Parrebbe davvero ingiusto tentare di raccontare il contenuto del film, data la raffinata semplicità che lo compone e la non complessità del messaggio insito nel contesto. Si è di fronte - perdonate la ripetizione - ad un’opera non troppo impegnata che affronta determinati argomenti che altrove rischierebbero di essere insopportabilmente stucchevoli.
E l’unico scopo per cui si prova a parlare del film è esclusivamente per un fine di diffusione culturale, affinché il film sia visto e che si sappia, a sommi capi, di che tratta.
Giovanna è una donna romana insoddisfatta del proprio lavoro e della famiglia che ha tirato su; il desiderio di poter migliorare la vita e appagare i sogni reconditi l’avvicina spiritualmente ad un anziano signore che ha pagato sulla propria pelle il rischio di scegliere una strada sbagliata.
La finestra di fronte è necessariamente un buon film e – scusate il commento banale - anche un bel film.
La situazione del cinema contemporaneo è quanto meno spiacevole, e l’influsso tossico televisivo ha ormai infestato molti dei nostri - ma non solo - schermi. Il film di Ozpetek non è di stampo televisivo. Non è una fiction, vero e incontestato oppio dei popoli; sa incantare un pubblico anche senza l’immancabile orgia di buoni sentimenti e malcelati tentativi educativi - quanto va di moda idealizzare le forze dell’ordine…
Non mancano le scene di sesso o le lacrime, ma servono per comprare gli spettatori.
Pur rimestando ingredienti non nuovi al cinema, in testa a tutti La finestra sul Cortile di Hitchcock, Ozpetek soddisfa, aggrada. È delizioso sapere che da qualche parte nel mondo esiste ancora un regista che rifiuta la pornografia.
La messa in moto del meccanismo narrativo, piuttosto complesso, è veloce come la messa in moto della ventola, che segna la fine della pausa pranzo o può simboleggiare la morte di un tipo di vita, o dello stesso Davide.
La frammentazione della trama rende la storia pregna di una lieve suspense gradevole e ipnotizzante, l’equilibrio fra interni ed esterni, fra lavoro e casa, fra libertà e prigionia implicita dei personaggi rivela due differenti visioni: come le due finestre, speculari, una di fronte all’altra, uno spiarsi reciproco di sguardi e desideri che per un momento possono incontrarsi. Un momento che influenza una vita intera: l’arrivo dei nazisti al ghetto, la possibilità di abbandonare la famiglia e fuggire con il presunto amore.
Il ricordo per un incubo che scoppia e annienta una personalità, la deprime, l’attanaglia di sensi di colpa; la vecchiaia che si corrode di ricordi e rimpianti.
Impossibilità di tornare indietro, irrealizzabile come il portare alla luce dell’ottusità un amore diverso. Davide è Simone, entrambi sono morti in campo di concentramento, vivono nella memoria, nelle righe sofferte di una lettera all'ombra della fontana - elemento che ha sempre ha che fare con la morte - entrambi sono numero, una manciata di cifre incise su un braccio: il marchio della deportazione. Entrambi sono testimonianza di un fallo, la vita di Davide che si prepara alla conclusione è la dimostrazione dell’Errore Umano, o meglio: Inumano. Davide sfoga la sua depressione nell’arte - culinaria - ma la sconfitta è troppo lacerante. L’unica cosa che può fare è proibire che accada di nuovo: Giovanna non deve “trasformare la sua passione in hobby”.
Il carrello all’indietro che s’allontana da Girotti e, con un controcampo, s’avvicina alla Mezzogiorno ha il sapore di un testamento di sguardi, un cedere il passo: il Maestro che umilmente esce di scena per dar spazio agli allievi. E la Mezzogiorno si rivela un’ottima ereditiera, matura e puerile a contempo, capace di padroneggiare l’obbiettivo per quasi l’intera durata della pellicola. E per dirla con Vincenzo Mollica: davvero una brava attrice.
Massimo Girotti è splendido. Delirante, taciturno, sofferente, ispira saggezza e mestiere ad ogni sguardo. La sua voce malata carica il personaggio di una pesantezza spirituale che non ha pari, l’entrare nei suoi pensieri è gaudio allo stato puro. Impareggiabile.
Raoul Bova interpreta il sogno irrealizzabile. È lui che Giovanna guarda la sera al buio prima di spegnere la sigaretta dall’acqua del rubinetto: è tutto ciò che non lei non ha: libertà, indipendenza. Bellissimo, inarrivabile è ancora più onirico l’amore corrisposto di lui, illimitato: ma sino ad un certo punto. L’abbraccio passionale tra i due è da antologia: come l’aggrapparsi ad uno spirito che trapassa il corpo steso sul letto di morte. Tentare di afferrare il vento, una partita a scacchi con la. Lei.
“Lo so che per te è difficile stare con me. Ma per me è ancora più difficile lasciarti”. L’egoismo di Lorenzo s’intravede appena, ma la frase è decisiva. Udite queste parole, Giovanna va via.
La realizzazione del sogno per Giovanna avverrà, ma non nell’abbandonare la famiglia per un amore, quello di Lorenzo, passionale, carnale ma passeggero; la svolta di lei avverrà nel cambio del lavoro, nel mettere al primo posto la passione, nel suo caso il mestiere di pasticcera. Non un cambiamento che muterà radicalmente la vita, ma una influente deviazione di percorso. Almeno per questa, forse, un giorno non avrà rimorso.
Specchiarsi nella propria anima, guardare all’interno della propria finestra, poter osservare se stessi, solo per un momento. Un frangente fra i più importanti e incisivi, della vita di Giovanna, del film di Ozpetek.
Non di capolavoro assoluto si tratta, ma di raffinato, moderato mestiere che tenta di far provare agli spettatori un po’ di quelle emozioni alla ricerca delle quali, un tempo, si andava al cinema.
E spero riusciate a perdonare i personalismi.
Regia: Ferzan Ozpetek.
Soggetto e Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Ozpetek.
Montaggio: Patrizio Marone (AMC).
Fotografia: Gianfilippo Corticelli (AIC).
Interpreti principali: Massimo Girotti, Giovanna Mezzogiorno, Raoul Bova, Filippo Nigro, Serra Yilmaz, Massimo Poggio.
Scenografia: Andrea Crisanti.
Musica originale: Andrea Guerra.
Origine: Italia, 2003.
Durata: 106 minuti.
Commenti
Non mi piace Ozpetek, né, tantomeno, questo film. Però, per un motivo o per un altro, ho visto tutte le sue pellicole: la migliore trovo sia "Il bagno turco", la peggiore "Cuore sacro".
"Specchiarsi nella propria anima, guardare all'interno della propria finestra, poter osservare se stessi, solo per un momento." A me è piaciuto molto questo film, non banalizza mai, ha una sua grazia pur partendo da situazioni abbastanza quotidiane. Sono perfettamente d'accordo con le tue riflessioni. E poi....fanno delle torte bellissime!!!!! Magari fossi così brava pure io :-)
Il film non mi ha entusiasmato, l'ho trovato riuscito solo a metà . Ma Girotti è davvero eccezionale.
Mi è rimasto eccezionalmente impresso "Le fate ignoranti". Fotografia credibile di un microcosmo romano contemporaneo - e della sua relazione con la decaduta grande borghesia.
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Ozpetek sceglie sempre musiche splendide. Fateci caso.
molto meno che capolavoro. l'attrice grassa è oscena, eppure lavora. la mezzogiorno è normale -per il livello delle attrici italiane di oggi- raul bova cos'è?
Raul Bova cos'è? E' un pupazzo. Evidentemente.
Si, le musiche nei film di Ozpetek sono l'unica cosa da salvare, o quasi. Anche l'ultimo, Cuore sacro (uno dei più brutti film italiani degli ultimi anni), ha musiche davvero belle.
Tu lo riguaredesti oggi? No io no.