Fincher David

Panic Room

Autore: 
Fincher David

David Fincher è un regista contraddistinto da una vena gotica e tetra che ha pochi eguali, e, sfortunatamente, pochi epigoni nel panorama cinematografico statunitense.

Senza ombra di dubbio, è superfluo ricordare due delle ultime sue produzioni di maggior successo, “Seven” e “Fight Club”: imponenti affermazioni al botteghino, discreti riconoscimenti dalla critica. Entrando in sala, dunque, il primo sentimento non era la curiosità, ma l’attesa: “Fight Club” è stato il manifesto massimalista della nevrosi e del nichilismo della società contemporanea, un disperato tentativo di inneggiare alla violenza, quasi fosse l’ultima possibilità di espressione umana in un sistema frenetico, abulico e, se non robotizzato, almeno umanoide; “Seven” era ancora una volta una riflessione sul conflitto lacerante ed insolubile tra razionalità e ferinità, una bestialità contaminata dall’intellettualismo aberrante del serial killer; ci attendevamo dunque, ancora una volta, una pellicola che fosse almeno vicina all’ormai appurato topos delle opere fincheriane.

La presenza dell’algida Jodie Foster, nei panni dell’attrice protagonista, pareva una garanzia, non fosse altro che per l’epica interpretazione dell’agente Starling nel “Silenzio degli Innocenti”: il logos, l’intelligenza che si confronta e affronta l’animalità, l’istintualità atavica, incarnata dal cannibalismo del Lecter.

Ulteriore elemento a favore di questo “Panic Room” si rivelava, infine, il successo ottenuto oltreoceano, poderosamente echeggiato sin nella povera Europa: avevamo letto interessanti anteprime, pregustando l’ennesima alta tensione creata dal Fincher e le ennesime splendide riflessioni esistenziali dettate da un’opera dalle tematiche riconducibili al filone “Seven” – “Fight Club”.

Uscendo dalla sala, posso dire di poter salutare un solo elemento di rilievo nel film: i titoli iniziali, sperimentalmente e deliziosamente stagliati sulle cime dei palazzi quasi fossero cartelloni pubblicitari: davvero un’idea divertente.

Quanto al resto, ecco perché vi invito al limite ad affittare questo film quando verrà l’inverno e potrete goderne la sublime mediocrità in compagnia, a luci spente, nelle vostre stanze: procederò per brevi paragrafi, per comodità del lettore:


 

1)    La trama: Jodie Foster è una moglie separata da poco da un ricco magnate dell’industria farmaceutica. Assieme alla figlia, ha appena scelto la sua nuova modesta abitazione: una villa in Manhattan, sviluppata in più piani e dotata di uno dei più moderni dispositivi di sicurezza, la Panic Room che dà il titolo al film: una stanza blindata, una sorta di pseudo-rifugio atomico per intenderci, in cui gli abitanti della casa possono ritirarsi in caso di aggressione dai ladri, potendo contare su una dozzina di telecamere per osservare i loro movimenti e una linea del telefono alternativa a quella domestica. Durante la prima notte, ecco che giunge l’inattesa – si fa per dire – aggressione da parte di una strana combriccola di tre ladri; tutto il film si gioca sul legame Panic Room, con Jodie e la figlioletta, e tre ladroni che tutto fanno pur di raggiungere la stanza che contiene segrete meraviglie. Questa la trama: adesso sviluppiamone gli aspetti più deteriori e divertenti.


A)I messaggi subliminali: Non credevamo che Fincher fosse in crisi economica. Uscendo dalla sala, ho pensato di non voler avere mai più nulla a che fare con l’acqua Evian, con i monitor Sony, con i telefonini Nokia. Il film letteralmente bombarda il pubblico di messaggi pubblicitari, nient’affatto velati. Decisamente di cattivo gusto. Ma questo non è nulla.

B)Stereotipo Jodie Foster: ecco, una nuova parte per la nostra attricetta preferita: mascolina, gelida, in lotta col marito ricco e traditore, eroicamente femmina in una società maschilista. Patetico, in sostanza, lo studio del personaggio: la nostra, logicamente, è atletica e aggressiva al punto giusto. Indossa una canottiera nera che molto lascia intravedere e altrettanto sognare: Hollywood non si rassegna alla sua omosessualità e gioca ancora a illudere quel pubblico maschio che pure dovrebbe esserne irritato.

Ah, dimenticavo: non manca la fiera competizione verbale con la nuova compagna del marito, giovane e fascinosa modella – dicono, perché mai appare. Un cliché in meno. Per finire, la figlia promette di clonare la madre: ostenta freddezza e lucidità, e dentro ha il solito inferno di paure e contraddizioni femminili. Quando cambieranno soggettisti e sceneggiatori, in quel di Hollywood?

C)Stereotipo Forest Whitaker: usque ad tandem abutere, Forest, patientia nostra? L’ottimo Forest riproduce tratti di imbarazzante somiglianza con lo splendido personaggio interpretato in “Ghost Dog” di Jim Jarmusch; intelligente criminale, lì omicida qui esperto di informatica e telefonia, particolarmente umano e direi quasi eccessivamente e paradossalmente filantropico nei suoi atti e nelle riflessioni, combatte una battaglia personale contro l’universo. Qui si trova a ribellarsi ai due colleghi di rapina, addirittura a difendere le due donne segregate nella Panic Room, con lo sguardo bovino che già altrove apprezzammo.

Una strizzata d’occhio alla comunità nera? Probabile, ma rimanga inter nos.

D)Stereotipo Criminali Post-Tarantino: Il dramma di “Pulp Fiction” è stato che da allora è sostanzialmente impossibile non descrivere i criminali come un branco di alienati, grotteschi e iperbolici nelle espressioni verbali, quasi fossero una sinistra evoluzione della Banda Bassotti di Waltdisneyana memoria, solamente più volgare e cruda. I tre ladroni di “Panic Room” corrispondono al cliché: contraddittori, narcisisti, esibizionisti, arruffoni e pasticcioni. Un disastro. Totalmente irreali, totalmente non credibili. Il peggio si intuisce sin dalle prime battute, quando entra in scena uno di loro indossando un passamontagna: e allora la questione canonica del riconoscimento del cattivo perché non mostra il volto è svelata al pubblico. Mi raccomando, tenetelo d’occhio perché è davvero perfido. Pura mediocrità, ecco.

 

2)    La patologia di Hollywood: concludo la recensione di questa misera pellicola con una tormentosa riflessione. Perché mai, mi domando, Hollywood non si mostra in grado di liberarsi dalle ripetizioni, dai cliché, dai luoghi comuni, dalle mediocri invenzioni nel soggetto e nella sceneggiatura? Qui alcuni dialoghi sono di una semplicità imbarazzante; i personaggi non presentano nessun tratto originale; la pellicola sfocia in un intrattenimento per cinquantenni terrorizzati dai ladruncoli e per adolescenti affascinati dal seno di Jodie Foster. Io mi domando sin quando dovremo tollerare produzioni cinematografiche tanto mediocri: è repellente la considerazione che i produttori devono avere per la nostra intelligenza. Mi stupisce Fincher: un clamoroso passo indietro. La Foster è ormai preconfezionata; stessa sorte pare voler avere Whitaker. E allora, di questo “Panic Room” rimane un esito ultimo da sottolineare: l’ultima scena pare un gigantesco spot pubblicitario a favore delle agenzie immobiliari. Detto questo, invito i lettori ad affittare la cassetta e a bagnarla di bibite gassate stars & stripes, così da manifestare coerenza con i desideri dei produttori. Da cancellare.

 


 

Lankelot, G.F., Maggio 2002.

Questa recensione, revisionata nel luglio del 2003, è originariamente apparsa su ciao.com e lankelot.com

Regia: David Fincher.

Soggetto & Sceneggiatura: David Koepp.

Direttore della fotografia: Conrad Hall, Darius Khondji.

Montaggio: Jim Haygood, Angus Wall. 

Interpreti principali: Jodie Foster, Kristen Stewart, Forest Whitaker, Dwight Yoakam, Jared Leto, Ann Magnuson, Ian Buchanan, Patrick Bauchau.    

Musica originale: Howard Shore.  

Produzione: Judy Hofflund, David Koepp, Gavin Polone. 

Origine: Usa, 2002.

Durata: 112 minuti.

Info Internet: http://www.davidfincher.net/

 

ISBN/EAN: 
8013123373205

Commenti

Siamo in sintonia (quasi) totale nel giudicare i film che hai proposto oggi. Pessimo, questo "Panic Room", anche per me. Il peggior Fincher, da cui era lecito attendersi, visto i brillanti precenti, parecchio di più.

Sì, peccato sul serio. Ho visto, anni dopo - ma non recensito - anche l'opera prima, The Game. Che fa parte di quei film che riesci a vedere e godere una volta sola, perché è giocato su una serie di escamotage narrativi destinati a essere apprezzati soltanto nella prima visione.

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