Fuller Samuel

Il Grande Uno Rosso (The Big Red One.The Reconstruction)

Autore: 
Fuller Samuel

Un film, un romanzo, di una vita. 20 anni il tempo necessario per portare a termine questo progetto basato sulla esperienza che Fuller fece durante la Seconda Guerra Mondiale nel Grande Uno Rosso, la Prima Divisione di Fanteria americana, tra il Nord Africa, la Sicilia, la Normandia, il Belgio, la Cecoslovacchia. La sua esperienza. Io ho visto la versione più lunga, ricostruita dopo la morte del regista con il materiale girato dallo stesso, poiché la prima aveva subito numerosi tagli per volere della distribuzione (interessante la storia della produzione nella pagina di wikipedia, che linko alla fine del pezzo).

Ho aspettato di vedere questo film a lungo. Ricordo la prima volta che ho sentito il nome del regista, Fuller: era notte e su RaiTre Quentin Tarantino insieme ad un altro (non ricordo chi, ma si può trovare su internet, ci scommetto) stava andando ad intervistarlo. Facevano vedere brani di suoi film. Parlavano di “The big red one” (Il grande uno rosso), film sulla seconda guerra mondiale.

Dopo questa intervista, venne dato un suo film, “Cane bianco”, uno dei suoi ultimi. Un insuccesso. A me piacque.

Detto questo, è passato del tempo in cui, ogni tanto, mi veniva in mente questo film, ma non trovavo mai l'occasione, vuoi per un motivo, vuoi per un altro. Finalmente un paio di settimane fa l'ho preso in biblioteca, e l'ho visto.


(bianco e nero) Il film comincia in Francia, nel 1918, un soldato americano vaga in una pianura nebbiosa, dove si staglia un Cristo in croce di legno, morti ai suoi piedi. Ma ecco un tedesco che dice qualcosa, La guerra è finita, la guerra è finita. Il soldato americano, però, lo uccide. Arriva ad una trincea, dove un suo compagno si sta radendo. Lui gli dice che ha ucciso un tedesco, e che gli è venuto in mente di fare un Uno Rosso a simbolo della divisione di fanteria da certa stoffa presa al tedesco. Mostra l'Uno Rosso (a colori). L'altro gli offre da bere. Ciò che diceva il tedesco era vero, la guerra era finita da qualche ora quando lui l'ha ucciso. Stacco.

(colore) 1942, Nord Africa. Quattro soldati americani, Griff, Zab, Vinci e Johnson, chiacchierano e fanno battute in attesa dello sbarco. Sono loro, comandati dal Sergente (il soldato del preambolo) i protagonisti della storia, da qui in avanti. Loro, che diverranno “I quattro cavalieri” del Sergente. Loro, che sopravviveranno. Griff è Mark Hamill, Luke Skywalker (e non vi dico i film perché è inutile. Se non lo sapete, affari vostri), ottimo tiratore, che non spara; Zab è Robert Carradine, alter ego del regista da giovane, scrittore in guerra e voce narrante; Vinci è Bobby Di Cicco, italiano fondamentale in Sicilia; Johnson è Kelly Ward, contadino e infermiere (con problemi di emorroidi).

Dopo il Nord Africa, sarà la volta di Sicilia, Francia, Belgio, Cecoslovacchia, in un percorso a stazioni della guerra, cammino di passione, crescita e redenzione per i protagonisti, che faranno i conti con loro stessi, con le loro origini (Vinci in Sicilia), con le loro capacità (Johnson il sempliciotto che diventa ostetrico in un'occasione, sotto lo sguardo del Cristo di legno), con le loro colpe (il Sergente, alla fine), con le loro paure (Griff, alla fine, sparerà, come un automa), con le loro ambizioni (Zab viene pubblicato, ma è anche quello che ci lascia il messaggio finale).


Protagonisti americani, punto di vista esclusivamente americano (intendendo americano=statunitense). Se si cerca la Storia, inutile guardarlo. Questa è solo una storia, di un gruppo di soldati. Ci mette nei panni di alcuni, non di tutti. Non c'è una visione totale e complessa, ma parziale. La descrizione dei civili che si muovono intorno alla guerra è forse un po' stereotipata, ma rimane sincera pensando ad uno sguardo straniero. “Il Grande Uno Rosso” l'ho trovato diverso da altri film di guerra, americani. Non è antimilitarista, non è propagandistico. Ma “è”. Fuller ha un modo di girare asciutto che durante la visione mi ha ricordato Hemingway (non so perché, ma anche nel modo di “tagliare” i personaggi. A me è piaciuto “Di là dal fiume, tra gli alberi”). E Fuller è stato anche scrittore. Questa ricostruzione del film scivola via, nonostante la lunghezza, nonostante allo spettacolo si conceda poco: è narrazione tutta fatti. Attraverso questi, i personaggi cambiano, si evolvono, non rimangono fissi, ogni episodio ne mostra un tassello. La sopravvivenza è ciò che li lega, e ciò che li differenzia dagli altri, da chi non sopravvive. Viene a crearsi un divario, per cui i 4 non vogliono neppure sapere i nomi dei soldati che, ogni volta, prendono il posto di altri, morti. E che muoiono. Non si soffre della perdita di chi non ha nome, questo hanno imparato. Loro non sono assassini, loro uccidono. Quando sono in Francia passano di nuovo nella pianura dove il film ha avuto inizio, dov'è il Cristo di legno. In quel luogo un monumento ricorda i caduti della Prima Guerra. Johnson legge i nomi, e si sbaglia.

Johnson: Would you look at how fast they put the names of all our guys who got killed?

The Sergeant: That's a World War One memorial.

Johnson: But the names are the same.

The Sergeant: They always are.

Il Sergente (sempre nominato in questo modo...), i 4 cavalieri Zab, Griff, Vinci e Johnson.

“La vera gloria della guerra è la sopravvivenza”

Restare vivi. Ma vuol dire anche avere il dovere di testimoniare, seppure solo la nostra piccola parte, ciò che si è vissuto, e quello a cui si è sopravvissuto.

Non è un film senza pecche, vero, ma c'è un modo di sbagliare che rende, secondo me, accettabile l'errore. E per errore si può dare la visione completamente americana della seconda guerra. Ma.

Nel finale, ecco il campo di concentramento, ecco un bambino che viene portato via da lì ancora in vita. Il Sergente che lo porta sulle spalle. Il bambino muore. Ed è morte. Poi arriva un tedesco che dice “La guerra è finita. La guerra è finita”. Il Sergente lo accoltella. Il Sergente sembra la Morte.

Arriva la notizia che la guerra è finita. Sembra di essere tornati all'inizio della storia, più di 20 anni prima. Ma il tedesco non è morto, e i 5 lo portano via, per salvarlo.

Il nemico è nemico solo per la durata della guerra. Dopo, ritorna uomo.

Una guerra che non è decisa da chi la combatte. Qualcosa che, sembra, non si possa umanamente comprendere, e che per starci dentro richiede il non farsi domande, accettarla, in somma. Gli sbarchi in Nord Africa e Normandia sono lì a dire questo in modo palese. I soldati eseguono ordini, fino a quando chi ha dato l'ordine non muore, e l'ordine decade, o fino a quando il risultato non è stato raggiunto. I soldati dovrebbero mettere confini alla loro umanità, ma non per cattiveria, solo per sopravvivere. Griff, che non spara un colpo fino a pochi minuti dalla fine, quando lo fa diviene, in quel momento, gesto meccanico e di sfogo.

Fuller ci mostra la guerra nelle sue sfaccettature, e lo fa attraverso fatti. Azioni. Tensione, e scarico di tensione. Battute, e momenti drammatici. Da una risata ad un fucile in mano, pronti a combattere.

Ad una battuta per sdrammatizzare. Ma anche per rendere normale ciò che non è (sempre l'episodio di Griff, emblematico sotto molti aspetti).

Torno al finale, alla contrapposizione tra il bambino che uscito dall'orrore muore nel bosco, ed il tedesco, che ha sempre cercato di uccidere questi americani, e che viene prima accoltellato, poi salvato.

La voce off di Zab dice che loro avevano più cose in comune con quel tedesco, che con altri loro compagni.

Erano sopravvissuti.

“La vera gloria della guerra è la sopravvivenza”

NOTE:

Pagine wiki di Samuel Fuller: qui (ita) e qui (ing)

sul film: qui (wiki) qui una recensione italiana e trailer su youtube (ah, l'enfasi!)

Il romanzo "Il grande uno rosso" è edito ora in Italia da Elliott

Regia: Samuel Fuller. Sceneggiatura: Samuel Fuller (tratta dall'omonimo romanzo del regista). Cast: Lee Marvin, Robert Carradine, Mark Hamill, Bobby Di Cicco, Kelly Ward, Stephane Audran, Shimon Barr, Pascal Breuer, Gregori Buimistre, Ken Campbell. Data di uscita: 1980. Durata: 113 min. Data di uscita del Reconstruction: 2004. Ricostruzione a cura di: Richard Schickel, Brian Jamieson. Durata: 162 min

7 agosto 2008

ISBN/EAN: 
7321958397893

Commenti

Eccolo, finalmente! Fuller mancava su Lankelot. Scritto e riscritto. Ora va bene.
Curiosità: su Lanke ho recensito Algren e Kelly, che sono nati il mio stesso giorno, e pure questo film è uscito in Italia nella sua ultima versione il giorno del mio compleanno. Mi paiono buoni auspici. Spero.
ciao!!

Mi accorgo adesso, per i maggiori di 15 anni.
Mah, un mistero (rispetto ad altri film, dico)

Che Zab sia Fuller da giovane si capisce benissimo dal sigaro;-)

Mi sa che dal prossimo pezzo conquisti il tetto minimo per essere sempre in homepage, nello staff;). Dovrebbe mancartene solo uno.
Complimenti!

4. Grazie! (a proposito, questo pezzo non è quello che hai letto, ehm)

bel pezzo. hai uno stile particolare nel recensire.

"Fuller ci mostra la guerra nelle sue sfaccettature, e lo fa attraverso fatti. Azioni. Tensione, e scarico di tensione. Battute, e momenti drammatici. Da una risata ad un fucile in mano, pronti a combattere".

Film noto, tra i cinefili ma non soltanto, eppure non ho mai avuto particolare curiosità a vederlo. Grazie comunque della corposa scheda, Andrea, e d'averci presentato Fuller che in effetti mancava.

Sì Federico, film noto. Eppure non passa mai in tv, che io sappia. Neppure d'estate. Full Metal Jacket, almeno due volte l'anno. Salvate il soldato Ryan, anche. E Platoon. Apocalypse now è più raro, ma lo danno. Il Grande Uno Rosso, no.
Un film-prosa. Diretto, senza fronzoli. Un film con il sigaro, ecco.
ahahah!

8 - Confermo, in tv non passa. Infatti non l'ho mai visto, nonostante ne avessi sentito parlare da noti cineasti e da appassionati cinefili. Film con il sigaro? Mi fa venire in mente Clint Eastwood e la "trilogia del dollaro" ahahah!

ecco cosa mi ricordava! eastwood!!

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