Fellini Federico

I vitelloni

Autore: 
Fellini Federico
Questo film va rivisto oggi, Duemila e dintorni, per capire quanto l’Italia attuale in alcuni aspetti cominci a somigliare molto pericolosamente all’Italia del 1950. O meglio: quanto un certo smarrimento, un certo malessere economico, esistenziale, generazionale, caratteristico della società italiana ante boom, si stia riproponendo sotto i nostri occhi da qualche anno a questa parte in maniera via via più riconoscibile e allarmante.
Chi sono i vitelloni? Sono un gruppo di ragazzotti quasi-uomini, tutti più vicini ai trenta che ai venti, i quali oggi come ieri si arrabattano in una cittadina di provincia per dare un senso alle loro giornate vacue, pigre, senza costrutto. Dei bambinoni depressi, scossi da singulti nevrotici e colmi di velleità pindariche; dei vitelli, appunto, lacrimosi e troppo cresciuti, i quali a dispetto del naturale ciclo biologico stanno ancora attaccati alla tettarella di casa, cioè al borsellino di mamma e papà. Un po’ per colpa loro, per inabilità individuale a resistere al gorgo dolciastro del cupio dissolvi, un po’ per adesione forzosa a un’età d’inadempienza storica e di generale disorientamento.
 
L’età di Alberto, Moraldo, Franco, Riccardo, Leopoldo, gli inutili compagnoni usciti dalla fantasia (o tutt’altro: dalla capacità di lettura del reale) di Fellini, Flaiano e Pinelli era l’età di un’Italia dimessa e avvilita, sconosciuta a sé stessa dopo la dittatura, sopravvisuta a sé stessa dopo la guerra. Un’Italia senza bussola, senza slancio e senza identità. E nella condizione del paese d’allora, in quell’italica «bovinità» postbellica vanno a specchiarsi alla perfezione i caratteri e i destini dei vitelloni felliniani. Così come nella condizione d’oggi, analogamente confusa e angosciata, rischiano di «bovinizzarsi» milioni di giovani, noi nati fra settanta e ottanta. Fra i cinque protagonisti del film, i più emblematici in questo senso, perché più estremi oltre che vicini alla nostra sensibilità e proiettabili nel contesto contemporaneo, sono forse Alberto e Franco.
 
Il primo, interpretato da un Sordi magnifico, è il più intimamente disperato, non fa altro che gloriarsi continuamente di certe spacconate di cui un tempo è stato protagonista nella capitale. Si ubriaca alle feste, si concia da donnaccia per carnevale, dileggia l’etica del lavoro e chi la incarna. «Lavoratoriii? Lavoratori della bassa?»: è storica e strepitosa la scena che lo vede, sciarpa annodata al testone, spernacchiare e far l’ombrello a un gruppo di stupefatti operai. Mentre sparge a piene mani la sua artefatta scaltrezza metropolitana in quel buco di provincia (una presumibile Rimini) dentro il quale finirà inghiottito insieme alla sua fragile e triste tracotanza, lascia che la sorella gli venga portata via di casa per mano di un figuro piuttosto dubbio e si rassegna a sopravvivere sotto il tetto dell’anziana madre.
 
Il secondo, Franco (Fabrizi), se possibile fa ancora di peggio, se non altro perché dispone di più opportunità, sia lavorative che affettive, e finisce per sciuparle tutte con sopraffino talento. Si sposa con la sorella di Moraldo, una deliziosa e fedele ragazza che oltre a garantirgli incondizionato supporto sentimentale lo assicura per suo tramite a un impiego sicuro, come commesso in un negozio di generica paccottiglia religiosa (commercio fra i più solidi, par di capire, ai tempi del centrismo), bottega di cui è proprietario un amico di suo padre. Ma il «povero» Franco, naturalmente, non ha la forza né l’accortezza per sottrarsi al richiamo generazionale dell’autodistruzione, e in totale scioltezza manda l’idillica situazione a carte quarantotto. Cornifica la tenera moglie, diventata nel frattempo anche madre di suo figlio, e decide di misurare le sue arti seduttive nientemeno che con la moglie del datore di lavoro. Alla fine, per lui, i castighi non saranno neppure troppo eccessivi, ma la salvezza equivarrà alll’imborghesimento e all’autodafé delle proprie ambizioni.
 
Intorno a Franco e ad Alberto si muovono altri due personaggi, più liminari: Leopoldo (Trieste), l’aspirante drammaturgo e scrittore, e Riccardo (il fratello di Fellini), con la sua passione per il canto: giovani che non trovano nell’arte alcun riscatto esistenziale, nessuna sublimazione, bensì solo uno sfogo alle proprie frustrazioni, un diversivo sterile alla loro inettitudine. Sovrasta il patetismo e il fallimento dei quattro vitelloni l’unico che dalla «bovinità» farà in tempo a scappare, l’unico dotato del coraggio, della lucidità e forse della dignità per concretizzare il sogno condiviso da tutti: far le valigie e andarsene via.
 
È Moraldo (il delicato Interlenghi), che si libera dal sortilegio di quel mondo spento, nocivo, invernale e vittimista, salendo su un treno per aprirsi all’inaspettato e mettersi in gioco, rinunciando alla rete confortevole della compassione reciproca, all’amicizia interessata e difensiva del «mal comune mezzo gaudio». Alla stazione lo saluterà un ferroviere giovanissimo, col quale Moraldo si era incrociato una mattina presto, tempo prima: lui stava rincasando dopo le consuete dissipazioni, il ragazzino si stava invece recando al lavoro. Due fuggevoli chiacchiere, niente più, ma per Moraldo l’incontro con un modello di vita radicalmente alternativo, più innocente e concreto. Ciò che di migliore si sarebbe lasciato alle spalle – vuol dirci forse la sceneggiatura, amaramente. Ed è soprattutto in questa stupenda scena della partenza di Moraldo che Fellini trasfonde il suo genio visionario. All’alba il treno penetra negli interni delle camere da letto dove Franco, Alberto, Riccardo e Leopoldo stanno consumando la coda del loro riposo notturno, in un malinconico e segreto commiato che ci è mostrato dalla soggettiva dell’amico che se ne va. L’immedesimazione del regista nella scelta del suo personaggio, qui, si lascia abbastanza indovinare.
 
Alle musiche, quel maestro di Nino Rota che per Fellini è stato ciò che Goran Bregovic ha rappresentato per Kusturica o Ennio Morricone per Leone: l’indispensabile evocatore di atmosfere, sentimenti, sfumature inconscie. Ai Vitelloni fu dato il secondo premio a Venezia nel ’53 e a Sordi un meritatissimo Nastro d’argento.
 
 
Regia: Federico Fellini.
Soggetto e sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli.
Direttore della fotografia: Carlo Carlini, Otello Martelli, Luciano Trasatti.
Montaggio: Rolando Benedetti.
Interpreti principali: Alberto Sordi, Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Leonora Ruffo, Riccardo Fellini.
Musica originale: Nino Rota.
Produzione: Api / Cite Films / Ente Nazionale Industrie Cinematografiche / Janus Films / Peg Produzione.
Origine: Italia-Francia, 1953.
Durata: 104 minuti.

 
 
 
ISBN/EAN: 
8010020033287

Commenti

oh! ecco una delle attesissime oldies. Finalmente. E la scelta è di gran livello;).

"Questo film va rivisto oggi, Duemila e dintorni, per capire quanto l?Italia attuale in alcuni aspetti cominci a somigliare molto pericolosamente all?Italia del 1950. O meglio: quanto un certo smarrimento, un certo malessere economico, esistenziale, generazionale, caratteristico della società italiana ante boom, si stia riproponendo sotto i nostri occhi da qualche anno a questa parte in maniera via via più riconoscibile e allarmante".

Questo incipit chi se lo dimentica? E andiamo.

"in un malinconico e segreto commiato che ci è mostrato dalla soggettiva dell?amico che se ne va. L?immedesimazione del regista nella scelta del suo personaggio, qui, si lascia abbastanza indovinare".

> eh. E adesso sotto con tutto il resto. E finalmente Fellini torna a a respirare su Lankelot.eu. Era ora:). Danke Buciz

Danke a te, amico mio. Sei un gigante.

Il livello è decisamente differente, ma metterei in una linea temporale immaginaria anche Ecce Bombo. Commiserazione più in superficie e consapevole. Però possibile che sti giovani passino dal vuoto al delirio, senza mezze misure? La giovinezza è una sonno e marea vulcanica? (Moretti non è Fellini)

Il parallelo con Ecce Bombo è straordinariamente calzante. Non ci avevo mai pensato. Vuoto: i vitelloni. Delirio: Moretti & Co. Sonno: noi? Ho paura che lo schema funzioni ;)

Mah... ovviamente questo film gli dà una pista ad "Ecce Bombo". é uno dei migliori Fellini, per un film più amaro di quello che a prima vista può apparire. Concordo, Patrick, un Sordi magnifico. Sulla riflessione di partenza dovresti approfondire un po' di più, non è chiarissima la similitudine che trovi tra l'oggi e quel tempo. In ogni caso, è un piacere leggerti;)

"Dei bambinoni depressi, scossi da singulti nevrotici e colmi di velleità pindariche; dei vitelli, appunto, lacrimosi e troppo cresciuti, i quali a dispetto del naturale ciclo biologico stanno ancora attaccati alla tettarella di casa, cioè al borsellino di mamma e papà. Un po? per colpa loro, per inabilità individuale a resistere al gorgo dolciastro del cupio dissolvi, un po? per adesione forzosa a un?età d?inadempienza storica e di generale disorientamento".
Ritratto perfetto, ineccepibile.

Bello anche il parallelismo Rota-Fellini/Morricone-Leone

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