Dupeyron François

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

Autore: 
Dupeyron François

Per tutta la prima parte il film di François Dupeyron, "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", tratto dall’omonimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, riesce a regalare sorrisi, a far riflettere lo spettatore e a disseminare, qua e là nelle varie sequenze,  spunti interessanti, per mezzo delle sentenze dell’anziano Omar Sharif, unite ad incantevoli paesaggi, belle musiche e scorci di una periferia di Parigi caotica e soleggiata. Una pellicola originale e godibile, insomma, per la sua freschezza e particolarità, la sua voglia di trattare temi importanti come il confronto tra religioni e il rapporto tra due generazioni lontane nel tempo attraverso i toni leggeri e semplici di un film a metà tra la commedia ed il dramma.

Gli unici nei, almeno nella prima ora di film, sono una certa staticità delle inquadrature e poca personalità nella regia, un paio di cali di ritmo e qualche tempo morto che potrebbe facilmente annoiare. Ma, nonostante questo, fino a quel punto il film si lascia vedere con piacere, grazie anche alle splendide canzoni che arricchiscono le sequenze, impreziosite da un sempre maestoso Sharif e da un ottimo attore in erba (Pierre Boulanger) con un roseo futuro davanti. Ma, quasi come se avesse fretta di chiudere al più presto possibile la vicenda, richiamato da chissà quale improvviso imprevisto, il regista mette improvvisamente insieme una rapida accozzaglia di eventi senza capo né coda tra i desolati paesaggi della Cappadocia, ponendo fine alla parabola dell’anziano musulmano e del bambino cresciuto tra mille disavventure.

E, mentre scorrono i titoli di coda, la delusione non può che amplificarsi, poiché nella mente dello spettatore non resta che un tenue sapore di mondi lontani che pian piano affievolisce sempre più, fino a lasciare soltanto l’amaro di una storia in fondo semplice, un po’ retorica, priva di profondità e capace di reggersi in piedi soprattutto grazie alle interpretazioni dei due protagonisti. È davvero un peccato, purtroppo, perché la storia poteva essere intrigante, se sviluppata in maniera differente e con una maggiore cura nella parte conclusiva.

Periferia di Parigi, anni Sessanta. La Rue Bleue è sempre trafficata, soprattutto perché offre ai cittadini francesi un gran numero di prostitute; Mosè, o Momò, come verrà chiamato dall’arabo (Sharif) proprietario di un negozio di alimentari, vive con suo padre, scontroso, taciturno e perennemente depresso. Mosè ha sedici anni e con gli ormoni irrequieti e curiosità sessuali difficili da tenere a bada decide di rompere il salvadanaio, regalatogli dal padre anni prima, per scoprire il mistero che nascondono le donne sensuali e formose sempre presenti sulla strada sotto casa. Così scopre il sesso, l’amore più tardi per una ragazzina dai capelli rossi nel suo palazzo ma non sarà ricambiato, e scopre che l’arabo della drogheria di fronte casa è una persona tutta da scoprire; in verità l’arabo pratica il sufismo, si chiama Ibrahim, è gentile e premuroso con Momò e di tanto in tanto offre la sua saggezza al giovane inesperto, attraverso le illuminanti pagine del Corano.

Inizia la storia d’amicizia tra i due, esponenti di due mondi totalmente diversi ma che si completano con disinvoltura, all’interno della drogheria che diventa punto di incontro e di scambio di opinioni. Intanto il padre di Momò perde il lavoro, si rende conto di non essere un buon padre, molla il figlio e va via di casa incontrando di lì a poco la morte. La madre scappata via di casa anni prima torna a casa per il figlio che si finge un Mohammed qualsiasi per non avere a che fare con la donna che lo ha abbandonato quando era ancora in fasce. Ibrahim compra un auto che non sa guidare, ma in un modo o nell’altro riesce ad ottenere la patente e parte con Momò.

I due attraversano l’Europa ed arrivano in Cappadocia, dove gli eventi sembrano susseguirsi come se si fosse premuto il tasto fast forward sul videoregistratore, senza connessioni logiche e dando un senso di fretta e svogliatezza della regia davvero poco piacevole, fino allo scontato e melodrammatico finale.

"Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", opera seconda del regista francese Dupeyron (dopo "La Chambre des officiers" del 2001) parte bene e finisce per deludere, insomma. Dopo la piacevole e vivace prima parte il film crolla inaspettatamente e finisce per perdere quasi tutto ciò di buono che ha costruito nella prima ora. Non è di certo inguardabile, sia chiaro.

Omar Sharif è sempre bravo e splendidamente in parte, anche a settant’anni suonati, il piccolo Momò è anche lui bene interpretato da Pierre Boulanger e basterebbero forse questi due ingredienti a risollevare il giudizio complessivo sulla pellicola, che in ogni caso coinvolge soprattutto all’inizio, con sequenze delicate, qualche simpatica gag e splendide canzoni che accompagnano costantemente la vita di Momò. Ma per il resto, come già detto, resta poco: mancanza di profondità, regia anonima e finale frettoloso restano tre gravi insufficienze di questo film, ed è davvero difficile non considerarle come carenze che pregiudicano pesantemente la visione complessiva della pellicola.

Regia: François Dupeyron.
Tratto da un romanzo di: Eric-Emmanuel Schmitt.
Sceneggiatura: Eric-Emmanuel Schmitt e François Dupeyron.
Direttore della fotografia: Rémy Chevrin.
Montaggio: Dominique Faysse.
Interpreti principali: Omar Sharif, Pierre Boulanger, Gilbert Melki, Isabelle Renauld, Lola Naymark, Anne Suarez, Mata Gabin, Isabelle Adjani.
Origine: Francia, 2003.
Durata: 94 minuti.
Titolo originale: Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran

Antonio Benforte, 8 sett. 2005.

Recensione pubblicata originariamente su www.ciao.it.

ISBN/EAN: 
8022469000522

Commenti

"Una pellicola originale e godibile, insomma, per la sua freschezza e particolarità, la sua voglia di trattare temi importanti come il confronto tra religioni e il rapporto tra due generazioni lontane nel tempo attraverso i toni leggeri e semplici di un film a metà tra la commedia ed il dramma".

Concordo, Antonio. Lo vidi al cinema e lo ricordo come un film gradevole. Scrivi delle carenze, che pur ci furono, ma la sufficienza piena la darei comunque.

Di corsa! L'ho trovato noioso, moralista, insulso e retorico. Regia senza idee ma soprattutto pornograficamente sentimentalista da due soldi. Penso che la recensione di Antonio, ben scritta e arguta come d'abitudine, valga dieci volte più della materia prima trattata.

Oh, grazie! Poche idee davvero, Sharif molto bravo.
Sono curioso di leggere il libro.

"tratto dall?omonimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt"

> Qualcuno l'ha letto?

(OT: scandagliando gli archivi della sezione "cinema" di Lankelot.com, ho ritrovato parecchie cose importanti e perdute. Antonio e Movida, nei giorni a venire - o nelle settimane, o quando vorranno - avranno parecchio materiale da riproporre. Si tratta, nella maggioranza assoluta dei casi, di film che non abbiamo più - o mai - trattato. Un grande contributo, ecco.

Ma anche Marina (3 pezzi almeno), Lupo (1) interverranno:).

Ian chissà. Gli ho rispedito tutto il materiale mai traslato, circa 40 articoli. Simone un bel giorno (tra libri e film, 35). Non dispero.

Dixi:)

insomma, buona (re)visione.

è tutto nella casella, segnato con la stellina di gmail. a breve online!

;)

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