Fulci Lucio

Paura nella città dei morti viventi

Autore: 
Fulci Lucio

Il Fulci post Zombi 2, uno dei cult horror-splatter all’italiana, si orienta nuovamente, visto l’interesse ottenuto e la dimestichezza col tema, su un film “animato” da morti viventi sanguinari. Morti viventi che non l’abbandonano, l’anno seguente, nemmeno in Quella villa accanto al cimitero, né nello stracult L’aldilà (ambedue le pellicole sono datate 1981, un anno dopo quella in questione), pur se in questo caso imposti dalla produzione straniera e presenti in modo marginale. E infatti pare che il binomio morti viventi-Fulci, dopo Zombi 2, diventi, almeno nell’immaginario dei produttori, il marchio di fabbrica del cinema horror del regista romano. In realtà  ci sarebbe anche Zombi 3, di cui Fulci gira solo alcune scene, sufficienti per marchiare a fuoco il suo nome sui credits della pellicola; un pessimo film, decisamente trascurabile, figlio di un periodo in cui la zombie mania era quasi del tutto superata. Nonostante la palese frequentazione del tema, mi spingerei però ad affermare, da osservatore curioso dell’intera opera fulciana, che è estremamente riduttivo immaginare il regista romano alfiere italico della galassia zombi e affini. E mi piace riportare, a questo proposito, un’azzeccata analisi dell’effetto che il cinema fulciano fece sull’inconscio del suo spettatore tipo, proposta da Chianese e Lupi in Filmare la morte. Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci: “Fulci sazia la fame del suo spettatore medio, è come la famosa polvere di piselli: il surrogato delle idee, che disciolta nell’acqua assicura un pasto ai reietti. Essa, nella fattispecie, appare come il ribadirsi del dogma secondo cui il genere in sé altro non è che la rottura degli schemi, l’eccesso iconoclastico per eccellenza. Perché il cinema horror mira a distruggere tutte le certezze, le sicurezze che noi riponiamo in luoghi e persone… La soglia tra familiarità e iniquità”. Accipicchia, potreste pensare: il cinema di genere è cosi potente? E Fulci, il suo italico alfiere? Forse Chianese e Lupi – come ci ricordano in sede d’introduzione all’opera - sono “cinefagi” amanti del suo mondo di celluloide, forse esagerano negli elogi, ma di certo hanno compreso ciò che anima il cinema grandguignolesco di Lucio Fulci, ovvero la necessità di liberare l’espressività con l'ausilio delle immagini, per confutare i dogmi e smascherare le falsità del mondo borghese e fintamente morigerato, attraverso un cinema anarchico che non conosce il limite, fino a risultare a tratti stomachevole, e fascinosamente visionario. Anche Paura nella città dei morti di viventi non sfugge a queste consuetudini, alternando momenti di notevole estro creativo unito alla suspence, a cadute di stile e totale incoerenza narrativa. Ma vediamo brevemente la trama, prima di addentrarci in un’analisi più dettagliata. 

Mentre un prete si impicca nel cimitero di Dunwich, misconosciuta cittadina americana, a New York una medium, caduta in trance durante una seduta spiritica, percepisce l’apertura di una delle porte dell’inferno: è proprio Dunwich la via d’accesso per il male, luogo che anticamente sarebbe stato niente meno che la terrificante Salem. Si snodano dunque due vicende parallele, la morte apparente della medium, salvata in extremis da un curioso giornalista che la dissotterra a colpi di piccone sulla bara, e la successione di strane morti nella tetra Dunwich. Dopo lo scampato pericolo, la medium e il giornalista partono alla volta della città dell’incubo, convinti che il male si stia per propagare. L’intento è quello di richiudere il varco, distruggendo la tomba del prete maledetto, ma intanto i morti viventi si manifestano a Dunwich, lasciandosi appresso una scia di sangue e seminando l’orrore nella popolazione locale.
 
 
Quanto mai visionario, Paura nella città dei morti viventi è il film innesco per una “Trilogia della morte” (oltre all’opera in questione, i già citati L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero) che vedrà Fulci alle prese con effetti splatter inquietanti quanto disgustosi: interiora, cervella, vermi, topi, nulla si farà mancare il nostro nel tentativo di generare angoscia e sorpresa negli spettatori. Riuscendoci in parte, grazie all’eccesso di visività e ad alcune terrificanti sequenze che ispireranno, nel decennio successivo, un noto “cinefago” che risponde al nome di Quentin Tarantino. Qui, in particolare, Fulci osa all’inverosimile, nella famosa scena in cui la malcapitata Daniela Doria, ipnotizzata dallo sguardo maligno del prete, con gli occhi sanguinanti, espelle per via orale tutte le interiora. È davvero una scena raccapricciante, unitamente a quelle in cui le cervella di due dei protagonisti vengono strappate a mano dai morti viventi. La musica di Fabio Frizzi accompagna sapientemente, si fa inquieta a più riprese nel segnalare allo spettatore l’apparizione degli zombi, abbastanza credibili, forse più credibili di quelli girovaganti per L’aldilà. Merito degli effetti speciali di Giannetto De Rossi, disturbanti ma ben fatti, ben incardinati in una narrazione altrimenti zoppicante. Ma a Fulci è sempre interessata poco la congruenza narrativa, a vantaggio dell’ipervisività delle trovate ad effetto: geniale la sequenza in cui un giovane disadattato di Dunwich subisce la trapanazione del cranio da parte a parte, naturalmente in primo piano. Ci sono anche interessanti trovate di stile, tipo le continue zoomate sugli occhi dei protagonisti, del prete in particolare, davvero efficaci nel restituire l’orrore che Fulci sceglie di far circolare prima di tutto attraverso gli sguardi. Non ingannino infatti le budella e le cervella elargite a piene mani, perché la scena più inquietante di questo incisivo horror del regista romano è decisamente l’ultima: un fermo immagine sul volto di un bimbo (immancabili i bambini nelle pellicole del regista romano), che non ci svela ciò che i due agghiacciati protagonisti superstiti stanno vedendo: qualcosa di terrificante, che lo spettatore può solo immaginare.
 
 
Fulci gioca con le angosce e con le ossessioni degli spettatori, con le paure umane, regalandoci un piacevole prodotto di genere – sempre ed esclusivamente per stomaci forti – in cui il non visto, paradossalmente, è ciò che in fondo fa più orrore. Lievemente sotto L’aldilà, ma migliore rispetto a Quella villa accanto al cimitero, Paura nella città dei morti viventi rafforzò nell’idea dello spettatore amante la sensazione che Fulci stesse diventando un maestro di genere. Nonostante gli alti e bassi della sua carriera thriller-horror, è un impressione che oggi, a ventisette anni di distanza, non possiamo che confermare.  

Regia: Lucio Fulci. Soggetto: Dardano Sacchetti, Lucio Fulci. Sceneggiatura: Dardano Sacchetti, Lucio Fulci Direttore della fotografia: Sergio Salvati. Scenografia e costumi: Massimo Antonello Geleng. Montaggio: Vincenzo Tomassi. Interpreti principali: Christopher George, Katherine MacCall, Janet Agren, Carlo De Mejo, Antonella Interlenghi, Giovanni Lombardo Radice, Daniela Doria, Fabrizio Jovine, Michele Soavi. Trucco: Franco Ruffini. Effetti speciali: Giannetto De Rossi. Musica originale: Fabio Frizzi. Produzione: Luciano Martino e Giovanni Masini per Dania Film e National Cinematografica. Altri titoli: “Gates of Hell”, “Twilight of the dead” Origine: Italia, 1980. Durata: 90 minuti.

Approfondimenti in rete: www.luciofulci.altervista.org

ISBN/EAN: 
8032442203741

Commenti

Ecco un nuovo Fulci, disgutoso ma be fatto, considerando il genere:)

Inserito l'archivio-Fulci in Lankelot!

"Riuscendoci in parte, grazie all?eccesso di visività e ad alcune terrificanti sequenze che ispireranno, nel decennio successivo, un noto ?cinefago? che risponde al nome di Quentin Tarantino."

> è una vita che mi domando quanto Tarantino sta avendo influenza nel nostro tempo: nell'estetica, nel gusto, nella riscoperta del genere. E' impressionante quante volte ci si affida alle sue impressioni come passepartout. Curioso segno dei tempi:)

"geniale la sequenza in cui un giovane disadattato di Dunwich subisce la trapanazione del cranio da parte a parte, naturalmente in primo piano."

> ahah:)))

"Paura nella città dei morti viventi rafforzò nell?idea dello spettatore amante la sensazione che Fulci stesse diventando un maestro di genere. Nonostante gli alti e bassi della sua carriera thriller-horror, è un impressione che oggi, a ventisette anni di distanza, non possiamo che confermare."

> quando comincerò a guardare i suoi film, grazie al libro di Chianese e Lupi e ai vostri pezzi, si tratterà di una revisione o di un ripasso. Ottimo contributo:)

5 - Grazie Franco. E per cominciare con Fulci, quando vorrai, ti consiglio "Non si sevizia un paperino". Purtroppo ancora irreperibile in DVD, a quel che ne so (ma lo passano almeno una volta l'anno in tv in ore notturne, se può consolarti)

D'accordo:).
Aspetto il dvd, credo.

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