STORIA DI UNA (DE)GENERAZIONE
La morte della libertà o l’epilogo dell’American Dream? Queste sembrano essere le due principali chiavi di lettura dello spirito dell’opera prima di Dennis Hopper – “Easy Rider”, cavalieri in sella a un chopper in direzione est, stravaganti e non allineati a niente – né agli hippies, ridicolizzati e sconsacrati nella rappresentazione grottesca e patetica della loro quotidianità misticheggiante e alienata, né ai cittadini di provincia, proposti in una luce aberrante di grettezza e xenofobia (in senso etimologico), né tantomeno ai cittadini della metropoli, del tutto estranei all’intreccio.
Wyatt, detto Capitan America (Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper): il romanzo di formazione della loro parabola esistenziale ha un epilogo di fuoco; annunciato da un’allucinazione lisergica a sfondo religioso e apocalittico e solcato irregolarmente dall’apparizione di un’alterità episodicamente benevola e fraterna. Come nel caso dell’avvocato strafatto e “illuminato” George Hanson (Jack Nicholson), compagno di viaggio fino a un passo dalla meta, che tra una sorsata di whiskey e una tirata di marijuana spiega agli easy riders che quel che stanno attraversando assieme non è che l’ombra dell’America che era un tempo, e che poteva essere ancora (noi diremmo: lo è mai stata?). George ha coscienza del primo nemico del popolo statunitense: la paura. La paura d’ogni cosa, che si trasforma in una aggressività omicida. E questa aggressività omicida si configura in una nazione di Caino e Caino, in cui il bianco domina e pretende che il bianco non si conceda nessuna libertà estetica e intellettuale e non incarni quella effettiva libertà individuale che la propaganda politica ha persuaso ogni cittadino d’avere.
Rock è la spina dorsale della pellicola: Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Byrds, sostituiscono i dialoghi e propongono una costante sublimazione dello stato d’animo dei personaggi nel loro viaggio in moto; il rock illustra il colore di questi spiriti e il senso del loro viaggio; la natura circostante sembra miracolosamente riflettere quella libertà e quella selvatichezza di cui Billy e Capitan America sono composti. Nonostante l’industrializzazione, e l’alterazione del paesaggio, mutato dall’intervento umano, il rock e gli easy riders riescono a restituire vita e “respiro dell’origine” alla natura.
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Il film, girato in cinque settimane, è stato montato in un anno e mezzo: erano state accumulate trentadue ore di pellicola perché non era stato possibile visionare i giornalieri. Jack Nicholson e Bob Rafelson contribuirono al montaggio dell’opera. È un montaggio sperimentale, siamo nel ‘69, si chiude (o apre?) un’epoca sintomatica, sia per la storia che per il cinema. Gli anni ‘60 (e gli anni ‘20) sono il decennio d’oro per la sperimentazione e il ritmo sincopato ne è una prova. Non più dissolvenze ma inquadrature frammentate che si sovrappongono fondendosi, un uso esplicito dello zoom contrapposto a carrelli on the road, offrono effetti visivi evocativi che avranno un’esplosione nella sequenza del trip: un’orgia di immagini, grandangoli, composizioni piramidali, asfissianti e contorte che offrono l’icona utopica di un mondo che può essere raggiunto solo con espedienti artificiali e ben lontani dalla realtà. Una visione pessimistica e autodistruttiva, come in fondo è la realtà vera.
Si può felicemente dichiarare che il film appartenga ai tre protagonisti: Fonda (produttore), Hopper (regista), Nicholson (montatore). La tentazione di leggere l’opera rimanendo fedeli a certe esperienze esistenziali dei tre artisti è forte: tuttavia, in questa sede sarà opportuno limitarsi a ricordare che, nel 1969, proporre l’assunzione della marijuana come calmante e socializzante e non come droga pericolosa per se stessi e per il prossimo era indubbiamente rivoluzionario. Almeno: in sede cinematografica.
“Easy Rider” è un film dichiaratamente allegorico. Chi si aspetta un road movie per passare due ore in compagnia di due protagonisti furbacchioni o birichini, guardi altrove. Metafora pessimistica quindi, che non risparmia né la Superpotenza Mondiale, né il cinema, né l’umanità tutta. Si parla di giustizia ambientando il tutto negli States, ma il discorso si può adattare a qualsiasi sedicente democrazia.
Prima del congedo una dance macabre nel cimitero, tra prostitute vergini che annunciano il concepimento d’una creatura e statue d’una madre traditrice (la patria? La famiglia?) ripudiata e rinnegata. Non s’eccede nella semplificazione simbolica eros e thanatos; si va, per iconoclastia e catastrofismo, a suggellare l’accettazione della morte dell’uomo.
Regia: Dennis Hopper. Soggetto e Sceneggiatura: Dennis Hopper, Peter Fonda, Terry Southern. Direttore della fotografia: Laszlo Kovács. Montaggio: Donn Cambern, Jack Nicholson, Dennis Hopper.
Interpreti principali: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Luke Askew,
Musica originale: Roger McGuinn.
Produzione: Peter Fonda.
Origine: Usa, 1969.
Durata: 94 minuti.
Commenti
Eh...
Lo sai che quando l'ho visto mi ha deluso un bel po'?
Ma la colonna sonora è fantastica...
Dai? Cosa non ti è piaciuto?
Non saprei dirtelo di preciso, ma l'unica volta che l'ho visto il montaggio rapido e confusionario, la sceneggiatura un po' improvvisata e il finale non mi convinsero più di tanto.
Una questione di emozioni, sensazioni a pelle, al di là della critica che lo considera un capolavoro assoluto.
Forse è una mancanza mia. Che faccio, gli do un'altra chance?
Francamente non ho granché idea di quel che la critica ne scriva. Il montaggio è certamente rapido e confusionario, la sceneggiatura è in parte improvvisata, anche perché spesso erano fumati davanti alla macchina da presa. Però ci hanno messo un anno e mezzo a montare il materiale, e credo che la casualità fosse evitata con cura. Il finale poi non è frettoloso, è un dejavù: fatto più unico che raro nella storia del cinema. Io gli darei un'altra occhiata :)
E' stato grande vederlo assieme, assolutamente micidiale scriverne, e cercare di sintetizzare la valanga di suggestioni e di intelligenza che ci aveva travolto. Ascoltando buona musica. Ritrovarla qui è bello;).
(l'abbiamo visto da sobri. e' questo il guaio. Questa è una recensione lucida. Si vede che la storia del montaggio ci aveva coinvolto molto, li abbiamo presi sul serio)
La videocassetta ce l'ho qui, sull'armadio.
Gli esami li ho finiti: gli do un'altra occhiata, allora.
Allora? Com'è andata?
Ehm...non l'ho ancora visto. :)