“You are not your job. You are not how much you have in the bank. You are not the contents of your wallet. You are not your khakis. You are not a beautiful and unique snowflake. What happens first is you can't sleep. What happens then is there's a gun in your mouth. And what happens next is you meet Tyler Durden. Let me tell you about Tyler. He had a plan. In Tyler we trusted. Tyler says the things you own end up owning you. It's only after you've lost everything that you're free to do anything. Fight Club represents that kind of freedom. First rule of Fight Club: you do not talk about Fight Club. Second rule of Fight Club: you do not talk about Fight Club. Tyler says self-improvement is masturbation. Tyler says self-destruction might be the answer”.(dal film)
Non esiste rimedio alla dannazione. L’insonnia è il paradossale viatico per una lucidità perfetta. Non sempre è possibile tollerare una lucidità perfetta. La visione del niente è lacerante e corrosiva. Rifiuti quel è stato compreso, e preferiresti tornare indietro. Non sempre è possibile tornare indietro. Allora esistono due alternative.
Una è annullamento di sé; suicidio. Una è distacco da sé: creazione.
Creazione.
L’ombra esisteva da sempre. Non si era mai rivelata. Ti accompagnava. Spettro di sogno e di miseria, di grandezza e di estremismo autentico. Come in un racconto di Borges, ti avvicini ad essere l’unico creatore di un essere vivente: l’ombra si incarnerà, se saprai superarti, e così ti potrai dilettare nel gioco della percezione della realtà. Credi, allora, credi, adesso, nella tua creatura: fino a dimenticare il punto di partenza. Rinnega l’origine; o almeno, lasciala sfumare nella mente: diserta, infine.
Abbandonati al gioco. Domina confusione.
Il narratore si presenta con la canna di una pistola in bocca. Non so se sia una semplice coincidenza, ma giusto in contemporanea con “Fight Club” è uscito al cinema “Breakfast of Champions”(”La colazione dei campioni”) di Alan Rudolph. Prima scena: il personaggio principale, borghese, elegante e libero professionista, sta per uccidersi. Stessa arma, stessa estrazione sociale, stesso stile, simile postura. Singolare convergenza di idee, allora, mettiamola così: è una triste comune soggezione al macabro fascino autodistruttivo o un’embrionale apparizione di una nuova coscienza individuale nella medio-alta borghesia statunitense? Sta di fatto che allo spettatore italiano sembra di testimoniare una esasperazione e una disperazione senza precedenti nel cinema americano: e, se ne hanno, sono episodici e non certo così socialmente omologhi. È solo un’interessante analogia, mi fermo: torniamo alla trama del film di Fincher.
Il narratore torna indietro con la memoria e inizia a raccontare la storia a partire dalla sua battaglia contro l’insonnia, qualche tempo prima. Per l’ennesima volta, la narrazione è tutta in analessi.
Tecnica questa che mi sembra risultare, col passare degli anni, sempre più abusata. Ciò senza nulla togliere alla sua efficacia, per carità: mi limito a registrare che, tra le pellicole che ho recensito di recente, non ce n’è una che non sia iniziata dall’epilogo, o dalle ultime immagini prima dell’epilogo. “Secretary”, “The Doors”, “Radiofreccia”, adesso “Fight Club”. La constatazione più immediata è questa: se avessi avuto di fronte un romanzo, avrei dubitato della sincerità del narratore, e della sua fedeltà nel riportare i fatti, fin dalla prima pagina.
Un film presenta questo vantaggio: ci si dimentica del narratore. In fondo, chi narra? Il regista? Il montatore? Un personaggio? Ha credito il personaggio per quel che dice o quel che dice di aver visto, o ha credito, come narratore, il regista che sceglie come inquadrare il personaggio e come inquadrare quel che il personaggio dice o dice di aver visto?
Ogni inquadratura, in ogni film, è davvero una scelta etica. Ed estetica, ovvio.
Un film sa rapirti e trascinarti via con sé, senza darti tempo o modo di interiorizzare e metabolizzare le prime intuizioni, di registrare anche le più approssimative considerazioni. Sa sviarti, confonderti,illuderti. Delude più spesso proprio perché ci si attende qualcosa di prossimo alla perfezione, da un’arte tanto complessa e completa. Potenzialmente completa.
Lo spettatore conosce la fine della storia dopo tre minuti di pellicola. Eppure, non ne è turbato.
Allora si può concludere questa riflessione sulla tecnica di narrazione invitando soggettisti e sceneggiatori a considerare che, nascosto tra gli spettatori, c’è qualcuno che comincia a essere infastidito delle analessi. Non siamo ancora alla saturazione, ma vediamo di non bruciare le tappe, d’accordo?
Il narratore(Edward Norton), si diceva, inizia a raccontare la storia a partire da quella che giudica l’origine dei suoi mali: l’insonnia. Nulla più sembra reale al giovane ed elegante professionista americano: ogni immagine è filtrata e incrinata dalla sua alienazione, e non c’è medicina e non c’è cura per il suo malessere. Esistono sfoghi: come il protagonista di “American Psycho” di Ellis, il narratore-protagonista di Fight Club sublima la sua insoddisfazione rifugiandosi nel mondo di plastica dei loghi e dei marchi. Si nasconde, in cerca di conferme, rassicurazioni, certezze, negli oggetti che acquista.
La sua casa è un trionfo d’ogni ultima moda. Al punto tale che, in un certo senso, il narratore ne viene espulso; se ne sente espulso, perché diviene estraneo. Oppure, la casa diviene talmente “altra e d’altro”, da divenire invivibile e disumana. Rifiutata. Ingombra.
Il narratore è estenuato dalla miseria della sua esistenza. Niente più sembra trasmettergli vita, o vitalità. Si sta spegnendo. Va a cercare vita tra chi sarà presto ombra: cinico, si confonde e si nasconde nei gruppi dei malati terminali dei più svariati morbi mortali. Trova soddisfazione in quell’estremo aggrapparsi alla vita, trova piacere e quiete nelle lacrime di chi sta per morire e domanda ancora vita; e lui, che di vita ne ha ma non sa davvero cosa farsene, scopre senso e importanza. Fin quando non s’accorge che c’è una ragazza, Marla(Helena Bonham Carter)che segue le sue orme. Frequenta gli stessi gruppi. Sono in due a mentire, e a speculare sulle disgrazie degli altri. Non è forse solo cinismo. Magari è davvero disperazione nera. Ma lui sente che non possono convivere. Due mentitori, se si fondono, costituiscono una verità. Non è accettabile.
Punto di rottura nell’equilibrio psicologico del protagonista. Dissociazione. Distacco da tutto il suo passato. Incontro con uno strano individuo, Tyler Durden(Brad Pitt). Tyler vive ai limiti, emancipato da qualunque gruppo sociale, alieno alla logica degli status symbol.
È puro odio. È pura distruttività. Furore nichilista.
Nel sogno della distruzione di un sistema che permetta ad ogni individuo di ripartire daccapo.
La riscoperta della vita, della sua unicità, e dell’autonomia possibile per ogni individuo, partirà dalla violenza. Ma, come saprete, non posso parlarne.
Prima regola del club: non ne parli. Seconda regola: non ne parli.
David Fincher, già noto come regista di video musicali e del film “The game”, sconvolge il pubblico, con questa pellicola, nel 1999. Pellicola dal ritmo rapido, incalzante e dalla trama niente affatto elementare, e ben distante da una interpretazione pacifica. Il messaggio di questo film è quello lanciato dal megafono, in un’automobile impressionista, in “Waking Life” di Linklater. L’individuo della società occidentale s’è lasciato ipnotizzare e anestetizzare dal sistema. I disturbi della personalità ne sono un segno assolutamente evidente. Tornare alla lucidità è difficile e doloroso. Ma è necessario. La realtà non è mai stata semplicemente quel che appariva, o come appariva. La realtà è altro. La vita è altrove. Il problema è che ci hanno convinto in tutti i modi a credere che la realtà fosse un lavoro, un abito, una macchina, una casa, il denaro. Sembrava non esistessero alternative. Ingranaggi. Ingranaggi addomesticati e felici nel comune standard.
Anonimi, nella medierà. Incoscienti, e rapiti dalle illusioni del sistema. Nulla è perduto.
Sprigioniamoci.
“Non sei il tuo lavoro, e nemmeno il conto che hai in banca o il contenuto del tuo portafoglio. Non sei i tuoi pantaloni kaki. Non sei bellissimo e unico. Per prima cosa, non riesci più a dormire, poi ti ritrovi con una pistola puntata in bocca. E poi incontri Tyler Durden. Lasciate che vi racconti di Tyler. Aveva un piano. Tyler dice che quello che possedete finisce per impossessarsi di voi: solo dopo aver perso tutto sarete davvero liberi. Fight Club, una palestra dove ci si picchia di santa ragione, rappresenta questo tipo di libertà. Prima regola del club: non ne parli. Seconda regola: non ne parli. Tyler è convinto che la masturbazione ci migliori e che l'autodistruzione possa essere la risposta”. (dal film)
Lankelot, Gianfranco Franchi, aprile del 2003. Donec ad metam. Prime pubblicazioni: Ciao, lankelot
Avviso al lettore.
Volutamente non ho corretto refusi e ripetizioni lessicali contenute in questa pagina, perché desideravo questa recensione fosse un atipico esperimento empatico. In altre parole, per meglio accostarmi alla prospettiva distorta e frammentaria del personaggio, ho evitato di dormire per più di 24 ore. L’intero testo è stato scritto ascoltando a ripetizione la stessa traccia: “This is your life”, Dust Brothers & Tyler Durden. Esperienza consigliata: splendidamente dissociante.
Lucido.
Regia: David Fincher.
Tratto da un romanzo di: Chuck Palahniuk.
Sceneggiatura: Jim Uhls.
Direttore della fotografia: Jeff Cronenweth.
Montaggio: Jim Haygood.
Interpreti principali: Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter, Meat Loaf, Zach Grenier.
Musica originale: Dust Brothers.
Produzione: Ross Grayson Bell, Cean Chaffin, Arnon Milchan, Art Linson.
Origine: Usa, 1999.
Durata: 139 minuti.
Commenti
And you open the door and you step inside
Where inside our hearts
Now imagine your pain as a white ball of healing light
That's right, your pain
The pain itself is a white ball of healing light
I don't think so
This is your life, good to the last drop
Doesn't get any better than this
This is your life and it's ending one minute at a time
This isn't a seminar, this isn't a weekend retreat
Where you are now you can't even imagine what the bottom will be like
Only after disaster can we be resurrected
It's only after you've lost everything that you're free to do anything
Nothing is static, everything is evolving, everything is falling apart
This is your life, this is your life, this is your life, this is your life
Doesn't get any better than this
This is your life, this is your life, this is your life, this is your life
And it and it's ending one-minute at a time
You are not a beautiful and unique snowflake
You are the same decaying organic matter as everything else
We are all part of the same compost heap
We are the all singing, all dancing, crap of the world
You are not your bank account
You are not the clothes you wear
You are not the contents of your wallet
You are not your bowel cancer
You are not your grande latte
You are not the car you drive
You are not your fucking khaki's
You have to give up, you have to give up
You have to realize that someday you will die
Until you know that, you are useless
I say let me never be complete
I say may I never be content
I say deliver me from Swedish furniture
I say deliver me from clever arts
I say deliver me from clear skin and perfect teeth
I say you have to give up
I say evolve, and let the chips fall where they may
This is your life, this is your life, this is your life, this is your life
Doesn't get any better than this
This is your life, this is your life, this is your life, this is your life
And it and it's ending one-minute at a time
You have to give up, you have to give up
I want you to hit me as hard as you can
I want you to hit me as hard as you can
Welcome to Fight Club
If this is your first night, you have to fight
*
THE DUST BROTHERS and TYLER DURDEN. this is your life
...il film rispetto al libro non mi aveva molto convinto alla seconda visione...l'ho rivisto decine di volte e i dubbi permangono...su una certa aria patinata...su un intercedere pubblicitario...ed invece il libro questi aspetti non li aveva...era più sottile...schizofrenico....con la figura nascosta di zerzan nascosto nella foresta....
E' assolutamente pubblicitario, non ci piove. Fincher si è sempre fatto notare per le apparizioni smaccate di loghi & griffe. Ma al di là di questo aspetto, complessivamente, non ho notato - come scrivevo nella recensione del libro - grosse difformità.
In questo film scintilla Helena Bonham Carter - offre un'interpretazione molto seducente.
"Un film presenta questo vantaggio: ci si dimentica del narratore. In fondo, chi narra? Il regista? Il montatore? Un personaggio? Ha credito il personaggio per quel che dice o quel che dice di aver visto, o ha credito, come narratore, il regista che sceglie come inquadrare il personaggio e come inquadrare quel che il personaggio dice o dice di aver visto?
Ogni inquadratura, in ogni film, è davvero una scelta etica. Ed estetica, ovvio."
Condivido. E pensavo: proviamo ad applicare su noi stessi, sulla vita di ogni giorno... e salta fuori Fight Club.
sarei curiosa di leggere la recensione di Secretary. Non c'è nel sito, vero?
Non in questo - è nel vecchio lankelot.com, per adesso:). Ma apparirà anche qui.
Quando vidi il film al cinema rimasi folgorato (non solo io, anche chi mi accompagnava). Mi coinvolse davvero tanto che l'ho rivisto non so quante volte. Certo, non ho letto il libro.
Edward Norton è un grande attore, stesso dicasi per lady Burton.
'Fight club' è illuminato, forse casualmente, ma è illuminato: il finale del libro è riappacificatore (nulla cambia, tutto rimarrà così, non faremo niente...), il film invece spinge tutto alle estreme conseguenze: non ci piace dove ci avete messo a vivere, lo cambiamo (paragone facile: guardate 'Santa Maradona', cosa fanno i due protagonisti? Si alzano dal divano: decidono di cambiare il mondo e si alzano dal divano, allo spettatore non è permesso di vedere cosa fanno).
Senza calcolare poi che Norton e Pitt sono due terroristi anarchici che fanno saltare grattacieli: sono 2 americani che non accettano l'America e la vogliono cambiare ma la cambiano così come i terroristi (è ancora valida questa teoria?) hanno deciso di cambiare l'umanità l'11 settembre 2001 (2 anni dopo), radendo al suolo dei grattacieli. Norton e Pitt attaccavano le banche (ovviamente senza vittime) per mettere il sistema in ginocchio, i terroristi il simbolo del grattacielo per piegare la superpotenza. Rimane il fatto che tra il baco del millennio e ground zero abbiamo respirato non poco il gusto di un salto indietro nel tempo.
Tralascerei poi tutte le scene in aereo, quella paura dell'aereo che si può anche leggere nel film. Aerei e grattacieli sembrano proprio essere come le macchine per i primi operai che le distruggevano.
Adoro libro e film. Per motivi diversi, ovvio: mi piace vedere Brad Pitt pesto e coperto di sangue, lo trovo quasi eccitante; mi piace l'esaltazione della violenza e della distruzione. E mi piace anche pensare che ciascuno di noi, dopo essercisi relazionato, si sia sentito un po' più cattivo e consapevole. Ed abbia imparato come sia necessario per imparare a sopravvivere.
Io amo i colori di quel film. Più di ogni altra cosa :)