Frammartino Michelangelo

Le quattro volte

Autore: 
Frammartino Michelangelo

“Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione”. (testimonianza di scuola pitagorica)

Dall’uomo all’animale, dall’animale al vegetale, dal vegetale al minerale. Sono questi i passaggi delle quattro vite immaginate in successione da Michelangelo Frammartino, ex architetto e insegnante di cinema all’Università degli Studi di Bergamo, talvolta regista impegnato a veicolare la sua personale visione del cinema e dell’arte. Era già accaduto con Il dono, film pluripremiato nei festival minori, che il quarantaduenne regista milanese, calabrese d’adozione, ci parlasse in forma quasi documentaristica della vita rurale di un paesino della Calabria, filmata attraverso una quotidianità che privilegia l’aspetto naturalistico e le consuetudini del luogo. Con Le quattro volte, da pochi giorni nelle sale italiane, Frammartino osa ancora di più, recuperando il contesto dell’opera prima ma costruendo una narrazione ricca di significati simbolici e legata a un percorso di vita, morte, mutamento e rinascita.
 
In un paese della Calabria, situato sulle colline, vive i suoi ultimi giorni un vecchio pastore. Crede di trovare la medicina giusta per sopravvivere nella polvere raccolta dal pavimento della chiesa, e la beve sciolta nell’acqua ogni sera. Nello spiazzo di terra dell’ovile, una capra dà alla luce un capretto bianco. Il capretto cresce, si irrobustisce, inizia a giocare con i suoi simili. Il giorno della prima uscita in gruppo però resta indietro e si perde, vaga a lungo senza meta finché non si abbandona esausto ai piedi di un maestoso abete. Il grande albero oscilla nella brezza montana. Il tempo passa, cambiano le stagioni, e il grande abete cambia con loro. È giunto il tempo, l’abete viene tagliato, successivamente sezionato per usufruire del suo prezioso legno bianco. E il legno viene trasformato in carbone, attraverso l’antico lavoro dei carbonai. Quel che resta è solo cenere.
 
 
Quattro momenti, quattro trasformazioni, quattro vite che, alla fine ciclo, tornano cenere che si perde nello spazio e nel tempo. Una visione lirica ed elegiaca sui cicli della vita e della natura, sulle tradizioni perdute e sui luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato. Quasi in ossequio alla fiaba estremo-orientale di stampo animista, Frammartino partorisce un’opera fondata sul mistero di quattro vite indissolubilmente correlate che si intrecciano e che si disperdono come granelli di povere nell’aria. Il tutto senza bisogno di dialoghi, ma affidandosi solo ai suoni della natura, al soffio del vento e ai lamenti delle capre. Una scelta estrema e coraggiosa, che certo non potrà incontrare il consenso del grande pubblico ma che, sulla scia del lungometraggio d’esordio, può trovare la sua particolare nicchia di appassionati e il consenso di parte della critica. Le scelte tecnico-esteiche, come l’uso di piani sequenza abbastanza statici, di campi lunghi e panoramiche dall’alto, rafforzano l’idea di un cinema dal passo lento e dal taglio meditativo, vagamente intellettualistico ma sufficientemente sincero nel restituire la sua idea di misticismo laico fortemente legato alla materia: “Le quattro volte è un film in togliere – spiega il regista -, comincia tradizionalmente, fissandosi sull’uomo, e poi via via sposta il centro dell’attenzione su tutto ciò che gli sta intorno, e che normalmente è poco più che uno sfondo, fino a privare lo spettatore di ogni riferimento. Ovviamente, in questa perdita progressiva del protagonista, si vorrebbe che fosse contenuta anche una scoperta, la scoperta di pari dignità fra l’umano e gli altri regni”.
 
 
L’idea del titolo viene da una frase che alcuni studiosi hanno attribuito a Pitagora (“in noi ci sono quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra.”), che con le sue tesi sul rapporto tra il mondo umano, animale, vegetale e minerale ha influenzato notevolmente l’opera di Frammartino.  Il regista ha immaginato un vero e proprio percorso di conoscenza, concentrando l’attenzione sul dettaglio e sulla cura dei “personaggi”, tra i quali dobbiamo considerare anche l’albero e la cenere. Le sequenze più emotivamente toccanti, sono sicuramente quelle legate alla nascita, alla crescita e allo smarrimento del capretto bianco, i cui lamenti risuonano come vasta eco nella natura circostante, fino ad arrivare agli spettatori in sala. Nel gioco di specchi proposto dal regista milanese, lo spettatore è chiamato a una partecipazione quasi interattiva, rafforzata da alcuni mirati inganni visivi immaginati ad arte da Frammartino. L’estetica proposta ricorda in parte il cinema del taiwanese Tsai Ming-liang (Goodbye Dragon Inn), e più in generale accosta l’esistenzialismo naturalistico di Franco Piavoli (Il pianeta azzurro, NostosIl ritorno), settantasettenne regista lombardo sempre rimasto ai margini della possibile notorietà, ma premiato addirittura dall’UNESCO per l’alto valore delle sue opere. La pellicola è stata invitata anche al Festival di Cannes, e presentata nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, portandosi a casa il prestigioso Europa Cinemas Label, oltre che il singolare Premio della Giuria (il Palm Dog, bizzarria tutta francese) per l’interpretazione del cane Vuk. Al di là della forma e dei riconoscimenti ottenuti, comunque, Le quattro volte lascia filtrare un tema che, lo si accolga o meno, invita lo spettatore a interrogarsi sul senso profondo dell’esistenza: abbiamo in noi quattro vite distinte, secondo Michelangelo Frammartino e la scuola pitagorica, e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte.
 
Regia: Michelangelo Frammartino. Soggetto e sceneggiatura: Michelangelo Frammartino. Direttore della fotografia: Andrea Locatelli. Montaggio: Benni Atria, Maurizio Grillo. Scenografia: Matthew Broussard. Costumi: Gabriella Maiolo. Suono: Paolo Benvenuti, Simone Paolo Olivero. Produzione: Vivo film, Essential Filmproduktion, Invisibile Film, ventura film. Origine: Italia / Germania / Svizzera, 2010. Durata: 88 minuti.
 
Federico Magi,maggio 2010.
 
Prima pubblicazione cartacea dell'articolo: Il Secolo d'Italia, 27 maggio 2010. © Il Secolo d'Italia. L'articolo appare su Lankelot in versione lievemente ampliata.
ISBN/EAN: 
000

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(Le quattro volte) "Quattro

(Le quattro volte) "Quattro momenti, quattro trasformazioni, quattro vite che, alla fine ciclo, tornano cenere che si perde nello spazio e nel tempo. Una visione lirica ed elegiaca sui cicli della vita e della natura, sulle tradizioni perdute e sui luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato. Quasi in ossequio alla fiaba estremo-orientale di stampo animista, Frammartino partorisce un’opera fondata sul mistero di quattro vite indissolubilmente correlate che si intrecciano e che si disperdono come granelli di povere nell’aria".

[frammartino] carico subito

[frammartino] carico subito in prima!

[Piavoli - fede]

[Piavoli - fede] scrivi: "’esistenzialismo naturalistico di Franco Piavoli (Il pianeta azzurro, NostosIl ritorno)"

> Piavoli non l'ho mai sentito nominare, Fede. Ti va di approfondire? Potresti schedare qualche suo film?

(Piavoli) Se riesco a

(Piavoli) Se riesco a recuperarne almeno uno si, non è semplice.  Ma cerco bene.Sono in sostanza una sorta di film documento su tematiche e ambientazioni simili a quelle questione. A mio modo di vedere anche migliori, di questo.

[piavoli] aspettiamo;). Nel

[piavoli] aspettiamo;). Nel frattempo, so che devi caricare ancora diversi pezzi che hai pubblicato sul giornale. Daje!

(pezzi da caricare) Non so se

(pezzi da caricare) Non so se li caricherò tutti, per il Secolo scrivo in modo più giornalistico, e qui invece mi piace scrivere in altra maniera. E poi devo integrarli, per portarli qui. Vedremo;)

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