Forman Milos

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Autore: 
Forman Milos
McMurphy (Jack Nicholson), stanco di finire incarcerato per l’ennesima rissa,  si è lasciato credere pazzo per evitare di scontare due o tre mesi di prigione. Così, condotto in una clinica psichiatrica, è stato integrato in un gruppo che comprende pazienti ricoverati sia volontariamente che per costrizione. Mac, così i compagni prendono a chiamarlo, è un ragazzo di grande vitalità e di viva sensibilità; è arrogante ed estremo, ma ha un carisma e un magnetismo davvero irresistibili.
Responsabile del gruppo di malati che conta tra le sue fila anche McMurphy è l’infermiera Ratched, algida e impassibile, d’una professionalità e una freddezza talmente esemplari da apparire rigide e aberranti. Mac conta di liberarsi rapidamente dalla noia della degenza nella clinica psichiatrica, ignorando che il periodo di tempo da scontare non è necessariamente quello previsto per la carcerazione. Scopre così che il suo futuro verrà determinato e deciso a discrezione dell’infermiera Ratched e degli psichiatri della struttura.
Mac non ha tardato a conquistare la fiducia dei suoi compagni: affascinati dalla sua determinazione e dalla sua effervescenza, dalla sua capacità di opporsi alle leggi e agli ordini di Nurse Ratched e del personale della clinica, sembrano poco a poco riscoprire le proprie energie e ritrovare entusiasmo, e voglia di vivere. La comunicazione nel gruppo migliora. Si gioca, si scherza, si torna a sorridere e a ridere. Un giorno, perfino, si troveranno a vagabondare su un peschereccio, all’aria aperta: perché Mac è la chiave per aprire porte che il gruppo aveva deciso di tenere serrate per sempre. Mac conosce i colori della speranza. Fosse pittore, dipingerebbe anime. Sorridendo, una sigaretta accesa.

Mac non è un alienato, né un nevrastenico: è un diverso.
Un diverso che pagherà la sua straordinarietà e la sua estraneità alle norme e alle consuetudini del sistema e della società con l’interdizione della propria libertà, con il ricovero coatto in un manicomio e una successiva, violenta oppressione.
 
Ma tutto quel che avviene non può essere cancellato dalla violenza del sistema. La voce di un’anima viene ascoltata dalle altre anime, interiorizzata e arricchita con le esperienze e le conoscenze di ciascuno. Ogni storia individuale assume altri significati; può determinarsi un cambio di direzione.
In qualsiasi momento. Sempre.
 
Il simbolo del potere della comunicazione e dell’empatia è il Grande Capo. Chief Bromden. Il Grande Capo è un orgoglioso indiano internato da anni, creduto sordomuto dall’intera comunità perché mai ha interagito con l’esterno. Mac risveglierà il dormiente, con la sua umanità e la sua gioia di vivere. Restituirà vita e coraggio ad un uomo che s’era appassito e si stava spegnendo. Salvare Chief significherà salvare l’umanità. Un solo uomo può incidere nella storia di tanti altri e cambiare le nostre sorti.
E così, quando il Grande Capo torna a parlare e a rispondere ai richiami della vita, e progetta e sogna una fuga da quella clinica che è una prigione, si testimonia la conclusione e l’epilogo d’un messaggio disperato e splendido: vivi, e rimani libero. Rivendica la tua esistenza, e afferma la tua dignità.
Resisti, e ribellati. Manda in frantumi la gabbia, e fuggi, compagno.  
 
La differenza sostanziale tra il film di Forman e il romanzo consiste nel ruolo del narratore: nel romanzo, la storia viene raccontata dal Grande Capo, “Chief Bromden”, con una singolare avvertenza. “Ho taciuto così a lungo che ora tutto ruggirà fuori di me come un fiume in piena e voi potrete pensare che chi racconta queste cose stia farneticando e vaneggiando, Dio mio; è troppo orribile, penserete, perché sia potuto accadere realmente, è troppo spaventoso per poter essere la verità! Ma, vi prego. È ancora difficile per me avere le idee chiare, pensandoci. Però si tratta della verità, anche se non è accaduto”.
 
Una premessa del genere è sufficiente per discutere la credibilità e l’attendibilità di un’intera narrazione. Forman ha preferito, nel film, non adottare alcun punto di vista preferenziale. Big Chief Bromden è un personaggio emblematico, ma certamente marginale per larga parte della pellicola, incentrata sul rapporto conflittuale tra McMurphy e l’istituzione dell’ospedale psichiatrico. Per questa ragione, ritengo si possa parlare di due opere fondamentalmente autonome.   
Lo splendido film di Forman può tornare di grande attualità in questo periodo: dubito che si possa tardare ulteriormente a ridiscutere la legge Basaglia, dubito che si possa continuare a trascurare il grido di dolore della follia, dubito che si possa condannare al silenzio l’opera di Tobino.
 
Sono convinto che qualcuno andrà a difendere le proprie teorie e il proprio credo giocando sui fortunati simbolismi di questa pellicola. 
L’opinione pubblica dovrebbe avere acquisito sufficienti informazioni e dovrebbe aver preso coscienza delle condizioni dei degenti nei manicomi prima dell’avvento (e del sopravvento) delle teorie del Basaglia: impossibile che si ripetano le barbarie del passato. Tuttavia, ideare nuove strutture e meditare nuove strategie di cura dei pazienti significa oggi voler sublimare le drammatiche carenze d’una legge che si sta rivelando inadeguata, utopica e assassina.
Il cinema può dare una scossa all’assopita opinione pubblica, in tempi e modi differenti: una nuova riflessione può destarla il recente “K-Pax” di Softley, tratto dal primo episodio della trilogia di Brewer, film certamente imparentato, a differenza del romanzo, con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Interessanti meditazioni possono derivare poi da una passeggiata all’interno degli odierni centri di igiene mentale, aperti al pubblico. Trascurare il dramma delle malattie mentali è delittuoso.

Detto questo, concludo. Questo film è d’una dolcezza e d’una bellezza addirittura sconfortanti. Non merita d’essere macchiato da letture ideologiche. 
È la parabola di un diverso, catturato, soffocato e massacrato da un sistema che tende ad appiattire e omologare quanto più possibile atteggiamenti, comportamenti, stati mentali. È il canto di dolore di altri infelici e di altri diversi, che si riconoscono nella vitalità e nel ribellismo di McMurphy. È un tributo alla libertà, e uno splendido omaggio alla cultura delle differenze.
Da vedere, e da amare.    
 
Regia: Milos Forman.
Sceneggiatura: Bo Goldman, Lawrence Hauben.  
 
Tratto da un romanzo di: Ken Kesey.
Direttore della fotografia: Haskell Wexler.
Montaggio: Sheldon Kahn, Lynzee Klingman. 
Interpreti principali: Jack Nicholson, Will Sampson, Louise Fletcher, Brad Dourif, William Redfield, Michael Berryman, Peter Brocco, Danny De Vito, Dean Brooks, Alonzo Brown, Scatman Crothers, Sydney Lassick. 
Musica originale: Jack Nitzsche.
Produzione: Michael Douglas, Martin Fink, Saul Zaentz.
Origine: Usa, 1975.
Durata: 133 minuti.
 
Lankelot, Gianfranco Franchi, giugno del 2003.
 
Sottofondo adottato nella stesura della recensione:
“I can’t escape myself” e “Unwritten Law” dei The Sound.

ISBN/EAN: 
7321958374634

Commenti

"Ho taciuto così a lungo che ora tutto ruggirà fuori di me come un fiume in piena e voi potrete pensare che chi racconta queste cose stia farneticando e vaneggiando, Dio mio; è troppo orribile, penserete, perché sia potuto accadere realmente, è troppo spaventoso per poter essere la verità! Ma, vi prego. È ancora difficile per me avere le idee chiare, pensandoci. Però si tratta della verità, anche se non è accaduto?.
(Kesey)

"È la parabola di un diverso, catturato, soffocato e massacrato da un sistema che tende ad appiattire e omologare quanto più possibile atteggiamenti, comportamenti, stati mentali. È il canto di dolore di altri infelici e di altri diversi, che si riconoscono nella vitalità e nel ribellismo di McMurphy. È un tributo alla libertà, e uno splendido omaggio alla cultura delle differenze.

Da vedere, e da amare". Concordo, e poi qui Nicholson è magnifico.

Come al solito premetto che non sono sicuro di non averne già parlato, quindi se mi ripeto mi scuso, ma del film ciò che ho apprezzato di più è stata... l'intervista nel dvd allo sceneggiatore (credo fosse lui), commosso e commovente mentre dava la sua interpretazione della parabola di McMurphy: una persona può perdere la famiglia, chi ha di più caro al mondo, venire ricoperto di ingiustizie, sopportare e non averna mai una vinta, ma se alla fine della sua vita può dire di aver fatto quello che doveva fare allora non può avere rimpianti. Perdonatemi, lui lo diceva molto meglio.

La pellicola, al di là dell'atroce dolore per la 'soluzione' adottata per fermare McMurphy, non ho provato molto, ricordo solo con piacere l'entrata in scena di Nicholson quando gli tolgono le manette e i 'camei' di alcuni attori poi diventati famosi come Danny De Vito.
Certo anche l'infermiera non era un personaggio da sottovalutare.

Incredibile come con i dvd si scoprano certi particolari, Douglas senior, oltre ad aver costretto Kubrick a non mettere il lieto fine in PATH OF GLORY per renderlo più digeribile e commerciale, perse non so quanto tempo mettendo in scena a teatro il romanzo, ci credeva veramente nella potenza della storia al di là del continuo insuccesso di pubblico e di un certo disamore di alcuni attori.

"La differenza sostanziale tra il film di Forman e il romanzo consiste nel ruolo del narratore: nel romanzo, la storia viene raccontata dal Grande Capo..."
"Forman ha preferito, nel film, non adottare alcun punto di vista preferenziale."
"Lo splendido film di Forman..."

Sono perfettamente d'accoro, Gianfranco.
Il film è un?indimenticabile interpretazione di Nicholson, un intenso film ai limiti della società. Forman traccia con estrema essenzialità un percorso, o più percorsi, di riscatto e liberazione, in un collettivo che sta sempre più divenendo controllore e limitante della libera creatività umana.
E? un film doloroso.

Ti ringrazio di averlo presentato.

Raffaella

Grazie a te, sempre.

uccidimi: non l'ho mai visto :-). Poi ti leggo con calma, comunque

"Mac conosce i colori della speranza".
Bellissimo.

"La voce di un?anima viene ascoltata dalle altre anime, interiorizzata e arricchita con le esperienze e le conoscenze di ciascuno. Ogni storia individuale assume altri significati; può determinarsi un cambio di direzione.
In qualsiasi momento. Sempre."
Ho visto solo il film, molti anni fa, ricordo la grande interpretazione di Nicholson e la figura del grande indiano, un personaggio emblematico.
Confesso di non aver letto il libro. Per il resto, direi che si lega ai commenti fatti in calce alla rec a Tobino.
Ottima riproposizione.

io non lo amo. lo adoro! è, assolutamente, uno dei miei film preferiti. ; ) di quelli che ho visto decine e decine di volte e non mi stanca, o annoia, rivedere. mai. (un altro è "arancia meccanica". e, anche lì c'è, inaccettabile, annullamento della libertà. sarà un argomento che mi brucia?!)

il titolo in italiano non rende. "to fly over cuckoo?s nest" è usato per dire andare in manicomio. ma, perchè il cuculo? il cuculo è un uccello diverso. il cuculo non fa nido, usa quello degli altri per depositare le uova. il cuculo non si prende cura dei suoi piccoli. il cuculo non è normale.

Nicholson è perfetto! sono sempre indecisa se preferire il suo McMurphy o il suo Torrance. (aggiungo anche "shining" alla lista. anche la follia con un pizzico di paranormale stuzzica il mio interesse...)

l'ho fatto vedere anche a mio figlio. forse era presto per un ragazzino di dodici anni? non so. tratta temi che affrontiamo spesso: la diversità e il sottilissimo filo che divide la "pazzia" dalla "normalità", la libertà di essere come si vuole e non come vogliono gli altri. (se l'è chiesto anche lui ad un certo punto chi è davvero folle e malato. i pazienti? o dottori e infermieri?)

(mi tocca assolutamente recuperare la lettura del romanzo... mi piace troppo confrontare parole a immagini! ; ) mi tocca recuperare Tobino. e, anche il sottofondo mi manca... tornerò a rileggerla.)

6. ti ammazzo IO, bauletto. recupera al più presto! ; )

Una originale e sentita campana del sistema "manicomico" americano e generale del periodo. Quando la lobotomia era una terapia. Il finale è una boccata di libeccio, grande.

"il cuculo è un uccello diverso. il cuculo non fa nido, usa quello degli altri per depositare le uova. il cuculo non si prende cura dei suoi piccoli. il cuculo non è normale".

> ecco, questa è una splendida integrazione.
Credo che tuo figlio ti sarà riconoscente per la visione del film, dovrebbe essere nell'età in cui certe scene rimangono impresse nel tempo, e niente le può dissolvere.

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