Rex quondam,
Rex futurus
Non è un mistero che la storia di Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda abbia affascinato poeti, cantori e letterati di ogni epoca storica facendo di essa una delle tematiche più sfruttate di ogni tempo.
Prima dei titoli di testa appare l’avviso che dalle nuove scoperte archeologiche potremmo avere delle sorprese e ciò che il regista ha scelto di raccontare si slega completamente da quel mondo trasmesso dalle leggende o dai racconti medioevali.
Vorrebbe forse convincerci che l’Artù è quello che stiamo per vedere sul grande schermo? Ebbene, non è del tutto inverosimile se, fino a questo momento, la suggestività ci aveva convinto dell’esistenza, nel lontano passato, di un mondo popolato di fate e di maghi.
È vero che il nostro concetto di magia è stato falsato dall’eredità della Santa Inquisizione e da quel ricettacolo moderno di fattucchiere che è la televisione, ma se nel ciclo arturiano non ci fossero state quelle figure mitizzate forse ai nostri giorni non avremmo potuto avere che uno sbiadito ricordo.
Ognuno di noi, nella sua storia personale, si è impadronito mentalmente di una delle molteplici rivelazioni della leggenda ed un sorriso è nato a percepire certi commenti tipo “ed io che ero legato all’immagine de La spada nella roccia”. Per tale motivo è bene affrontare questo film con distacco ed una buona dose di apertura mentale.
Non è stato facile affrontare questo film, dunque. Troppi anni sono trascorsi dal visionario “Excalibur” (1981), ma aggiungo anche “Il primo Cavaliere” (1995) ed ancor prima “I Cavalieri della Tavola Rotonda” (1953), perché non desiderassi vedere su grande schermo una nuova versione dell’amato ciclo. Le varie trasposizioni televisive e letterarie degli ultimi anni (ad eccezion fatta per quella della Marion Zimmer Bradley dedicata al Ciclo di Avalon) non erano state sufficientemente appaganti per il desiderio di scoprire nuovi punti di vista. Non sarei riuscita a tollerare la delusione per la ridicolizzazione della storia. Così mi sono preparata ad affrontare un viaggio in Britannia con un percorso tutto da scoprire.
“Una leggenda narra che i cavalieri caduti rinascono come poderosi cavalli, lui ha già visto cosa ti attende e ti proteggerà”.
452 d.C.
La prima immagine che ci accoglie è quella del giovane Lancillotto arruolato nell’esercito romano per difendere i confini dell’Impero dai ribelli autoctoni. Trascorrerà insieme ai suoi compagni 15 anni della sua vita, tra battaglie senza fine ed un forte desiderio di tornare libero tra la sua gente.
I Cavalieri del Grande Muro, detti così per via del Vallo di Adriano che divideva i confini romani dal nord della Britannia, sono Sarmati e come tali devono rispettare il patto fatto con Roma per la libertà del loro popolo.
Lucius Artorius Castus, figlio di un Romano e di una Britanna, è il loro comandante. Fiero e cupo cavalca verso gli ideali di giustizia e libertà che Pelagius, suo precettore gli aveva insegnato.
Tutto ciò per cui ha lottato si sta per realizzare. Ormai l’Impero romano in Britannia è al sicuro, almeno è questo che crede.
Il vescovo Germanius, tuttavia, gli annuncia la decisione di Roma di abbandonare quei luoghi perché nuove invasioni inarrestabili arrivano dal nord.
Artorius, conosciuto anche con il nome di Artù, ed i suoi cavalieri saranno liberi solo dopo aver compiuto l’ultima missione, portare in salvo Alessio, il figlioccio del Papa, che si trova al confine nord del Vallo.
I Sassoni di Cedric sono già approdati sulle coste e la loro fama di selvaggi devastatori supera di gran lunga la fama di chi verrà dopo, Attila.
Artù è costretto ad accettare, nonostante tutto ciò che questa ultima missione comporti.

Pochi uomini, su agili e snelli cavalli, si mettono in marcia per compiere il loro destino: Artù, Lancillotto, Tristano, Galahad, Gawain, Bors e Dagonet.
Sulla loro strada si trovano i temuti Woad (i Pitti) gli ultimi difensori di un mondo conquistato da Roma. Il loro capo è Merlino che ha fama di mago e divinatore. Sua figlia Ginevra è stata salvata dalla tortura dei monaci cristiani aggrappati alla loro missione di redenzione del popolo pagano.
“Il mondo che conosciamo è finito”, dice Merlino ad Artù “la forza per estrarre la spada dalla tomba di tuo padre te l’ha data l’amore per tua madre”.
Artù ricorda che sua madre è morta per mano dei Woad, ma in lui inizia a crescere l’esigenza di proteggere non solo i Romani ma anche la popolazione locale, parte del suo stesso sangue.
I Sassoni avanzano e la ritirata del gruppo di Cavalieri che hanno al seguito donne e bambini si fa sempre più lenta, fino all’incontro fatale sul lago ghiacciato. I 7 cavalieri con Ginevra, guerriera Woad, si fermano ad accoglierli.
Di fronte a loro, parte dell’armata straniera guidata dal figlio di Cedric che non conosce il significato della parola pietà.
Dopo aver dato un’eccellente prova con il tiro con l’arca si rendono conto che il lago è l’unica vera arma per la salvezza. Il silenzioso Dagonet si sacrifica così per la vita dei suoi compagni. La battaglia non è ancora finita perché il grosso dell’esercito sassone si avvicina e qualcuno dovrà arrestarlo a Badon Hill, Artù e i Woad gli ultimi rimasti a difendere la loro terra. Gli altri Cavalieri devono scortare la popolazione fuori dalla Britannia per poi tornare alle loro case, questo finché non scorgono sulla collina il solitario comandante. In quel momento il loro codice d’onore si risveglia.

“King Arthur”, nonostante tutte le premesse e gli sforzi di produzione, francamente non raggiunge monumentali livelli di gradimento.
Eppure piace. Un Artù calato in un contesto storico plausibile lo rende più umano di quanto si possa credere, anche se spiazzerà chi pensa di ritrovare in lui e nel suo seguito gli elementi caratteristici del cavalierato d’onore.
Non si vedranno tracce di titoli nobiliari, investiture cavalleresche e di amor cortese. I suoi cavalieri sono barbari rudi che non risparmiano al pubblico grossolane battute da camerata. Un esempio eclatante lo si ritrova in Bors che chiama i suoi undici figli illegittimi per numero, non avendo mai trovato il tempo di scegliere per ognuno di loro un nome proprio.
Una nota a parte va a Lancillotto che mai avevamo visto così sbiadito nel suo profilo. Il nascente amore per Ginevra si nota appena tra una scena e l’altra, almeno finché non si sacrifica per salvarle la vita.
Artù è cupo, tormentato dai ricordi di una vita sacrificata alla morte per un Dio di cui ha piena fiducia. Lui è un capo, ma il carisma lo si intravede nella scia di leggenda che lascia dietro di sé e che anche i nemici comprendono e ammirano.
La vera sorpresa, tuttavia, ci viene riservata da quell’eterea fanciulla capace di trasformarsi da una bellissima donna in peplo azzurro in un’autentica guerriera Woad. Ginevra cavalca come un uomo, lotta come un guerriero nella battaglia finale, tira con l’arco al pari degli altri uomini ed infine sa essere una donna capace di prendersi ciò che desidera.
Gli intensi primi piani sul suo mutevole volto restano impressi nella memoria per tutta la durata del film ed anche oltre; sofferente nella tortura, soave nell’amore, selvaggia nella lotta.
La sceneggiatura non lascia molto spazio a momenti di riflessione; la scelta è appropriata per una storia devastata dalle invasioni e dalle ribellioni.
Una lunga battaglia che non tralascia di regalare momenti di grande suggestione.
La scena del lago ghiacciato è spettacolare nella sua intensa drammaticità. Quella a Badon Hill è il frutto di una strategia militare raffinata; se si è in pochi a combattere, il nemico deve essere convinto di aver di fronte un possente esercito. Uno stratagemma che ha fatto la fortuna di molti nella storia, così come nella finzione cinematografica, un titolo per tutti “I sette samurai” di Akira Kurosawa.
Non manca, inoltre, la volontà di conservare alcuni temi cari della tradizione magica. Merlino è uno sciamano e su questo non si ha alcun dubbio nel film.
Nell’avvicinarsi ai Woad, Artù respira quell’atmosfera sovrannaturale che vuole la natura soggiogata alla mente umana. Merlino conosce il destino di quell’uomo nella storia della Britannia e lo risparmia negli attacchi verso il nord del Paese. Il legame tra Ginevra ed Artù verrà poi consacrato da lui stesso.
Seguendo l’elemento magico, non si può fare a meno di notare un’ambientazione decadente e rarefatta sia per la scelta dei luoghi che dei colori con cui rappresentare l’aria, la terra, la vegetazione. La nebbia abbandona il suo posto attorno alla natura solo per far posto al gelo della neve e del ghiaccio poi.
Il tema musicale di Hans Zimmer, tra elementi sinfonici e di pura tradizione celtica, si dimostra azzeccato nel sottolineare quell’atmosfera malinconica e rarefatta fino a che un nuovo mondo si aprirà al destino di Ginevra ed Artù sulle note di “Tell me now what you see” (Moya Brennan – Hans Zimmer).
Peccato che non vedremo più con loro né Tristano né Lancillotto.
Una piccola nota stridente nella scelta di ambientare la storia in un periodo di poco antecedente a quello attribuito dalle storie medioevali.
Il nome “Artorius” era già emerso in alcune indagini archeologiche, così come quello del gaelico “Arth Gwyr (Uomo orso)”, ma appare poco probabile il legame di Artù con il suo precettore Pelagius, da cui apprende le teorie sul “libero arbitrio” ed il significato dell’uguaglianza degli uomini (concetto trasposto materialmente nella scelta di una Tavola Rotonda). Pelagius, celto convertito al cristianesimo, venne sconfessato da Roma attorno al 418 d.C. e della sua fine non si hanno più notizie in un periodo di poco successivo.
Artù, nell’anno in cui viene ambientata la storia, non è così anziano dall’averlo potuto avere come precettore. Eppure questa figura è un espediente essenziale per il film stesso, visto che decide di slegarsi da Roma dopo aver saputo la verità sulla morte di Pelagius.
In definitiva, poca cosa di fronte ad un film apprezzabile sotto diversi aspetti.
“Nel mondo della razza umana le maree del potere stanno cambiando. Per me le stagioni degli uomini arrivano e passano nell’arco di pochi istanti, ma a volte qualcosa in esse attrae la mia attenzione”, La Signora di Avalon – Marion Zimmer Bradley.
Regia: Antoine Fuqua.
Soggetto e Sceneggiatura: David Franzoni, John Lee Hancock.
Scenografia: Dan Weil.
Fotografia:Slawomir Idziak.
Montaggio: Conrad Buff.
Effetti: Neil Corbould.
Costumi: Penny Rose.
Interpreti principali:Clive Owen, Stephen Dillane, Keira Knightley, Ioan Gruffudd, Stellan Skarsgard, Ray Winstone, Ray Stevenson, Joel Edgerton, Mads Mikkelsen, Ivano Marescotti.
Musiche: Hans Zimmer, Nick Glennie Smith.
Produzione: Touchstone Pictures.
Origine: Irlanda/Usa, 2004.
Durata: 130 minuti.

Commenti
riportata al suo posto, in Lankelot.
però vorrei sottolineare una cosa...
King Arthur:
http://www.youtube.com/watch?v=tloVx_b-YIs
Last Samurai:
http://www.youtube.com/watch?v=askfwy6DY7M&feature=related
ecco eh eh :)
(poi la prima e la terza foto...)
"Una nota a parte va a Lancillotto che mai avevamo visto così sbiadito nel suo profilo. Il nascente amore per Ginevra si nota appena tra una scena e l?altra, almeno finché non si sacrifica per salvarle la vita".
> sottoscrivo: è debolissimo...
"Il nome ?Artorius? era già emerso in alcune indagini archeologiche, così come quello del gaelico ?Arth Gwyr (Uomo orso)?, ma appare poco probabile il legame di Artù con il suo precettore Pelagius, da cui apprende le teorie sul ?libero arbitrio? ed il significato dell?uguaglianza degli uomini (concetto trasposto materialmente nella scelta di una Tavola Rotonda). Pelagius, celto convertito al cristianesimo, venne sconfessato da Roma attorno al 418 d.C. e della sua fine non si hanno più notizie in un periodo di poco successivo. "
> Sin qua non avevo indagato;). Questa è un'annotazione davvero preziosa e affascinante.
Mia ottima,
è stato un film ambizioso, ma leggero; destinato a fare breccia fondamentalmente nel cuore degli autentici aficionado del ciclo bretone, pronti a tollerare certe debolezze strutturali e narrative, e qualche crollo nella sceneggiatura.
L'ho comprato un paio d'anni fa, sono riuscito a vederlo un paio di volte. E' distante anni luce dal totem, "Excalibur", ma non è spiacevole. Grazie per aver recuperato il pezzo:)