Fincher David

Zodiac

Autore: 
Fincher David

Trama: Alcuni poliziotti, un vignettista e la stampa seguono le tracce lasciate volontariamente da un serial killer che si fa chiamare Zodiac che crea indovinelli e anagrammi per poterlo acciuffare. C’è un colore per ogni grande autore, quello di Fincher è certamente il giallo ombrato seppia, basso, tetro, che ci ha accompagnato da Alien3, passando per Seven e Fight Club. È un regista che in poco tempo ha toccato le corde del grande pubblico, per le scelte tematiche affrontate nei suoi film, per l’abilità tarantiniana di giocare con il ritmo narrativo, per l’inequivocabile impatto visivo delle sue inquadrature, per il gioco al nichilismo al quale spingono i suoi personaggi, premendo a tavoletta sulla strada dell’annullamento.
Con Zodiac Fincher torna sul tema del serial killer: lo fa a modo suo naturalmente. Si tratta indubbiamente di un thriller ad altissima tensione (almeno nel primo dei tre lunghi tempi), ma l’autore sa scardinare il genere dall’interno senza naturalmente abbatterne le colonne portanti. C’è ovviamente una premessa nella quale viene mostrato il primo di una lunga serie di omicidi di Zodiac, e le indagini che proseguono altalenanti per oltre un ventennio. C’è un squadra di polizia, c’è la stampa, qualcuno che indaga per conto proprio, un vignettista appassionato di enigmistica, un altro giornalista che finisce in depressione tra alcol e droga. E forse insomma c’è un po’ troppa carne al fuoco perché la pellicola venga seguita con la dovuta attenzione.
Sono tre ore di film nelle quali la sceneggiature scorre fluida per due tempi, ma nel terzo diventa implacabilmente verbosa e si gioca la metà della platea incagliandosi in ampollosi ragionamenti che tragicamente possono non far avanzare nelle indagini. Troppi casi, troppi nomi da ricordare, troppe piste (alcune inutili) su cui bisogna stare dietro; attenzione non è assolutamente colpa del ritmo, anzi, Fincher opta stavolta per un andamento lineare, che rende piacevole il passaggio da un conquista procedurale all’altra ma è come un bambino che in una stanza di giocattoli cerca di prenderne il più possibile e fatalmente gli cadono tutti: l’enorme mole di dati, il pedissequo seguire ogni impercettibile passo avanti nell’indagine (per poi essere magari un passo indietro), fa quasi implorare ad una regia appena più didascalica. Ci si alza dalla sedia con uno strano sentore di smarrimento, continuando a fissare lo schermo, che scorre i nomi finchè non si accendono le luci e rimane la voglia di capire cosa si è appena visto, se insomma è valsa la pena: non è facile valutare un’operazione artistica di questo tipo, senza correre magari il rischio di toppare, uscendo dalla sala son venute fuori due diverse chiavi di lettura.

1) Film sbagliato. Fincher realizza un thriller spento, eppure le carte ci sono tutte: serial killer, enigmi, indagini, un buon cast, ma quello che sembra aver toppato è il feeling con il pubblico, spinto nella ricerca di un riflesso di realtà, in cui le indagini hanno davvero quella lentezza, quel procedere per tentativi, quell’incappare nell’errore ma così facendo dimentica che mentre i suoi protagonisti hanno carta e penna per appuntarsi nomi e cognomi di vittime e indagati e che la vicenda spalma oltre vent’anni di indagini, chi sta davanti al grande schermo è al buio, e non può annotarsi niente; senza contare che l’eccesso traffico di informazioni, analisi e verifiche va a vanificare l’ispessimento psicologico dei protagonisti per cui ogni loro movimento risulta semplicemente forzato alla loro funzione giurisdizionale e i loro subplot appaiono schiacciati dall’enorme pressa narrativa dello svolgimento principale costringendo Robert Downey Jr al ruolo di semicomparsa.
2) Buon film. Fincher lancia una sfida nel lago delle convenzioni che il genere impone, lo prosciuga e realizza un prodotto ben strutturato, forse un po’ troppo lungo, ma dallo stile asciutto e diretto. È il tipico universo del regista, un mondo talmente reale da far male e lasciare lo spettatore senza appigli di salvezza, così come in Fight Club e più ancora con Seven. Piste, indizi, enigmi, sono solo dei falsi sostegni pronti a crollare, non ci si può affidare a niente, tutto è pura apparenza: una società che è matrigna, che ci allatta nel veleno delle convenzioni illudendoci che ognuno troverà la propria collocazione, ma quando arriva alle spalle l’eccezione, crolla questo nostro castello mentale. In fondo le didascalie alla fine ce lo dimostrano: il caso è stato risolto? Forse si e forse no.

Sospettati che tornano innocenti che ritornano colpevoli che ritornano innocenti. Giornalisti minacciati da serial killer che finiscono i loro giorni tra depressione, alcol e droga. Lo spettatore è volutamente vittima di questo massacro di informazioni: pur bombardato di informazioni ne saprà sempre di meno, più vede meno vede. Tutto è incerto, tutto è grande e vaporoso.
Quel che è certamente apprezzabile è il puntiglio orgoglioso di un artista che indubbiamente ha sentito la necessità di esprimere una propria intima visione di cinema, probabilmente il successo (un successo più da dvd che da grande schermo) dei suoi lavori, invece di spingerlo ad essere un autore diciamo “istituzionalizzato” lo ha spinto a mettersi in gioco ancora e ancora: è per questo che lascio queste due chiavi di lettura, simpatizzando ampiamente per la seconda, perché un autore affermato che “ci prova ancora gusto” a sperimentare, a perseguire la sua ambizione artistica non può che piacermi indipendentemente dal fatto che il film può essermi piaciuto o meno (diciamo che non mi è dispiaciuto). Forza Fincher.

Regia: David Fincher.
Soggetto: tratto dai libri "Zodiac" e "Zodiac Unmasked: The Identity of America’s Most Elusive Serial Killer Revealed" di Robert Graysmith.
Sceneggiatura: James Vanderbilt.
Direttore della fotografia: Harris Savides.
Montaggio: Angus Wall.
Interpreti principali: Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Chloe Sevigny, Brian Cox, John Carroll Lynch, Elias Koteas, Adam Goldberg, Philip Baker Hall, Candy Clark, Dermot Mulroney.
Musica originale: David Shire.
Scenografia: Donald Graham Burt.
Costumi: Casey Storm.
Origine: Usa, 2007.
Durata: 156 minuti.
 
Approfondimento in rete: http://wwws.warnerbros.it/zodiac/



FINCHER in LANKELOT

ISBN/EAN: 
7321961110229

Commenti

(integro credits, archivio fincher, tags!)

"un autore affermato che ?ci prova ancora gusto? a sperimentare, a perseguire la sua ambizione artistica non può che piacermi indipendentemente dal fatto che il film può essermi piaciuto o meno (diciamo che non mi è dispiaciuto)."

> Ciao Elio!
Non so dirti quanto Fincher sia sperimentale; se è sperimentale a livello di trama non significa che sia un cineasta sperimentale. Mi sembra sempre più un buon tecnico per un buon cinema di genere. Il tuo articolo è firmato da un appassionato:).

non ho capito bene il msg 2 ma nn sono d'accordo anche perchè nn mi riferisco solo alla trama (spero nn sia emerso il contrario)

Bah, ho una certa concezione dello sperimentalismo. Se scrivi che Fincher è un regista sperimentale allora - che so - INLAND EMPIRE di Lynch cos'è? La sperimentazione è una cosa seria.

come vuoi

http://www.goal.com/it/Articolo.aspx?ContenutoId=314853
consolati con la Coppa (e con l'autobus dei reds, molto sperimentale)

Ma il film è tratto dalla storia di un serial killer esistito veramente o sbaglio? In ultima battuta, vale la pena di andare al cinema a vederlo?

Fincher secondo me un po li ammira questi geni del male.

vale la pena vederlo una volta

Si, sostanzialmente non siamo lontani, Ryo. Si, certo, è un film che si può vedere. Anche in dvd, non necessariamente al cinema.

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