Güney Yılmaz

Umut (La Speranza)

Autore: 
Güney Yılmaz

Saranno grossomodo le cinque del mattino, ad Adana negli anni Sessanta, quando l'occhio filmico di Yılmaz Güney si apre in bianco e nero su un mezzo della nettezza urbana che, spruzzando acqua a destra e a sinistra, pulisce le strade. Imperturbabile quel camion netturbino passerà implacabile a scandire varie sequenze, immagine-messaggio. Il film esordisce immediatamente in regime di metafora: infatti un mezzo così moderno (per quegli anni, si intende) e avanzato, in un luogo così povero e affollato del sud turco, da cosa ripulisce le strade e i viali alberati della borghesia impiegatizia, a prima mattina? Assieme alle ronde della polizia, le ripulisce non tanto dalla sporcizia, ma da chi è ai margini, da chi è rimasto escluso, lasciato indietro da un progresso classista e sperquato. Insomma, dai protagonisti dei film di Güney e in particolare di questo Umut (La Speranza). Avete presente quel segmento di società distaccato su cui concentrava la sua attenzione Pasolini, soprattutto agli inizi della sua carriera? Quelle “aree umane” dei vari Tufello, Tor Pignattara, Pigneto. Quel popolo «partecipe alla storia / solo per orale, magica esperienza»...avete fatto mente locale? Ecco, ora rivestite quel popolo di foggie e abitudini turche, anzi curde, dategli nomi come Cabbar (Jabbar) o Hasan e avrete i protagonisti del film in questione.

Cabbar (interpretato dallo stesso Yılmaz Güney) di lavoro fa il vetturino. Aspetta nottate intere davanti alla stazione, sperando che si sbrighi ad arrivare il treno e, se dio vuole (inşallah appunto), qualche avventore a cui dare un passaggio. Aspetta davanti ai cinema, davanti ai night club. Come lui altri tre, cinque, dieci vetturini. Ad Adana però in quegli anni iniziano a vedersi i taxi e la carrozza di Cabbar è polverosa e malandata; lavoro non se ne vede. All'infuori di una carrozza pericolante, due cavalli smagriti, una catapecchia per tetto, una moglie e cinque figli, Cabbar non possiede nulla. All'infuori dei debiti ovviamente e della “speranza”. Buona parte delle poche lire che Cabbar guadagna è spesa in biglietti della lotteria, in cartigli di speranza che finiscono ritualmente nei bivacchi accesi agli angoli delle strade. Quando un giorno un tipo di quelli con la gelatina in testa che se la tirano tanto prende sotto con la macchina il cavallo parcheggiato di Cabbar, il precario equilibrio del nostro eroe crolla. Il cavallo muore. Nessun creditore è disposto a sborsare altro denaro. Aiuto dalla società, dallo Stato? Non passa neanche nelle anticamere del cervello, non esiste. Cosa rimane, allora? Rimane solo la “speranza”. Convinto dal suo amico Hasan (Tuncel Kurtiz, tuttora uno degli attori turchi più importanti), dalla disperazione e dal carisma semi-magico di un “hoca”, uno stregone vegliardo, Cabbar si lancia nel delirio della speranza, in un sogno di ricchezza e di fortuna: decide di lasciare tutto e andare a scavare vicino al fiume, cercando il tesoro nascosto, di cui l'“hoca”, coi suoi strampalati vaticini religiosi, ha indicato la collocazione. Inutile dire che da quella terra ferita dalle vangate di Cabbar e Hasan non uscirà altro che fango e breccia. Sull'onda della speranza, scavando un enorme fossa che dovrebbe dissotterrare il tesoro, Cabbar scava invece la fossa che seppellirà il suo futuro, il funerale delle sue aspettative. Ormai impazzito, con gli occhi bendati, conclude il film iniziando a volteggiare su se stesso, dandoci un'immagine di poesia straziante, una metafora amara sull'illsuione della speranza. E noi delusi e rattristati rimaniamo lì a chiederci che ne sarà del povero Cabbar.
 
Se non vado errato era circa un anno fa quando la buonanima di Mario Monicelli metteva in guardia il popolo italiano dall'ambiguità pericolosissima della parola speranza. «La speranza è una trappola inventata dai padroni, è una cosa infame», diceva allertandoci su come la valenza d'attesa passiva contenuta nell'atto dello sperare sia uno degli strumenti principali col quale qualsiasi tipo di potere riesce a mantenere lo 'status quo'. Le speranze in un al di là che ripaghi delle sofferenze dell'aldiqua o in un futuro certo che riscatti la precarietà presente, diceva il maestro di Viareggio in un'intervista a Annozero, vengono offerte come calmanti a popoli ignari, imbambolati, narcotizzati. Güney avrebbe sottoscritto pienamente. In sostanza è questo il messaggio del suo Umut. Ci ammonisce sulle lusinghe dell'attesa e, di più, ci costringe a una presa di coscienza. L'impresa folle in cui si lancia Cabbar alla ricerca del tesoro non passa per una consapevolezza sociale e collettiva dell'oppressione e dell'inferiorità in cui vive. Cabbar non realizza le potenzialità del gruppo, della classe, per usare un termine caro al marxismo e caro a Güney. La follia di Cabbar, imbeccata da superstizioni e vecchie credenze religiose, è in fin dei conti egoistica e autoreferenziale. Punta al miglioramento della propria condizione di vita, senza passare per una modifica della situazione generale del proletariato. Agendo da soli si finsce per impazzire e girare su se stessi. Qui Güney, che nei due film precedenti da noi visti (Yol e Duvar, qui in Lanke) criticava aspramente il sistema oppressivo che non dava respiro ai più deboli, sembra rivolgere una critica proprio a coloro che vuole difendere. Se ognuno pensa per sé non si va da nessuna parte, insomma. Bisogna unirsi e lottare insieme, secondo il vecchio adagio del Manifesto di Engels e Marx.
 
L'interpretazione di Yılmaz è superlativa nella sua naturalezza. Non doveva fare altro che osservare e riprodurre i comportamenti della sua classe sociale. Grande anche il profilo arcigno e piratesco di Tuncel Kurtiz, che ritroveremo in Sürü. Le immagini in bianco e nero ci mostrano la vita e le abitudini dei curdi migranti dall'est rurale all'ovest urbano. Tradizioni e credenze rimangono uguali a quelle del villaggio, ma invece delle montagne attorno spuntano palazzine in pieno stile residenziale anni '60, come ne abbiamo viste tante anche nei film dei nostri maestri di quegli anni. Al paragone sempre attivo e prolifico fra Guney e il neo-realismo italiano, si può forse aggiungere per Umut un tocco di poesia e di evanescenza Felliniana che si esprime soprattutto nel girotondo individuale del finale; ma manca l'ironia o la compensazione onirica; al loro posto ci sono concretissima amarezza e disillusione. Nelle sue metafore dolci da comprendere e poetiche da sentire, nelle sue immagini vere, documentarie quasi, nel suo messaggio politico impietoso, Umut va ascritto fra i titoli dei piccoli capolavori da vedere...A mio modo di vedere.
 
Il film fu in un primo momento censurato. Molti premi vinti nei festival di Andana e Antalya.
 
 
Umut, 1970. Regia e sceneggiatura: Yılmaz Güney; Secondo regista: Şerif Gören; Attori principali: Yılmaz Güney, Tuncel Kurtiz, Gülsen Alnıyaçık; Produzione: Güney Film; Durata: 100'; Lingua: Turco; Locali: Lale Film; Montaggio: Celal Köse; Musiche: Arif Erkin; Fotografia: Kaya Ererez; Origine: Turchia

Francesco Marilungo, Marzo 2011

ISBN/EAN: 
00000000

Commenti

[Umut]: "Nelle sue metafore

[Umut]:

"Nelle sue metafore dolci da comprendere e poetiche da sentire, nelle sue immagini vere, documentarie quasi, nel suo messaggio politico impietoso, Umut va ascritto fra i titoli dei piccoli capolavori da vedere...A mio vedere."

[umut, la speranza] subito in

[umut, la speranza] subito in home!

[cinema turco] tutte le

[cinema turco] tutte le schede apparse, sin qua (grazie soprattutto al grande francesco!) su Lanke: http://www.lankelot.eu/cinema-turco

["aree umane", periferie,

["aree umane", periferie, umut] ho il libro per te.

Ferrarotti: http://www.lankelot.eu/letteratura/ferrarotti-franco-macioti-maria-immac...

;)

[Umut-Franco]: Grazie della

[Umut-Franco]: Grazie della segnalazione calzante Franco, cercherò di non farmelo scappare!

[Cinematurco]:  così lo

[repubblica d'antan]

[repubblica d'antan] trascrivo, per comodità, riportando la fonte:

VERONA - Henry Langlois, nato a Smirne, era mezzo turco. Perciò, quando alla fine degli Anni 60, un gruppo di cineasti turchi decisero di fondare a Istanbul una cineteca per raccogliere copie e proiettare film diede loro una mano. Col colpo di Stato del 1980, la cineteca di Istanbul, in quanto associazione privata, fu, come tutte le associazioni del paese, sciolta per decreto e ai suoi dirigenti fu ritirato il passaporto. Il presidente della cineteca, che di mestiere dirigeva anche una casa editrice e che aveva bisogno di andare spesso all' estero per motivi di lavoro, si recò al Ministero a chiedere notizie del suo passaporto. Il funzionario, un po' imbarazzato, prese in mano il libro nero con l' elenco dei proscritti, e gli disse solo: "Mi spiace, ma lei è dentro al libro...". Al che, all' editore, non restò che replicare: "Avvisatemi quando farete la seconda edizione". La seconda edizione del famoso libro della censura turca è stata fatta. I tagli ai film si sono fatti più morbidi. Il film di Erden Kiral Una stagione ad Hakkari uscirà ad Istanbul a settembre, all' ultimo film su Nazim Hikmet di Alì Ogzenturk che non uscirà in Turchia sarà tuttavia consentito di andare a Tokyo, lo stesso Kiral si appresta a rientrare da Berlino per girare un nuovo film. E l' ex direttore della cineteca è ora a Verona in mezzo a una folta delegazione a presentare un pacchetto di 20 film turchi degli Anni 80 che sembra più il frutto di una sagace mediazione che di un duro scontro. Evidentemente la censura ottusa, come le torture brutali di qualche anno fa, poco s' addicono ad un paese che aspira a entrare nella Cee. Un' altra cosa che mal s' attaglia ad una nazione alle soglie del Mercato Comune sono la pirateria selvaggia e la duplicazione disinvolta. Gli americani vorrebbero dappertutto copyrights eterni, in Turchia, come dimostrazione di buona volontà, ne è appena stato introdotto uno minimo: 10 anni. In realtà, il cinema turco non ha ancora smaltito gli aumenti del passaggio dal bianconero al colore e sembra a stento in grado di pagarsi la pellicola. E poichè le sale negli Anni 60 davano il 90% dei ricavi, mentre ora ne danno solo il 20%, e questa industria sopravvive di rimesse tedesche, allora molti di questi film destinati al popolo di Volksburg sono fatti direttamente su nastro. Il che incrementa la già leggendaria produttività e velocità dei turchi. Pare che ci sia un regista di porno che ne ha girati 28 in un anno. Altro che gli instant-movie del manager di Cicciolina! Mentre da Pesaro a gran voce tutto il cinema dell' Est Europa invoca meno stato e più mercato, da Verona questo cinema che dal suo governo non ha avuto sinora che galere, tasse e tagli chiede ora un minimo di soldi per una industria vitalissima che non si può permettere nè il cinemascope nè il suono diretto. O un mezzo stipendio al critico più noto del paese che a Verona PAGE 00 non è potuto venire perchè campa facendo il cicerone estivo per i turisti. Oltre che dai marchi degli emigrati, il cinema turco è costituito dal mito degli esiliati. Adesso, naturalmente, il Ministero della Cultura (che è anche quello del Turismo) vorrebbe fare finta che non sia mai esistito il fondatore di questo mito: Yilmaz Guney. Verona, senza voler contribuire a mettere una pietra sulla tomba di questo ultimo grande cineasta maoista i cui film sono distribuiti da una società di Zurigo e che sì è vero, come è scritto nel catalogo, "girava sempre armato" (o, detto più poeticamente e meno da questore, "come tutti gli uomini dell' Anatolia amava portare sempre con sè le sue donne, i suoi cavalli e la sua pistola") voleva documentare che, oltre ai cosiddetti "film turchi da festival", esiste un' altra produzione. Mentre una volta i film turchi venivano paragonati ai tappeti, ai kilim, il cinema turcoberlinese marxista è stato paragonato a quegli strani oggetti di produzione apposita che sono gli orologi svizzeri con un ago magnetico che indica la Mecca (per poter pregare). Quelli di Verona, invece, non sono più tappeti, nè orologi. Nè solo film di campagna o film di città. Nè stanno dentro al comodo contenitore terzomondista del film d' inurbamento. Sono una produzione molto più ricca e sottile, furba e naf, ruffiana e divertente, anarchica e casinara, realista e d' autore: una "commedia alla turca" laica e riformatrice, progressista e perfino femminista che ricorda un po' il cinema del boom, quello che adesso sembra che sia stato voluto e girato già allora dall' onorevole Martelli. Ma in uno stile più schizofrenico e contraddittorio, come se Il sorpasso e Divorzio all' italiana, Io la conoscevo bene e Sedotta e abbandonata, l' Islam o l' Occidente dovessero stare dentro ad un film solo. Dove prima mogli sterili, seconde mogli ripudiate, concubine, puttane e donne con ogni tipo di crisi e con ogni varietà di coraggio navigano fra uomini come Totò, Peppino, Buzzanca, Giacomo Furia, Saro Urzì e Tano Cimarosa. Insomma se a Verona bisognava dare una risposta definitiva al quesito che si sente risussurrare ogni volta che in un festival viene proiettato un film di Serif Goren (che dopo Yol ne ha già fatti 13) e di Zeki Okten (che dopo Il Gregge ne ha girati solo 6) la risposta è sì. Questa gente, il cui solo capitale è il pubblico, sa fare del cinema. Lo sa fare egregiamente in un paese che, nonostante tutto, sembra fatto apposta per essere filmato. -

di TATTI SANGUINETI

28 giugno 1987 —   pagina 22 di TATTI SANGUINETI

[Umut-Repubblica]: Ben

[Umut-Repubblica]: Ben fatto!:)

[umut] dimenticavo. Il passo

[umut] dimenticavo. Il passo che ho preferito in questo tuo scritto:

"Al paragone sempre attivo e prolifico fra Guney e il neo-realismo italiano, si può forse aggiungere per Umut un tocco di poesia e di evanescenza Felliniana che si esprime soprattutto nel girotondo individuale del finale; ma manca l'ironia o la compensazione onirica; al loro posto ci sono concretissima amarezza e disillusione."

> mi ha fatto capire cosa ci stiamo perdendo - cosa ci siamo perduti. E mi ha ricordato che senso aveva l'aggettivo "felliniano". Un senso molto chiaro. Coincideva con la parola "sogno", ma detta sorridendo.

Grazie sempre per tutto ciò che stai facendo per avvicinare i tuoi lettori alla cultura turca.

[Umut-Speranza]: Il

[Umut-Speranza]: Il ringraziamento, di riflesso e come al solito, va rivolto a tutti coloro che animano questo sito. La speranza -intonandosi al titolo del film- è che questi film e registi rimasti, per scelte sempre commerciali e quasi mai qualitative, ai margini, non siano del tutto perduti. 

Il cinema turco in generale sta vivendo un rinascimento che quello italiano -sebbene per storia e mestiere, nettamente superiore- al giorno d'oggi si sogna. La partecipazione dei registi anatolici ai festival importanti è sempre più frequente. Güney è stato il primo sdoganatore del cinema turco, il primo a sfondare i confini nazionali, grazie alla sua biografia complicata e alla qualità del messaggio dei suoi film.

Più che un rammarico per ciò che è andato perduto, coltivo la speranza che si possa recuperare ciò che è andato sommerso dal main stream; sospettoso anche del fatto che, non sia tanto la cultura turca/orientale a essere marginale o minore, quanto piuttosto sia l'Italia ad essere in costante ritardo o distratta. In Francia, Inghilterra o Germania, Güney lo conoscono molto meglio! Da noi ci hanno provato lo scorso aprile nel l'ambito del festival del cinema europeo di Lecce, con una ricca retrospettiva. Avremo modo di riparlarne qui...

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