PREMESSA
La pellicola ha molti colpi di scena: così come la vita e la carriera di Kaufman, si basa sull’incertezza: lo spettatore non sa subito se ciò che ha davanti agli occhi è reale o un bluff. Per questo motivo ho deciso di tralasciare molti particolari del film e della vita privata dell’attore. Anche particolari cruciali e fondamentali della trama.
IL FILM
A proposito del film Bugiardo, bugiardo Pino Farinotti disse “A Jim Carrey viene data molta corda. Peccato non la usi per impiccarsi”. Più che d’accordo.
C’è da ammettere però che in Man on the moon, il noto commediante americano sia decisamente migliorato.
Come tutti i film biografici, esso diviene oggetto di commemorazione, ha uno scopo celebrativo che opera sulla memoria, talvolta rischiando di essere poco verosimile rispetto alla realtà dei fatti.
Man on the moon è essenziale perché porta alla luce uno dei più grandi enigmi umani che la storia dello show business ci abbia regalato e, contemporaneamente, negato: Andy Kaufman.
Non è certo, ma gli addetti ai lavori – tra cui anche Forman – riferiscono che Carrey si fosse talmente immedesimato nel personaggio che per tutto il tempo delle riprese ha preteso di essere chiamato Andy; parlava e si comportava come Kaufman, sul set e non.
La storia ha un curioso prologo: Andy (Jim Carrey) in uno sfondo nero si rivolge al pubblico. Tace e mette su un disco. Ci dice che il film è noioso e manda immediatamente i titoli di coda. Ovviamente la trovata non è per nulla originale, ma presenta subito lo spirito del film: chi si annoia se ne può anche andare.
Ecco che partono le immagini amatoriali di Andy fanciullo e della sua famiglia, poi ecco il bambino che in camera sogna di diventare il più grande show business-man. Un attimo dopo lo vediamo adulto, che canta ad un pubblico svogliato una canzone incresciosamente infantile.
Il vero Andy Kaufman
La peculiarità del suo talento sta nel fingere di essere un perdente, un incapace, essere deriso per quello che non è: sfottere il pubblico. Ma non apertamente, quando egli capisce che il pubblico lo crede un incapace, egli ne gode perché allora è riuscito a farglielo credere.
Il talento del comico viene annusato da George Shapiro, produttore televisivo, e Andy sbarca in televisione: sarà uno dei personaggi del telefilm Taxi, al quale parteciparono come attori fissi Danny DeVito e Christopher Lloyd. Nel frattempo Kaufman giunge al Saturday Night Live, lo stesso programma che lanciò John Belushi, Dan Aykroyd, Chavy Chase.
La fama per il suo personaggio Latka in Taxi diventa presto molto vasta: è ora che decida di mostrare la sua vera arte. Autore del wrestling che vede protagonisti lui contro sole donne – riesce a vincere sempre – pian piano va corrodendo la sua carriera, fatta di tiri bassi verso il pubblico, cose non gradite ai produttori che gli impediscono di continuare a lavorare in televisione. Il cancro non verrà preso sul serio, considerato uno dei soliti bluff; l’ultimo spettacolo, il canto del cigno al Carnegie Hall si conclude con latte e biscotti gratis per tutto il pubblico in sala.

La pecca del film sta nell’aver ecceduto col sentimentalismo, forse per poter allargare il raggio di fruizione anche su un pubblico che mai potrebbe accettare Kaufman come artista. È molto facile infatti pronunciare conclusioni severe su un uomo che si è autodistrutto e a cui non è stata offerta l’opportunità per rifarsi, per via soprattutto della morte prematura. Anche nella scelta di Carrey si intravede un mezzo per arrivare ai più, ma, sembra quasi matematico, quando i toni si fanno vagamente impegnati, anche al solo ricordo, l’interesse cala. Agli Accademy Awards il film è stato ignorato. Chissà se a Kaufman avrebbero dato un Oscar alla carriera (non prima dei 90 anni, ovviamente).
La vita di Kaufman è molto adatta al cinema, Forman sfrutta i colpi di scena non solo limitandosi a filmarli, ma ricostruendone dettagliatamente gli ambienti, riproponendo le atmosfere del periodo, gli studi televisivi, le stanze dei produttori, i retroscena. È il gusto dello svelare ciò che c’è sotto che ritorna nel film, e appassiona perché sviscerando le membra della televisione tutto ci appare più melmoso e viscido, come se si stesse squartando un corpo all’esterno bellissimo: il fascino estetico svanisce di fronte agli elementi che lo compongono.
Kaufman ha un suo show personale nel quale, in una scena, si ritrova a parlare con un pupazzo della sua infanzia. Il discorso è molto sentimentale, ma ad un tratto l’immagine salta, è difettosa, per qualche secondo: non è casuale, l’ha voluto Andy. Sa che la reazione dello spettatore medio è quella di alzarsi e tirar dei pugni al televisore. In sala produzione, mentre visionano il pilota, lo show puntualmente si disturba e accade quanto Andy aveva previsto: uno di loro si alza e tira degli sganassoni contro la tv. Si decide che lo show non andrà mai in onda.
Questo è lo spirito del comico riassunto in una sola sequenza. L’intuizione sul comportamento del pubblico. Ma il film dimostra che Kaufman non era solo questo, era un uomo in grado di amare, di stupire, aveva inclinazioni religiose dedite alla meditazione, sapeva far ridere.
Ma era disgustato dall’ignoranza. Taxi, telefilm sciatto e “per tutti”, era mal sopportato da Andy e se un pubblico universitario, che si presume istruito, al suo arrivo pretende di rivedere le gags di Latka, allora Kaufman non ragiona più ed è capace di impiegare uno spettacolo nella lettura integrale de “Il giovane Gatsby”.
Il ritmo del film è più che discreto, il talento degli attori notevole, guardando Carrey vediamo Andy, filologicamente appagante e decisamente coinvolgente. Il difetto è stato solo a livello distributivo evidentemente.
Perché il film merita di essere visto, lo merita Forman, lo merita Carrey, lo merita soprattutto la memoria di Kaufman.
La scena finale è significativa e metaforica. Andy vola in Polinesia per farsi curare da “medici” che di scientifico non hanno nulla, i quali strappano le malattie dai pazienti esportandone le parti infette con le mani nude. Senza lasciare segno sulla pelle. Andy si sottopone e scopre il trucco: niente operazione, solo un po’ di sangue gettato sulla pelle integra. È finzione. La sua ultima possibilità di salvezza è un bluff. In un primo piano dall’alto di Carry malato e rassegnato un sorriso di comprensione per la vera fine. Hanno usato la sua stessa tecnica, ma non ci sono riusciti. Lui ha visto, è tutto finzione. Non resta che la morte.
ANDY KAUFMAN
Man on the moon è un omaggio delicato ad uno spirito libero.
Era un uomo proveniente dalla Luna, Kaufman, poeta dadaista che viveva l’arte come un gioco. Dick Cavett disse una volta, parlando di Groucho Marx, che uno dei suoi rimorsi era quello di non aver potuto registrare le battute che il comico diceva nella vita privata. Se il pubblico avesse conosciuto o semplicemente compreso l’arte celata di Kaufman, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Il film è stato concepito con almeno venti anni di ritardo. Kaufman avrebbe meritato di vederlo. Per sabotarlo.
Soggetto e Sceneggiatura: Scott Alexander & Larry Karaszewski.
Montaggio: Adam Boome, Christopher Telllerfsen, Lynze Klingman.
Fotografia: AnastasMichos.
Costumi: JeffreyKurland.
Musica originale: R.E.M., Norman Henry Mamey.
Produzione: Danny DeVito, Michael Shamberg, Stacey Sher.
Produttori esecutivi: George Shapiro, Howard West, Michael Hausman.
Origine: Usa, 1998.
Durata: 114 minuti.
Commenti
Mi viene qui da pensare all'ultimo Carmelo Bene che dice che si è o non si è "capolavori". Non restano le opere d'arte, perchè lo si è. "Mancati, magari. Ma pur sempre capolavori". In effetti non restano opere di Andy Kaufman, perchè egli era ciò che produceva. A dispetto dell'immagine che conosceva il pubblico, che era scandalosamente falsa. E' come ha vissuto, per sé e per pochi. Facendosi adorare dalla massa. Un capolavoro mancato, probabilmente.
Cosa c'è di più affascinante e più umano?
L'odio.
Quello s'innesca con grande facilità , e si spegne rapidamente. Basta cambiare oggetto.
Non sempre rapidamente. Quando è autentico è sublime, nella sua infinita scorrettezza.
Ma è più facile caderne vittima che dell'amor dell'arte. Questa la si deve andare a cercare, l'odio arriva da sé.
Che venga, saprà far derivare altra scrittura intelligente. E sicuramente imporrà direzioni nuovissime.
Altro dubbio che mi ronza pel capo: è mai esistito un birro letterato?
No, c'era il boia dell'antico Vaticano, quel Mastro Titta, c'era quell'altro boia del manuale, ma birri non direi. Potrei sbagliarmi, ma non direi. Ah sì. In America, scrivono romanzi polizieschi.
Man on the moon è un omaggio delicato ad uno spirito libero.