ho capito se è giusto o no ora...
"benché" e non "ben che" (che pure formalmente capisco)
guardalo il film gianfrà. non c'è cosa più sbagliata che un partito preso.
Premetto che le litigate e le corse mucciniane non mi piacciono affatto, e non sono comunque sufficienti a fare un autore. Però il resto, come tu lo descrivi, (il lato oscuro dell'America, i richiami al neoralismo), da profana m'incuriosisce. Ammetto che anch'io ho dei forti pregiudizi su Muccino, perché "L'ultimo bacio" era una scemenza, e "Ricordati di me" ancora più brutto e più finto. Complimenti per l'articolo.