Fellini Federico

Ginger & Fred

Autore: 
Fellini Federico

Una storia d’amore, piena di poesia e di dolcezza. Due ballerini, Fred (Marcello Mastroianni) e Ginger (Giulietta Masina) vengono convocati da una televisione commerciale, circa trenta anni dopo il loro addio alle scene, per danzare un’ultima volta. Si erano lasciati nel pieno della maturità artistica: rompendo un legame che era anche sentimentale. Il mondo in cui tornano è totalmente diverso da quel che avevano abbandonato: la volgarità, la superficialità e il kitsch che domina nell’emergente televisione commerciale del cavalier Fulvio Lombardoni (è il 1985, varrà la pena ricordarlo) fanno sentire i due artisti estraniati e fuori tempo. Quell’ultimo ballo che si apprestano a eseguire viene anticipato, nel programma televisivo che li ospita, da imbarazzanti show di nani e frati miracolosi, da odiose e fittizie confessioni a cuore aperto di piccolo borghesi in vena di scandalo, introdotti da un presentatore ammiccante, viscido e laido.

Una pellicola malinconica, dal forte retrogusto decadente; un’ammissione di disorientamento del maestro Fellini, una satira profetica, purtroppo, del ciarpame mediatico di stampo “Lombardoni”, e un inno, allo stesso tempo, alla bellezza e all’eleganza del passato; all’antica magia del cinema, e del teatro; e una denuncia della mediocrità e della volgarità d’un sistema fondato sulla miseria dei lustrini e dello sfarzo di plastica, sugli  sponsor e sullo scandalismo. 

Ginger e Fred potranno interpretare, un’ultima volta ancora, la loro parte; illuminati da una poesia che riesce, per un momento, a far dimenticare allo spettatore la prosaicità e la bassezza del resto dei personaggi rappresentati. Non è forse un caso se ad aprire e chiudere il film è proprio la stazione Termini, monumento alla bruttezza e alla sporcizia, autentica macchia della città di Roma: e nel disordine e nella lordura della stazione, nel bombardamento di sponsor sempre più aggressivo e gretto, il sorriso della Masina restituisce umanità ad un panorama altrimenti nauseante.

Maestro Fellini, potrà sembrare incredibile quel che le racconterò: ma le assicuro che le televisioni private del cavalier “Fulvio Lombardoni”, che lei ha ridicolizzato e giustamente condannato, nel 1985, nel suo film “Ginger e Fred”, sono ancora vive. Non solo: hanno acquistato sempre più potere, e conquistato la maggior parte degli spettatori: oggi detengono, purtroppo, la leadership del settore nel nostro povero paesotto. Non solo: hanno influenzato e avvelenato la programmazione della rete pubblica, che ormai non è più il modello da superare, ma l’alternativa alle reti del “cavalier” Lombardoni. In altre parole, la rete pubblica ha una programmazione livellata verso il basso, esattamente come le reti (tre, perché i socialisti furono generosi all’epoca, e oggi chiedono il conto, e il cavaliere erige statue alla memoria di un “esule” “tunisino”) del signor Lombardoni. Non è finita qui. Si regga forte. Il cavalier Lombardoni è, per dirla con le sue stesse, evocative parole, “sceso in campo” e oggi è il padrone del Paese. E le assicuro: governa con la stessa volgarità e lo stesso cattivo gusto che già allora aveva spontaneamente vomitato sulle sue reti televisive. Il pressappochismo, la grettezza, l’imbecillità della programmazione delle televisioni commerciali ha conquistato certa borghesia e, ahimè, larga parte del popolo. Risultato? Anestesia totale sulle menti della maggior parte dei cittadini. E un bel giorno, il cavalier “Lombardoni” ha fondato un “partito”. Virgoletto per onestà intellettuale: non esistono organi di elezione interna, il partito del “cavaliere” è una sinistra accozzaglia di clan e di lobbies. Trasversale: nella sua “generosità”, ha accolto socialisti, democristiani, liberali, repubblicani, missini, e…perfino qualche comunista, che si è consegnato al “cavaliere” dimenticando etica e coscienza. Capita.

Non sono mancati artisti e intellettuali pronti a salire, ovviamente profumatamente pagati, sul carro del “Lombardoni”. Altro che “Ginger e Fred”, maestro. Quando lei ha deciso di girare questo film, il suo amico Tonino Guerra, soggettista e sceneggiatore, non faceva pubblicità all’insegna d’un rivoltante “ottimismo” per certe aziende. Pensi, oltretutto, che quell’altro giovane scrittore, che lei aveva preso sotto la sua ala protettiva, oggi pubblica, e continua a pubblicare senza manifestare rimorsi di coscienza, libri per le edizioni “Lombardoni”. Ma questi non sono casi esemplari. Questi sono, addirittura, frammenti di vita di intellettuali e artisti “moderati”.

Quando lei ha diretto “Ginger e Fred”, il cavalier Lombardoni era effettivamente soltanto una sorta di impresario kitsch e ambizioso. La sua polemica, Maestro Fellini, non è stata intesa; o forse è stata lasciata cadere, perché l’individuo che stava attaccando iniziava ad ottenere pericolosi consensi in certi partiti di governo. Il risultato è agghiacciante. Oggi non esistono notiziari credibili, né informazione non faziosa: le tre reti statali sono supervisionate e dirette dal governo capeggiato dal “cavaliere”, le tre reti commerciali sono dirette e governate dagli scherani del “cavaliere”. La programmazione televisiva è di una mediocrità rivoltante: comicità d’avanspettacolo, proprio come negli anni che lei criticava; straordinario affollamento di programmi d’artigianato culinario; varietà con nani, ballerine e compiacenti cabarettisti a orchestrare il tutto. E pensare che illustri studiosi, un tempo, s’erano gloriati dell’importanza della televisione come maestra di lingua e viatico per la coesione del Paese. E s’erano disturbati a interpretare i “codici” “comunicativi” di Mike Bongiorno.

S’immagini: il cavaliere vuole nominarlo senatore a vita. Ovviamente. È un dipendente pieno di fede. Bell’impresa, intellettuali. Avete dimenticato “Citizen Kane”. Alla nuova generazione sta il compito di ribellarsi e di distruggere quanto avete lasciato in eredità. Non dimenticheremo. Si divertivano, maestro, certi intellettuali, a giurare che anche quella fosse cultura. Cultura, sì: ma di merda. E quella cultura oggi è la prima arma del primo partito del paese. La cultura delle televisioni commerciali.

Vergogniamoci, oggi, tutti. Soprattutto chi non s’indigna. E perdono si chieda alle generazioni che verranno: quanto criticheranno quel che noi stiamo tollerando oggi? Cosa penseranno del nostro tempo? Cosa della nostra coscienza? Cosa della nostra etica? Cosa della nostra intelligenza?

 

Come giudicheremmo noi chi permette a un oscuro imprenditore d’area socialista di conquistare il potere, con elezioni inquinate dal suo controllo assoluto del sistema di comunicazione di massa?

Come giudicheremmo chi permette a quest’uomo di decidere addirittura quanti e quali tra i giornalisti possono lavorare nella televisione pubblica (e nei quotidiani dei quali è stesso, capo del governo, editore)? 

Come giudicheremmo chi consente a quest’uomo di evitare di affrontare i processi?

Come giudicheremmo chi consente a quest’uomo di promulgare leggi in parlamento che assicurino l’impunità a se stesso e ai suoi collaboratori?

 

Che cosa è diventata l’Italia, oggi? Dove si nasconde l’orgoglio del popolo italiano? Dove il furore e l’indignazione degli intellettuali? Dove la rabbia, dove la dignità, dove l’onore?

Maestro, i nostri compatrioti accendono il televisore e guardano i programmi delle reti del capo del governo. Lei questo non poteva immaginarlo, né nel 1985 quando ha diretto il film, né nel 1993, quando se ne è andato. Ma noi stiamo combattendo, da tempo, e democraticamente!, perché cessi lo strapotere mediatico di quell’uomo e della sua volgare gente, perché l’informazione sia indipendente, e non governativa, e perché la politica torni a rappresentare un paese, e non la classe imprenditoriale. Di Arcore, per giunta. Che paradosso. (Hardcore?).

Maestro, il suo film non è stato solo una satira volta a denunciare l’inqualificabile demenzialità e la falsità e l’ipocrisia delle allora sorgenti televisioni commerciali: le chiedo perdono se qui mi sono limitato a sottolineare questo aspetto, sconvolto forse dall’esito imprevedibile della sua satira, a venti anni di distanza. Che da satira di costume, da satira televisiva, divenisse satira politica era del tutto inimmaginabile. E grottesco, e patetico. Certo.

Non ho parlato della grandezza dell’interpretazione di Mastroianni, e della sua Giulietta Masina. Lei capirà: nel 2003, la situazione è differente, noi stiamo resistendo. Resistiamo, resistiamo.

Cambieremo le cose, è una promessa.

Altrove, canteremo la poesia dell’ultima danza di Marcello e Giulietta, e l’amarezza della decadenza d’una generazione, e del suo spirito.

Il tempo d’oggi richiede altra furia, e altra sensibilità.

Mi perdoni, Maestro.

 

Regia: Federico Fellini.

Soggetto: Federico Fellini, Tonino Guerra.

Sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra, Tullio Pinelli.

Direttore della fotografia: Ennio Guarnieri, Tonino Delli Colli.

Montaggio: Nino Baragli, Ugo De Rossi, Ruggero Mastroianni.

Interpreti principali: Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Franco Fabrizi.

Musica originale:  Nicola Piovani.

Produzione: Alberto Grimaldi.

Origine: Italia/Francia/Germania, 1985.

Durata: 122 minuti.

Info Internet: Fondazione Fellini. http://www.federicofellini.it/home_ita.html

 

Lankelot, G.F., aprile del 2003. Prima pubb: Lankelot.com

 

ISBN/EAN: 
8031179914241

Commenti

Il mondo in cui tornano è totalmente diverso da quel che avevano abbandonato: la volgarità, la superficialità e il kitsch che domina nell?emergente televisione commerciale del cavalier Fulvio Lombardoni (è il 1985, varrà la pena ricordarlo) fanno sentire i due artisti estraniati e fuori tempo.

...un bel giorno, il cavalier ?Lombardoni? ha fondato un ?partito?. Virgoletto per onestà intellettuale: non esistono organi di elezione interna, il partito del ?cavaliere? è una sinistra accozzaglia di clan e di lobbies. Trasversale: nella sua ?generosità?, ha accolto socialisti, democristiani, liberali, repubblicani, missini, e?perfino qualche comunista, che si è consegnato al ?cavaliere? dimenticando etica e coscienza. Capita.

"Ginger e Fred potranno interpretare, un?ultima volta ancora, la loro parte; illuminati da una poesia che riesce, per un momento, a far dimenticare allo spettatore la prosaicità e la bassezza del resto dei personaggi rappresentati. Non è forse un caso se ad aprire e chiudere il film è proprio la stazione Termini, monumento alla bruttezza e alla sporcizia, autentica macchia della città di Roma: e nel disordine e nella lordura della stazione, nel bombardamento di sponsor sempre più aggressivo e gretto, il sorriso della Masina restituisce umanità ad un panorama altrimenti nauseante".

Questa è un'ottima chiave di lettura, Franco. Sul prosieguo del pezzo glisso, per non entrare un'altra volta in polemica;)

(pensa, Fellini ci aveva messo in guardia nel 1985. Poi lo hanno fatto sostanzialmente smettere di lavorare. E' una cosa che non cessa di stupirmi:) )

Si, infatti, la polemica non sarebbe stata sui contenuti generali del pezzo, ma d'avergli dedicato tante righe trascurando il film;) In ogni caso è un Fellini che mi piacque, e La Masina qui è al suo meglio.

(a innescare, allora, una futura monografia-Fellini;) )

Memorabile lettura, Franco.

Buccia mio, era il 2003 e mi sembrava cosa buona e giusta e opportuna. Del resto, non ricordo altri italiani così sensibili nei confronti dei reali significati della pellicola - sicuramente è colpa della difficile condivisione e comunicazione tra realtà indipendenti, per carità;)

[fellini vs berlusconi] Ecco

[fellini vs berlusconi] Ecco un'intervista dei tempi di "Ginger e Fred" con risposta del viscido sorridente.

 

http://www.youtube.com/watch?v=m8aldnF095Q

[fellini] eh...

[fellini] eh...

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