Storie di serial killer, imprevedibili e inafferrabili, folli e geniali, disturbati quanto originali nel motivare il loro istinto punitivo quasi “divino” (molti di essi si sentono un Dio, in effetti, un essere superiore e trascendente); storie che Fincher ha nelle proprie corde, se ricordiamo il riuscitissimo Seven, in cui trasferisce la propria vocazione a far cinema d’ atmosfera, cupo ed enigmatico. Vocazione al cupo che percorre tutta l’opera del nostro, per alcuni sopravvalutata, ma pur sempre significativa di titoli come il già citato Seven, Fight club, il claustrofobico terzo Alien e i più deludenti The game e Panic room. Dopo tante prove legate a trame immaginifiche o ai limiti del credibile, Fincher sceglie nuovamente un serial killer come protagonista (imprendibile) della pellicola, ma non inventa nulla - forse romanza, ma è più che lecito lo faccia, trattandosi di opera di intrattenimento -, rifacendosi ad uno dei più inquietanti casi irrisolti dell’America del dopoguerra: i delitti compiuti da Zodiac.
Chi è Zodiac? È un serial killer compiaciuto della sua opera, vanesio ed egocentrico (come tutti i serial killer, più o meno, no?), che ha scelto un mirino come simbolo (e non confondetevi, non è una croce celtica), a cui piace farsi pubblicare lettere ed enigmi sulle pagine dei quotidiani delle zone in cui compie la sua efferata “missione”. Una sorta di missione, si, cosi la vivono questi esseri evidentemente disturbati, cosi la “giustifica” anche Zodiac, che comincia la sua macabra opera nel 1969, nella zona della Baia di San Francisco. Diventerà cosi, per anni, al pari di Charles Manson, il terrore della generazione yankee sessantottina, tutta concentrata a mettere “fiori ideologici” nei cannoni dell’esercito americano. Ma questa è un’altra storia. La storia in questione, invece, oltre all’inafferrabile pluriomicida, ha tre protagonisti evidenti. Un vignettista (Jake Gyllenhaal), un giornalista (Robert Downey Jr.) e un poliziotto (Mark Ruffalo). Vada per il giornalista, il poliziotto è sempre d’obbligo, ma il vignettista che c’entra? C’entra eccome, c’entra più di tutti, perché sarà proprio lui a condurre l’indagine più accurata, quando Zodiac sembra oramai da tutti dimenticato.


Proprio dalle ossessioni di Robert Graysmith, il vignettista che assemblò la sua ricerca in un due fortunati romanzi, Fincher trae il plot della pellicola. Segue le vicende dei libri fedelmente, e le dilata per più di due ore e quaranta, attraverso indagini e contro indagini, quasi estenuanti a dire il vero. E qui l’amletico dubbio. Ha fatto bene? Ha fatto male? Poteva far meglio? Difficile rispondere a questa domanda, perché Zodiac è un film che ha un suo fascino ma non una sua unità. C’è distanza, tra l’ottima regia ed una sceneggiatura ricca di spunti ma quasi del tutto priva di pathos. L’assenza di pathos è una pecca grave per un thriller, a meno che non si voglia considerare l’opera in questione una sorta di ricco documentario sui generis, che si avvale di regista e attori hollywoodiani. Ovviamente è una provocazione la mia, ma perché si è scelto di far durare il film cosi tanto, a dispetto di un esito conosciuto e nemmeno troppo incline al sussulto? Il dubbio resta, come resta la convinzione che si sarebbe potuto far meglio se il tutto fosse stato più brioso, meno meditativo e verboso. Ciò che latita difatti è proprio il ritmo, componente essenziale che in fondo, anche quando eccessiva, era stata elemento fondante e apprezzabile dell’opera fincheriana (se si eccettua l’ultimo, noioso, Panic room). È anche possibile che, essendo onesti fino in fondo, il doppiaggio italiano penalizzi i dialoghi, vista l’ottima accoglienza riservata a Cannes all’opera in versione originale.

I protagonisti, come sopra accennato, sono tre. Nessuno lascia tracce memorabili, ma l’interpretazione di Gyllenhaal convince, quella di Downey Jr., non favorito da un personaggio cui viene dato poco spessore, è di buon mestiere, quella di Ruffalo, con quel viso gonfio e quella pettinatura, ha un ché di involontariamente comico, in alcuni frangenti. La dimensione psicologica dei tre, nonostante la lunga durata, è tratteggiata al minimo livello di accettazione, mentre i contesti privati in cui agiscono gli attori sono toccati superficialmente e di sfuggita. Nemmeno il contesto storico, il Sessantotto americano, trova alcuna rilevanza narrativa, e allora si può ben dire che, a conti fatti, quello che nobilita maggiormente la pellicola è proprio la regia, che trova suggestive prospettive d’inquadratura (grazie anche all’utilizzo della macchina digitale Viper, che permette di modellare in maniera impressionante il colore), adoperando il mezzo tecnico come elemento fondante dello sviluppo narrativo. Soprattutto laddove riesce, nei pochi intermezzi "attivi", a donare all’assassino un’aura terrificante e maledetta: osservate la bellissima sequenza iniziale, o l’incursione che sorprende la coppietta al lago. Qui si che ci può tornare alla mente Seven.
Risultato complessivo: un film che può incuriosire, che in alcuni frangenti può anche affascinare, ma che è più che altro una nuova occasione mancata per Fincher, dopo Panic room. Eccessivamente penalizzato dalla forma documento. I tempi di Seven e Fight club, pertanto, sembrano ancora abbastanza lontani.
Regia: David Fincher. Soggetto: tratto dai libri "Zodiac" e "Zodiac Unmasked: The Identity of America's Most Elusive Serial Killer Revealed" di Robert Graysmith. Sceneggiatura: James Vanderbilt. Direttore della fotografia: Harris Savides. Montaggio: Angus Wall. Interpreti principali: Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Chloe Sevigny, Brian Cox, John Carroll Lynch, Elias Koteas, Adam Goldberg, Philip Baker Hall, Candy Clark, Dermot Mulroney. Musica originale: David Shire. Scenografia: Donald Graham Burt. Costumi: Casey Storm. Origine: Usa, 2007. Durata: 156 minuti.
Léon, maggio 2007.
FINCHER in LANKELOT
Commenti
Ecco a voi il nuovo Fincher: cosi cosi.
Integro l'archivio e formatto tutti i titoli a Fincher David...
Interessante questa trovata del vignettista. Il resto mi sembra materia al limite da visione domestica, sbaglio? Grazie per la nuova scheda e la nuova segnalazione.
3 - Da visione domestica, si. Nulla di più, nulla di meno.
Ma ce lo vediamo sempre con piacere :)
leggo ora. beh ci troviamo sostanzialmente in accordo. fantastica la sequenza iniziale sono d'accordo. questo film può essere catalogato come un buon disco, con 3 4 traccie di altissimo livello, in un mare di noia.
Non è il mio genere, né amo o esalto questo regista anche perché a "Seven" (pur ben fatto) ho nettamente preferito il quasi coevo "i soliti sospetti" e Panic room di Thriller ha solo l'etichetta e più che claustrofobico è quasi irritante e per me noioso. Opinione di un onesto spettatore :-).
Panic Room, concordo Paolo, di una noia mortale. Anch'io ho preferito I soliti sospetti a Seven, ma nel complesso li ho amati ambedue (i migliori thriller di quella stagione).
8. non sono "esperto" per sentenziare, però mi aggrada che abbiamo "visioni" in comune :-)
"Ovviamente è una provocazione la mia, ma perché si è scelto di far durare il film cosi tanto, a dispetto di un esito conosciuto e nemmeno troppo incline al sussulto? Il dubbio resta, come resta la convinzione che si sarebbe potuto far meglio se il tutto fosse stato più brioso, meno meditativo e verboso. Ciò che latita difatti è proprio il ritmo, componente essenziale che in fondo, anche quando eccessiva, era stata elemento fondante e apprezzabile dell?opera fincheriana (se si eccettua l?ultimo, noioso, Panic room)."
> Visto ieri notte, accordo pieno. Eccezionalmente lungo - e "verboso" è l'aggettivo giusto - nato da una sceneggiatura sballata e sviluppata male, non si tiene in piedi se non per i tre tronconi di trama differente (la redazione del giornale, i nodi burocratici della polizia locale, l'ossessione del vignettista) e rimane insoluto e sballato. Un film indegno di edizione italiana.