Fassbinder Rainer Werner

La paura mangia l'anima

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Fassbinder Rainer Werner
Quasi coetaneo (quattro anni più piccolo) del collega Werner Herzog, Rainer Werner Fassbiner (1946 – 1981) ha esplorato e procreato un cinema molto personale, che scava nella memoria più interiore di una nazione divisa, mutilata e taciturna di non sopiti sensi di colpa. Una filmografia straordinariamente ricca, stroncata dall’improvvisa morte del regista a 39 anni; più di trenta film, per non parlare del teatro, in diciassette anni di attività.
E i risultati più alti sono l’irripetibile ibrido di isteria e oppressione kafkiana Nessuna festa per la morte del cane di Satana, le disavventure melodrammatiche di un travestito con disequilibri emotivi vari in Un anno di tredici lune, la splendida serie televisiva Berlin Alexanderplatz dall’opera letteraria di Alfred Doblin, Lola e altri, tanti, irrinunciabili per un pubblico di sincera cinefilia.
 
 
 
Tra i più delicati ecco comparire il dolceamaro La paura mangia l’anima. Un titolo che mette lo spettatore sulla difensiva, specie per quel mangia, che magari sostituito con un divora sarebbe parso meno rude. Titolo alternativo infatti è Tutti lo chiamano Alì, decisamente più innocuo.
Il film ha per protagonista una donna delle pulizie non più giovane, vedova con figli già grandi e sposati. Una notte Emmi, questo il suo nome, entra in un bar per prendere una coca cola. Fuori piove, non sa perché è entrata ma, come lei stessa riferisce “Passo qui davanti tutte le sere e sento sempre suonare la musica… Ma che lingua parlano in queste canzoni?”. Arabo. Il bar infatti è frequentato da immigrati, operai arabi che la sera appena staccano da lavoro, si ritrovano per una birra. La padrona è tedesca, una donna bionda, dal volto segnato da rughe figlie più di depressione psichica e fisica che dall’età. Dall’aspetto non sembra errato pensare che si prostituisca per arrotondare. Con lei un’altra ragazza, più giovane, ma con la stessa ambizione. L’arrivo dell’anziana Emmi è una ventata di novità. Strana. Non ordinaria, in quanto novità ovviamente, ma l’atmosfera adesso ha un sapore sinistro.
 
Tra gli arabi poggiati bancone ecco avvicinarsi Alì offrire un ballo alla nuova arrivata sessantenne.
 
Certo non potrebbe essere la trama per un film angloamericano disimpegnato – ammesso che ne esistano. Fassbinder ne fa nascere una storia d’amore, facendola però aderire al tessuto etico di una società che conosce bene, con tutti i pregiudizi che possono sorgere.
Ma se un regista di fatta differente – viene da pensare a Lars Von Trier – avrebbe portato la trama al massimo limite di sopportazione visiva, con episodi di estrema efficacia per dare l’idea di Pregiudizio e Razzismo, Fassbinder non fugge i toni pacati coi quali ha cominciato la sua narrazione. È un Fassbinder che non troveremo sempre, dove spesso si concede ad immagini forti per allestire allegorie di sprezzante pessimismo – la sequenza del mattatoio in Un anno di tredici lune – qui al contrario utilizza una tipologia di narrazione che tende a non allontanarsi da un sottile livello di racconto, con un stile uniforme che non si concede impennate nel tragico o nel sentimentale. Sembra che lasci correre i fatti già sapendo come andranno ad evolversi, senza sentire il bisogno di sottolinearne gli aspetti talvolta cinici o ingiusti cui verteranno.
 
 
 
Si parte con un piede sbagliato: una coppia insolita, una sessantenne bianca ed un immigrato di vent’anni più giovane, in un paese che sino a trenta anni prima s’era macchiato ufficialmente di sangue per la purezza di una sola razza, e non certo quella araba. Si parte col piede sbagliato non nel senso che una coppia così sia ingiusta o che non si ritenga corretto possa sopravvivere, quanto appunto perché si sa già che non riuscirà a conservarsi intatta, non macchiata da fattori esterni – pregiudizi, maldicenze. E fino a che punto l’opinione pubblica può rimanere inoffensiva nei confronti di un amore puro? L’amore non ha età ed cieco ma la paura mangia l’anima.
Dopo essere andata contro il volere dei figli – da antologia la sequenza in cui Emmi va da sua figlia e trova il genero alcolizzato, interpretato niente meno che dallo stesso Fassbinder – Emmi decide si sposare Alì, partono per il viaggio di nozze. Al loro ritorno qualcosa in città è cambiato. Il negoziante sotto casa si rifiuta di servire l’uomo di colore, le colleghe di Emmi non si fanno scrupolo di prendere da lei le distanze, il figlio iroso spacca un televisore a calci, pur di sfogare il proprio dissenso. A questo si alternano visite di cortesia, vicine attratte dall’uomo, curiose di come una donna ormai in là con gli anni abbia potuto conquistare un giovane non estraneo all’immaginario sessuale femminile.
Qualcosa però si spezza dall’interno: Emmi in qualche modo è sopraffatta dal pregiudizio che in ogni modo è andata combattendo. La sequenza in cui vanno all’Osteria italiana, un ristorante in cui “ci veniva sempre a mangiare Hitler”, l’idea di avere lasciato alle spalle quel passato si traduce in angoscia, in malcelato imbarazzo.
 
 
 
Eppure il film segue con sobrietà, non eludendo un finale mentitore. Tuttavia ciò che resta a visione ultimata è un labile senso di colpa, che abbraccia anche lo spettatore non tedesco. Senso di colpa che non fa male: fa riflettere.
“La paura mangia l’anima” è la tensione costante, sopita, di cui non si ama discutere. E va a colpire quel che di marcio c’è, e non solo in Danimarca.
 
Regia: Rainer Werner Fassbinder
Soggetto e Sceneggiatura:
R. W. Fassbinder
Direttore della fotografia: Jürgen Jurges
Montaggio:
Thea Eymesz
Interpreti principali: Brigitte Mira (Emmi), El Hedi Ben Salem (Ali'), Barbara Valentin (Barbara, la barista), Irm Hermann (Krista), Gusti Kreissl (Paula), Margit Symo (Hedwig), Marquard Bohm (Gruber), Rudolf Waldemar (Brem), Rainer Werner Fassbinder (Eugen), Peter Gauhe (Bruno), Karl Scheydt (Albert)
Scenografia:
Rainer Werner Fassbinder
Produzione: Tango Film Production - Filmverlag Der Autoren
Origine: Germania, 1973
Durata:
93 minuti.
 
ISBN/EAN: 
00

Commenti

Breve invito al cinema di Fassbinder.

Ave, Epic! Ma non avevi scritto proprio ieri niente Fassbinder? Meglio cosi;) Il film ce l’ho ma non l’ho ancora visto. Tra Herzog, Wenders (che mi piacciono) e Fassbinder è proprio quest’ultimo che digerisco meno (ho ravvicinato il ricordo di Veronika Voss, se non ricordo male il titolo). Ora sto di corsa, più tardi vengo a leggerti.

Hai ragione Federico, sono la contraddizione fatta a persona :)

Per Schopenauer c’è sempre tempo… “Veronika Voss” non l’ho visto e ho letto che è uno dei peggiori (forse perché c'è Giannini…)
Guarda - se puoi - “Nessuna festa per la morte del cane di Satana”, non si trova dove sai, però l’ho noleggiato da Videobuco. Una sola definizione: folle :)

“Quasi coetaneo (quattro anni più piccolo) del collega Werner Herzog, Rainer Werner Fassbiner (1946 /1981) ha esplorato e procreato un cinema molto personale, che scava nella memoria più interiore di una nazione divisa, mutilata e taciturna di non sopiti sensi di colpa. Una filmografia straordinariamente ricca, stroncata dall'improvvisa morte del regista a 39 anni; più di trenta film, per non parlare del teatro, in diciassette anni di attività .”

> Quando si dice: paragrafo introduttivo chiaro ed esaustivo. Stai mostrando una crescita impressionante, Hammer. Complimenti.
Sempre più lucido, sempre più preparato.

“Sembra che lasci correre i fatti già sapendo come andranno ad evolversi, senza sentire il bisogno di sottolinearne gli aspetti talvolta cinici o ingiusti cui verteranno.”

Né morale, né immorale: a-morale, con alfa privativo.

“A questo si alternato visite di cortesia, vicine attratte dall'uomo, curiose di come una donna ormai in là con gli anni abbia potuto conquistare un giovane non estraneo all'immaginario sessuale femminile.”

> Ocio ad “alternato”.
(il resto, pulitissimo come sempre)

“Tuttavia ciò che resta a visione ultimata è un labile senso di colpa, che abbraccia anche lo spettatore non tedesco. Senso di colpa che non fa male: fa riflettere.
"La paura mangia l'anima" è la tensione costante, sopita, di cui non si ama discutere. E va a colpire quel che di marcio c'è¨, e non solo in Danimarca”.

> Magistrale. E hai aperto quindi il filone Fassbinder.
E andiamo!

eh, non lo riconoscevo, il titolo. E' l’unico film di fassbinder che ho visto. a proposito, è un remake. il film ispiratore di questo è un film americano di un regista tedesco, un grande melodramma. il regista è Douglas Sirk, ed il film è “Secondo amore”. Il titolo italiano, ovviamente, meno forte dell’originale inglese che è “All that heavens allow”, tutto ciò che il cielo permette. Lì, ovvio, siamo in una piccola cittadina americana di provincia, una donna bianca vedova ricca che si innamora di un povero, sempre bianco, giardiniere. Melò holliwodiano, sì, ma anche forte critica alla società . Anche quello da vedere;-)
Questo di Fassbinder è molto più forte, estremo. Va più giù nella scala sociale, e. Direi che questa recensione è ben fatta, sì. Posso fare giusto un piccolo gossip, l’attore che interpreta Alì era al tempo il compagno del regista.

Grazie Andrea, preziosa integrazione :)

"Certo non potrebbe essere la trama per un film angloamericano disimpegnato - ammesso che ne esistano". Mi sto arrovellando sul senso nascosto di questa frase;)

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