Pensate ad un caldo, immobile e accecante paesaggio siciliano dei primi anni Sessanta. Le piazze semivuote, arse dal biancore invasivo del sole del Sud, la placida immobilità attraversata dai rintocchi di mille campanili, la morbosa curiosità di sguardi celati dietro giornali e serrande. Un’umanità assorta e silenziosa, un tempo dilatato, il quieto e inarrestabile cri cri dei grilli. Questo lo sfondo.
La vicenda, grottesca, è quella del Barone Cefalù, appesantito dalla realtà stagnante della provincia e alla ricerca di un viatico per il coronamento del suo salvifico sogno d’amore.
Il sogno d’amore, soave e meraviglioso, si chiama Angela e rappresenta l’oggetto di un sentimento intenso e viscerale, ma oggetto di fatto irraggiungibile, reso remoto da insormontabili barriere sociali e vincoli morali.
Lui è, appunto, un barone, si avvia alla mezza età ed è legato dall’indissolubile e sacro laccio del matrimonio; lei va ancora a scuola, è la figlia dei suoi vicini, e siamo negli anni Sessanta, e in Sicilia, e insomma non si può. Non si potrebbe. A meno di non provare a sfuggire al rigido ordine sociale servendosi delle stesse dinamiche su cui si regge; in mancanza del coraggio necessario ad un’aperta ribellione ai tabù, non resta che tramare muovendosi tra le pieghe di un sistema che sacralizzando le forme tollera i sotterfugi, purché invisibili, purché in grado di ripristinare in ultimo stadio, l’identica intelaiatura di costrizioni e di ipocrita rispettabilità.
Il barone Cefalù decide che l’unica via che conduce ad Angela è l’uxoricidio passionale, reato sopportato in sede giudiziaria e approvato in campo morale: non resta che ficcare, ad arte, un amante fin dentro il letto della goffa e ignara mogliettina.
È qui che la struttura narrativa del film rivela la sua assoluta originalità e l’intento di uno sguardo spietatamente satirico: il protagonista solleva il velo impolverato di una moralità castrante e punitiva portando alla luce le correnti sotterranee delle pulsioni recondite, gli smottamenti dell’integrità ufficiale causati dal furore degli istinti, le esplosioni incontrollabili di una violenza fino a quel punto repressa nell’esteriore conformismo.
Germi sa come assecondare, e magistralmente pure, le evoluzioni della narrazione; assestando un colpo alla compostezza delle fiere apparenze, imprime al racconto un’accelerazione decisiva.
Il ritmo del montaggio cresce fino a trasformarsi in agitata rincorsa, le inquadrature inscrivono nelle immagini la pesante fisicità dei personaggi e la loro dimensione patetica e sudaticcia.
La regia accompagna il fronteggiarsi continuo tra individuo e società, si immerge nelle zone d’ombra di un mondo addormentato e opprimente, trasmettendo un senso di claustrofobico spossamento, di amarezza e parziale disgusto. L’effetto sullo spettatore è straniante e controverso. Uno può pensare che il film sia divertente, certo, ma anche che c’è mica tanto da ridere, pensandoci meglio.
È un film, ad ogni modo, rivoluzionario come pochi altri nella storia del cinema italiano. Negli anni immediatamente seguenti il 1960 Cinecittà vive una stagione di complessiva trasformazione. Sbiadito nell’entusiasmo del miracolo economico lo slancio dell’impegno neorealista, nelle sale si proiettano storie di un’Italia che rinasce, con tutto il suo carico di ingenue credenze e atavici rituali. Un cinema in cui gli italiani imparano a riconoscersi, ad osservarsi, ridendo dei propri tic, dei comportamenti paradossali e dei pregiudizi condivisi.
Il capolavoro di Pietro Germi, con un’istantanea associazione letterale, imprime a tutto il filone l’etichetta di “commedia all’italiana”.
Una pellicola che porta in nuce tutti gli elementi identitari di una corrente cinematografica che vedrà fiorire un numero straordinario di talenti e di cui il pubblico non solo italiano si innamorerà perdutamente. Divorzio all’italiana è un ritratto lucidissimo, desolante, genialmente giocato in chiave comica, di una comunità inconsapevolmente vittima degli stessi meccanismi che genera e fomenta con forsennato masochismo.
A quaranta anni dall’uscita, il film è ancora, incredibilmente, odierno: le perversioni all’italiana, si sa, son dure a morire.
Regia: Pietro Germi.
Soggetto e sceneggiatura: Ennio De Concini, Pietro Germi, Alfredo Giannetti.
Direttore della fotografia: Leonida Barboni, Carlo Di Palma.
Montaggio: Roberto Cinquini.
Interpreti principali: Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli, Daniela Rocca, Leopoldo Trieste, Lando Buzzanca
Musica originale: Carlo Rustichelli.
Scenografia: Carlo Egidi
Costumi: Dina Di Bari
Titolo originale: id.
Origine: Italia, 1961.
Durata: 101 minuti.
Approfondimenti in rete: http://it.wikipedia.org/wiki/Divorzio_all'italiana
Pubblicato originariamente su www.lankelot.com
Commenti
Alè! Sistemato titolo, tags e codice ean. Bentornato.
Granf film, concordo. Angela, però, non è solo figlia dei suoi vicini. è parente, mi sembra cugina. I vicini abitano nello stesso palazzo, accolti lì dalla famiglia tempo addietro, e mentre il barone sta lentamente retrocedendo nelle fortune, i parenti stanno crescendo economicamente. In questo senso, c'è una sorta di passaggio da Fefé ad Angela. Fefé è, diciamo per semplificare, il vecchio, mentre Angela è il nuovo che avanza (eheh). Una Sandrelli da urlo, in questo film, da vedere solo per lei. E un Mastroianni Mastroianni. olé.
Film che peraltro mi pare abbia ispirato più che mai non pochi film successivi, citazioni e variazioni su tema.
L'epilogo del tanto celebrato "Ultimo bacio" mi ricorda tanto il piedino della Sandrelli neo-cornificatrice col marinaio.
"Uno può pensare che il film sia divertente, certo, ma anche che c?è mica tanto da ridere, pensandoci meglio"
Da ridere sereni in realtà poco davvero. Siamo nel regno del grottesco e non a caso il regista è Germi.
Film che peraltro mi pare abbia ispirato più che mai XXXXXXXX citazioni e variazioni su tema.
"Angela, però, non è solo figlia dei suoi vicini. è parente, mi sembra cugina". Cugina sicuramente.
Spadaro mi pare interpretasse il prozio o il nonno sporcaccione che spiava le forme della giovanissima nipotina.
Anche un che di incestuoso.
locandina!
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