Fincher David

Il curioso caso di Benjamin Button

Autore: 
Fincher David
 

Il tema è la caducità del tutto.

Nato vecchio, con la mente offuscata, l’artrite e le piaghe in tutto il corpo, Benjamin viene abbandonato neonato dal padre sulle scale della casa-riposo di Queenie. La giovane donna di colore, sterile e senza possibilità di avere figli, decide di tenerlo contro il parere del medico, che lo dà spacciato, e del suo compagno Tizzy. Apparentemente Benjamin, afflitto da tipiche malattie senili, non ha alcuna possibilità di sopravvivere, eppure, contro ogni previsione, comincia a crescere e a diventare “grande”. E’ un bambino – sorride con timidi vagiti e gioca con i soldatini – imprigionato nel corpo di un vecchio attempato e malconcio e si muove su una sedia a rotelle. Benjamin cresce e crescendo i suoi muscoli si fanno forti, la pelle si rassoda e il cuore e le vene cominciano a pompare di nuovo sangue. Invecchiando, ringiovanisce. E ringiovanendo, ringiovanisce anche l’anima.

Un giorno, conosce Daisy, una bambina di circa dieci anni che gli cambierà la vita. Hanno la stessa età, eppure dimostrano settant’anni di differenza: è ancora troppo presto per essere davvero uniti e amanti. Al compimento del suo diciassettesimo anno, sessant’anni all’incirca, Benjamin decide di lasciare casa per intraprendere un lungo viaggio, come marinaio, a bordo della barca del capitano Mike. Sarà l’inizio di una lunga odissea contrassegnata dall’incontro di personaggi stravaganti e pittoreschi e dal ritrovamento della sempiterna Daisy.

 

 

Nascere vecchi e morire giovani non è cosa da poco, soprattutto se si muore neonati, nella culla, affetti da demenza senile. E invecchiare diventando ragazzi è un paradosso che stride, che provoca spunti, che espleta chiaramente il tema del tempo e dello scorrere del tempo. Perché le cose fuggono e sfuggono e prima o poi si perdono, definitivamente. E se invecchiare è normale, ringiovanire è peggio, quando hai l’acne e ti ritrovi senza memoria, quando dimostri ventanni e ti porti addosso tutto il peso di una vita vissuta senza logica. Il curioso caso di Benjamin Button è, in fin dei conti, un romanzo di formazione alla rovescia che purtroppo rimane ancorato alla splendida idea di base – tratta dall’omonimo racconto di Francis Scott Fitzgerald – e non riesce a evolversi.

L’idea infatti resta idea e non viene articolata. Fincher campa di rendita e si perde nella maniera e nei retaggi della messinscena. La regia non opta mai per una soluzione che sia appannaggio dei personaggi che, lungo il film, si sfilacciano sotto il peso di ridondanti soluzioni formali. Alcuni rapporti interpersonali – vedi quello tra il padre e Benjamin – sono risibili e ingiustificati, interpretati aneddoticamente. C’è un continuo ricorso al virtuosismo e alla soluzione gratuita. Come dimostra la sequenza dell’incidente di Daisy: qui, il gioco del montaggio, scortato da un voice over ridondante e pletorico, ci illustra come sarebbe stata la vita di Daisy se un fatto precedente l’incidente stradale, che la costringe ad abbandonare la danza, fosse andato in modo diverso. Insostenibile, anche per chi ama il destino, la fatalità e la ruota della fortuna. Insostenibile davvero.

Peccato, perché la giovinezza imprigionata nella vecchiaia e la vecchiaia imprigionata nella giovinezza erano coincidenze di ossimori che potevano sprigionare una riflessione davvero profonda sul secolare tema del tempo e della caducità delle cose. Solo il finale forse si riscatta parzialmente, quando Benjamin, ormai neonato, tira le cuoia e volge un ultimo commovente sguardo all’amata Daisy, ormai anziana e sulla via del tramonto. E’ in questa sintesi di sguardi che si racchiude l’intero senso del film: l’impossibilità di sfuggire al proprio destino e alle leggi biologiche del tempo.

Il curioso caso di Benjamin Button è un clone mal riuscito di Forrest Gump. Lo sceneggiatore, Eric Roth, è lo stesso e si vede nella sua ambiziosa e fallimentare struttura di incontri surreali e di sfiancanti sogni americani che sviluppano un’America fondata tutta su bozzetti, slogan e falsi miti. Il tema del diverso, apparentemente avvincente, si riduce a veicolare buoni sentimenti e speranza senza attingere mai a matrici di riferimento di lynchiana e burtoniana memoria, dove il “diverso” è davvero lo strumento per scardinare le ombre e l’ipocrisia di una società malsana, dove il confronto con il “diverso” è spesso occasione per una migliore conoscenza di noi stessi. Ma gli autori, i veri autori, si contano sulle dita di una mano e purtroppo Fincher è lontano anni luce da Lynch e da Burton.

Note tecniche.

Sottotono la fotografia di Claudio Miranda, qui alla sua prima opera davvero rilevante come capo reparto – si vede. Intensa Cate Blanchett, lascia senza fiato quando balla, da giovane, all’Opera di Parigi. Piatta e poco rilevante – ormai ci ha abituato – l’interpretazione di Brad Pitt, qui più monotono del solito e senza mai una vera idea interpretativa del personaggio.

Leibniz

 

Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Eric Roth
Tratto da un racconto di: Francis Scott Fitzgerald
Direttore della fotografia: Claudio Miranda
Montaggio: Kirk Baxter, Angus Wall
Interpreti principali: Brad Pitt, Cate Blanchett, Julia Ormond  
Musica originale: Alexandre Desplat
Scenografia: Victor J. Zolfo
Costumi: Jacqueline West
Produzione: Ceán Chaffin, Kathleen Kennedy, Frank Marshall
Origine: USA, 2008
Durata: 166 min.

Info: http://www.benjaminbutton.com/ / http://fincherfanatic.blogspot.com/

 

ISBN/EAN: 
5051891003941

Commenti

Fra, ti prego, impaginamelo bene... E poi mi sono uscite quelle scritte in testa al pezzo, dramma non sono capace:))

"Il curioso caso di Benjamin Button è un clone mal riuscito di Forrest Gump. Lo sceneggiatore, Eric Roth, è lo stesso e si vede nella sua ambiziosa e fallimentare struttura di incontri surreali e di sfiancanti sogni americani che sviluppano un?America fondata tutta su bozzetti, slogan e falsi miti. Il tema del diverso, apparentemente avvincente, si riduce a veicolare buoni sentimenti e speranza senza attingere mai a matrici di riferimento di lynchiana e burtoniana memoria, dove il ?diverso? è davvero lo strumento per scardinare le ombre e l?ipocrisia di una società malsana, dove il confronto con il ?diverso? è spesso occasione per una migliore conoscenza di noi stessi. Ma gli autori, i veri autori, si contano sulle dita di una mano e purtroppo Fincher è lontano anni luce da Lynch e da Burton".

Condivido totalmente. Un film senza mordente, fin troppo hollywoodiano e lontano dall'emozione e dal pathos dei film di Burton o Lynch. L'ho visto una settimana fa ed ero ancora indeciso se scriverne o no: mi hai risparmiato la fatica, Ian;) Anche perché non m'andava proprio di scrivere de sto film. Io non ho amato troppo neppure Forrest Gump (sarà perché non sopporto Tom Hanks), ma il film di Zemeckis è comunque superiore a quello di Fincher, che come ben dici è davvero una brutta coppia. Peraltro non di un capolavoro. Ah, la candidatura per Brad Pitt è quanto di più immotivato possa esserci: qui è un uomo a una dimensione, a una espressione sola. Molto meglio quando fa lo svitato o il decerebrato (Twelve Monkeys, Burn after reading), a mio parere.

Secondo me Brad Pitt non è stato male, soprattutto nella parte da anziano. Il film paga, più che altro, le proprie ambizioni, ed una sceneggiatura non all'altezza. Ma, dopo la visione, sono uscito dal cinema e stavo bene. Il tema del diverso non voleva essere sviluppato in senso "scardinante", ma sul fatto, secondo me, che, di fronte al tempo, "diverso" e "normale" si assomigliano molto più di quanto l'aspetto esteriore ci possa far sembrare.
La vita di Benjamin Button è curiosa, in certo senso, e non straordinaria. Naturale, e non diversa.
VAbbé, poi sarà che non mi aspettavo in fondo molto da questo film se non una serata piacevole, e questa me l'ha data.

1, fatto, con archivio Fincher in calce:)

3 - "Il tema del diverso non voleva essere sviluppato in senso ?scardinante?

Su questo posso essere d'accordo, è evidente che non c'è senso "scardinante": i paragoni con lynch e burton mi servivano a spiegare le mille strade che il film poteva prendere partendo da un'idea cosi avvincente. Il tema del diverso può essere approfondito e sviluppato in modi diversi, purtroppo il senso intrapreso da fincher si smarrisce dopo la prima mezzora, poi diventa una favoletta e la questione del tempo è risolta superficialmente.

3 - Su Pitt non sono d'accordo. Da vecchio lo aiuta il trucco, ma secondo me resta imbarazzante.

2 - Forrest Gump è un colosso in confronto, nonostanche anche io odi tom hanks e il film non si può certo definire un capolavoro.

Ma rispetto ai vecchi film di Fincher cosa c'è in comune, e cosa sembra diverso?

Mah.. Fincher non è un autore, nel senso che non si scrive le sceneggiature, quindi poco e niente:))

5. Capito Burton o Lynch. Rimanendo più vicino a quello che è questo film, avrei detto Spielberg, ecco.

7. FG migliore, sì. Sarà stato il regista?

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