Güney Yılmaz, Ökten Zeki

Sürü - Il gregge

Autore: 
Güney Yılmaz, Ökten Zeki

Sürü in turco letteralmente significa “gregge”. Nell'uso comune può assumere anche le accezioni di “branco, mucchio, orda, moltitudine, massa”. La prima accezione costituisce il soggetto del film: un gregge che deve essere trasportato attraverso un lungo viaggio. Le accezioni secondarie invece intervengono nella sfera dei contenuti del film: una massa umana, un gregge smarrito nel caos di spietati rivolgimenti storici ed economici nella Turchia del dopoguerra. Ancora un altro film di denuncia, lotta e testimonianza offertoci dalla penna di Yılmaz Güney e dalla cinepresa del regista Zeki Ökten. Come altri film del regista, Sürü è stato scritto fin nei minimi dettagli da Güney durante la detenzione e successivamente girato dagli amici seguendo scrupolosamente le sue indicazioni. Era il 1978. Se Yol fa coppia con Duvar per il tema della prigione, questo Sürü è appaiabile con Umut, poiché affronta la questione della disarmonia sociale fra metropoli e campagna. Due passi fra la trama ci aiuteranno a capire meglio.

Giù nel Kurdistan turco, in un villaggio qualunque della provincia di Siirt, si vive in clan. Gerarchia patriarcale, codice d'onore, subordinazione delle donne. Il capo villaggio, Hamo, disteso a terra (un superlativo Tuncel Kurtiz) si toglie pigramente le caccole dal naso, mentre le donne si caricano sulla schiena tutto il lavoro del villaggio. I più giovani pascolano il gregge. Interminabili kan davası (cause di sangue) tengono in guerra i due clan principali. Se tu ammazzi un mio membro io dovrò necessariamente rispondere con reazione uguale e contraria. E così via di omicidio in omicidio. Fino a dove? Fino ad un tentativo di tregua: un matrimonio. La “concessione” delle figlie e il mescolamento del sangue sono da sempre rimedi per le faide tribali, dinastiche, aristocratiche o mafiose. Ma non sempre funzionano. Berivan (una sacrificatissima Melike Demirağ) non riesce ad avere figli da Şıvan (Tarık Akan), cui è stata data in sposa per sistemare i diverbi. Succede allora che Hamo, padre del marito, inizia a prenderla come capro espiatorio: nella sua mente supertiziosa e tradizionale è lei la causa di ogni sventura; non ha figli perché non vuole averli; è una nemica. Andrebbe uccisa o restituita alla famiglia di provenienza. Berivan è semplicemente malata e smette di parlare sopraffatta dal dolore. Non parla nemmeno col marito Şıvan, il quale fa di tutto per lei, al punto da mettersi contro suo padre e minacciare di abbandonarlo. Prova anche a portarla dal medico, ma la tradizione vieta che la donna si spogli per farsi visitare e quindi il problema è punto e a capo. Un giorno arriva una telegramma dalla città. Bisogna consegnare 370 pecore ad Ankara. Bisogna portarcele in treno. Hamo ha bisogno dell'aiuto del figlio Şıvan. Quest'ultimo pone una condizione: al viaggio parteciperà anche Berivan e, una volta ad Ankara, sarà portata in ospedale. Il viaggio verso la metropoli dura diversi giorni. Il treno è elemento ricorrente dei film di Güney. È narrativamente efficacissimo. Serve a mostrare il paesaggio dell'Anatolia. Serve a “riassumere” nel chiuso di uno scompartimento i rappresentanti dell'intera società, quasi seguendo la scia di Nazım Hikmet, i cui Paesaggi umani sono ambientati spesso nei treni. Serve infine a collegare realtà radicalmente diverse ma racchiuse nel solco di un confine nazionale. Era stato così per Yol, è così anche per Sürü. Mentre il trasporto del gregge è funestato dalle più impensabili sventure, dando la possibilità ad Hamo di continuare a maledire la povera Berivan, gli autori hanno agio narrativo per sviluppare il loro realismo e regalarci dei campioni sociali della Turchia del tempo: c'è allora il lenone che sfrutta una ragazza poliomelitica facendola prostituire; c'è il suonatore di bağlama che viene accompagnato in galera da due soldati per aver cantato una canzone popolare; c'è il contadino curdo che racconta i suoi dengbej (favole tratte dal repertorio orale raccontate con improvvisazione canora); ci sono gli studenti di sinistra che cercano di vendere i loro giornali rivoluzionari. Paesaggi umani di un paese colorato, misto, complicato, disarmonico. Il viaggio continua e le pecore del gregge continuano a morire: nel vagone era stato trasportatao del ddt; i ladri assaltano il treno; i dispetti dei macchinisti che, non soddisfatti della mancia ricevuta dai pastori, tirano il freno spezzando le gambe alle bestie. Insomma una lotta del clan contro tutti. Fuor di metafora, ciò che muore non è solo il gregge di pecore.

Avvicinandosi verso la modernità della capitale, sono i “pastori” stessi a morire, lasciati indietro da un mondo che cambia rapido e divora le tradizioni antiche. Avanzando dal Kurdistan verso il centro dell'Anatolia il paesaggio si fa sempre più industrializzato. Emblematico il primo piano al ralenti di Tuncel Kurtiz che osserva con sguardo terrorizzato un trattore che dissoda la terra. Il treno è il collegamento, reale e narratvio assieme, fra l'immobilistica realtà rurale e la modernità contraddittoria del capitalismo turco. Ankara è città burocratica, adusa ai vestiti e ai tagli di capelli occidentali. La sua vita è frenetica e luccicante. Figuriamoci gli sguardi degli abitanti quando un gruppo di pastori conduce un gregge di pecore per le strade trafficate della città. Uno di loro porta persino una donna sulle spalle, come fossero scimmie, o come fosse malata. Il contrasto è forte ed evidente. Ad Ankara per trovare un buon lavoro bisogna avere conoscenze politiche, persino per una visita all'ospedale bisogna farsi raccomandare. Nel commercio del bestiame non c'è pietà, nè riconoscenza; i mercanti in occhiali da sole si prendono gioco facilmente dei pastori venuti dall'est. Le speranze del “gregge” che abbiamo seguito in viaggio non saranno molte.

Secondo la lettura di Güney e della sinistra turca di quegli anni (e anche prima da Hikmet a Y.Kemal), non sembra esserci scampo per il proletariato rurale anatolico. La scena finale sarà simbolo inequivoco del disorientamento di questa gente. La riforma agraria promessa sin dai tempi di Atatürk e mai arrivata in forma piena li condanna nel dimenticatoio della storia. Allo stesso tempo condanna il paese a una spaccatura sociale quasi irrecuperabile i cui effetti sono evidentissimi ancora oggi. Agli ağa, i signori feudali dei villaggi, si sostituiscono nella modernità i detentori del capitale monetario. E per di più una cultura retriva condanna questa classe a morire sotto al peso delle sue stesse superstizioni. La povera Berivan sarà sacrificata sull'altare dell'ignoranza così come il “gregge” su quello della sperequazione sociale.

Ah, dimenticavo! Grazie ai cinefili schizoidi di Raitre e di Fuori Orario, il film dovrebbe essere reperibile nella nostra lingua. Basterà far lavorare di lena il caro Mulo, ennesimo ironico incrocio tra ruralità e modernità, che può regalarci questo Sürü.

Regia: Zeki Ökten; Sceneggiatura e soggetto: Yılmaz Güney; Produttore: Yılmaz Güney; Attori principali: Tarık Akan, Tuncel Kurtiz, Melike Demirağ, Yaman Okay, Levent Inanir; Musiche originali: Zülfü Livaneli; Fotografia: Izzet Akay; Montaggio: Özdemir Arıtan; Origine: Turchia, 1978; Lingua originale: Turco; Durata: 129'.

 
 
 
 
Francesco Marilungo marzo 2011.
ISBN/EAN: 
0000000

Commenti

[suru-il gregge] neo Franz!

[suru-il gregge] neo Franz! [momento che reimpagino qualcosa...;) ]

[il gregge] e per

[il gregge] e per approfondire, a partire da qui...

CINEMA TURCO in Lanke: le ultime schede, http://www.lankelot.eu/cinema-turco - sette in tutto!

YILMAZ GUNEY in Lanke: quattro inserimenti, http://www.lankelot.eu/y%C4%B1lmaz-g%C3%BCney

grazie Franz!

[Güney-Sürü]: Franco io

[Güney-Sürü]: Franco io metterei anche il nome di Güney sull'autore, doppio nome insomma. İl film infatti e' considerato suo. Ökten e'stato un collaboratore: prezioso ma secondario rispetto a Güney ai fini del messaggio del film.

[suru] provvedo!

[suru] provvedo!

[Sürü]: Grazie mille e scusa

[Sürü]: Grazie mille e scusa il disturbo. Grazie anche dell'impaginazione. Come sempre ho dei problemini tecnici! Vale!

[suru] ovviamente,

[suru] ovviamente, assolutamente, grazie a te. Io sono qui per assistere, apprezzare e sistemare le cose. E' il mio ruolo:). L'arte è la tua. Daje, gf

[suru] mamma mia - quanto è

[suru] mamma mia - quanto è difficile anche solo immaginare quel che hai scritto qui: "Come altri film del regista, Sürü è stato scritto fin nei minimi dettagli da Güney durante la detenzione e successivamente girato dagli amici seguendo scrupolosamente le sue indicazioni."

> Identificarsi in uno scenario del genere è terribilmente triste e difficile. Bisogna fermarcisi per un bel po', su un'immagine del genere. Per provare anche vagamente a capire.

[ankara, il gregge] "Ad

[ankara, il gregge] "Ad Ankara per trovare un buon lavoro bisogna avere conoscenze politiche, persino per una visita all'ospedale bisogna farsi raccomandare. Nel commercio del bestiame non c'è pietà, nè riconoscenza; i mercanti in occhiali da sole si prendono gioco facilmente dei pastori venuti dall'est. Le speranze del “gregge” che abbiamo seguito in viaggio non saranno molte."

> Ankara era abbastanza italiana, vedo.

[morale della favola] " Agli

[morale della favola] " Agli ağa, i signori feudali dei villaggi, si sostituiscono nella modernità i detentori del capitale monetario. E per di più una cultura retriva condanna questa classe a morire sotto al peso delle sue stesse superstizioni. La povera Berivan sarà sacrificata sull'altare dell'ignoranza così come il “gregge” su quello della sperequazione sociale."

> Sembra la storia di una certa parte del nostro paese...  una storia che ha dato il la all'emigrazione di tanti milioni di italiani (emigrazione che, naturalmente, s'era interrotta, ma adesso ha ripreso a volare: miracolo forzista).

Grazie, Francesco.

[Sürü]: Il ringraziamento

[Sürü]: Il ringraziamento come sempre è di rimando.

E' vero, l'esperimento cinematografico di Guney è estremo e incredibile. Dà il senso della forza dell'arte e dell'immaginazione, che si scatena proprio quando si crede di averla messa sotto controllo.

E' vera anche l'altra osservazione. La Turchia aveva ed ha più di un aspetto simile alla nostra mezza derelitta patria. Si assomigliavano nel dopoguerra, si assomigliano meno oggi, data l'agonia in cui è avvolta l'Italia e l'entusiasmo che vive la Turchia. Del resto i turchi, sebbene sin dal loro padre fondatore Ataturk abbiano sempre guardato alla Francia, che tralatro li snobba, come modello, fra i paesi europei si sentono molto vicini a noi italiani per quel che riguarda trasandatezza e faciloneria mediterranea, corruzione, pigrizia e via dicendo..Diciamo che il loro malcelato complesso di inferiorità nei confronti dell'Europa si attenua quando guardano al Bel Paese. Come dargli torto? Sarà anche questo un miracolo forzista? Forse no, ma è vero che il nano e compagnia ce l'hanno messa tutta per confermare i luoghi comuni che ci portiamo appresso.. Persino nelle profonde terre del sud-est turco mi/ci compiangono con un sorridente "poveri voi, ma chi li vota a queli lì?" Il bello è che non so cosa rispondere..panico!

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