Prima di tutto, una considerazione. È difficile, se non impossibile valutare questo ultimo lavoro di Brian De Palma secondo le categorie grossolane del bello o brutto, noioso o avvincente e via discorrendo. Tratto da uno dei romanzi più intriganti e complessi di James Ellroy, The black Dahlia è una storia che poco si presta ad una traduzione cinematografica racchiusa in soli 120 minuti; di qui il dilemma del regista e dello sceneggiatore: cosa salvare e cosa – inevitabilmente – omettere? E, soprattutto, in che modo?
Los Angeles, anni ’40. Due agenti di polizia, amici ed ex pugili, si ritrovano per le mani uno spinosissimo caso nel quale una giovane attricetta della Hollywood minore e nascosta, in cerca di gloria attraverso ruoli erotici e pornografici, viene trovata senza vita in seguito a una barbara esecuzione: sezionata in due parti, prosciugata del sangue e con strane ferite sul corpo. Bucky Bleichert (Josh Hartnett) e Lee Blanchard (Aaron Eckhart), Mr. Ghiaccio e Mr. fuoco, sono diventati amici dopo una rissa, lavorano insieme e condividono l’amore per la stessa donna, l’incantevole Kay Lake (Scarlett Johansson). Kay Lake è un’ex prostituta, marchiata a fuoco in prossimità del fondoschiena con le iniziali del suo ex protettore, riconoscente a Blanchard per averla salvata da quella vita, e di lui convivente. Quando entra nella loro vita Bucky si crea un inusuale rapporto a tre, favorito dallo stesso Blanchard, nel quale, comunque, il sesso è del tutto assente. Ma non tutto è cosi manifesto agli occhi di Bucky che, immaginando di usare rispetto all’amico, respinge sempre le avance della giovane. E poi c’è il caso “Dalia nera”, pieno di lati oscuri che, però, conducono Bucky fino alla misteriosa Madeleine (Hilary Swank), ragazza figlia di un magnate hollywoodiano assai somigliante alla Dalia. Bucky ne è immediatamente attratto, come Madeleine da lui; la ragazza ha conosciuto la giovane deceduta e da subito rivela un ruolo ambiguo nella vicenda, ma qualcosa sembra sconvolgere la vita dell’amico Lee: c’è un’ombra del passato che sta per tornare nella vita di Blanchard, e non solo; anch’egli ha qualcosa da nascondere. Le vicende si intrecciano e il mistero della Dalia nera si fa sempre più nebuloso, per Bucky è un vero e proprio rompicapo che trova la sua soluzione nel momento in cui la disperazione per il succedersi di angosciosi e dolorosi accaduti riempie la vita del giovane poliziotto: Blanchard muore, con Kay Lake può liberarsi la passione, ma è mista a inquietudine; l’ombra della Dalia nera è negli occhi di Madeleine, il cui potere quasi ipnotico su Bucky sembra avere la meglio. Sembra: la soluzione dell’enigma è tanto futile quanto agghiacciante, in un quadro che ride sinistramente e che, spaventoso, esplora l’inconscio di chi lo osserva.

Il grande De Palma, quello di Vestito per uccidere e Blow out (restando ai thriller, evidentemente, perché De Palma ha, probabilmente, dato il meglio di sé in gangster movie come Scarface, Carlito's Way e Gli intoccabili), è ancora qui, presente. Ed è sempre un piacere goderne, credetemi. Anche in un film difficile e controverso come questo, in cui i numerosissimi snodi narrativi non sono riusciti a ricondurre a quell’unità che pur Ellroy aveva saputo trovare nel romanzo. De Palma parte dal noir ellroyano e gioca necessariamente per sottrazione, usa questo genere letterario - e cinematografico - per dare l’innesco alle sue personali ossessioni, tutte mirabilmente espresse attraverso un uso geniale e creativo della macchina da presa. In ciò, la vicinanza con David Lynch, ancorché espressa attraverso un diverso tipo di cinema (e a guardar bene, neanche troppo), è più che evidente. Basta soffermarci, nella fattispecie, sull’uso continuo dei primi piani e su un paio di splendidi piani sequenza che svelano l’ottica entro cui il regista inquadra personaggi e suggestioni, attraverso lo specchio deformato delle sue intime ossessioni. Quelle sessuali, in particolare. Diverso è, infatti, il ritorno emotivo che lo spettatore trova confrontando questa pellicola con L.A. Confidential di Curtis Hanson, l’altra trasposizione cinematografica tratta da un testo di Ellroy; se nel film di Hanson è l’intreccio a coinvolgere - c’è da dire che fu un’ottima trasposizione -, qui, in The black Dahlia, come nei film di Lynch del resto, è la suggestione visiva che orienta l’emozione dello spettatore amante. E sottolineo amante, perché immagino – come già mi è capitato di sentire in giro – che in molti indifferenti all’arte di De Palma possano irragionevolmente considerare questo film una mezza boiata: perché sbrigativo e contorto, soprattutto.

Per ciò che mi sembra evidente, quello che proprio non funziona in questa pellicola sono gli attori: inespressivi (e Eckhart addirittura caricaturale) i due poliziotti protagonisti, fuori ruolo la pur bellissima Scarlett e la Swank. Soprattutto Hilary Swank, attrice meravigliosa (ricordo volentieri le due superbe prove in Million dollar baby e Boys don’t cry), è assai poco credibile con quella parrucca in testa e in un ruolo di dark lady che non sembra essere nelle sue corde. La Johansson ha, invece, una parte che la vede ingessata e mummificata in espressioni da fotoromanzo. Hartnett fa il verso a Bogart e ai divi del noir, con scarsi risultati, sfiorando il ridicolo nelle sue infinite pose a un’espressione sola. L’unica nota lieta è Mia Kirshner, la Dalia nera originale, simbolo della seduzione e della menzogna, temi principe delle opere del regista statunitense.
Nonostante gli attori fuori parte e la complessità di un intreccio non sempre restituito come si sarebbe dovuto, The black Dahlia vive e riluce di evidenze non trascurabili: la fotografia di Zsigmond e l’impeccabile – come al solito – scenografia di Dante Ferretti, che regala allo spettatore giuste atmosfere nere filtrate dal fumo delle sigarette accese a ripetizione. E poi c’è il tocco autoriale di De Palma, ancora una volta “posseduto” dallo spirito di Sir Alfred Hitchcock - ancora molti rimandi al cinema del maestro anglosassone, ma non solo, De Palma cita e omaggia anche se stesso: Gli Intoccabili. Godetevi la sequenza che porta alla morte di Lee Blanchard, li c’è l’inconfondibile marchio di Brian De Palma. Basterebbe da sola a giustificare la visione di questo film.
Regia: Brian De Palma. Soggetto: Tratto dall’omonimo romanzo di James Ellroy (in Italia “Dalia nera”) Sceneggiatura: Josh Friedman. Direttore della fotografia: Vilmos Zsigmond. Costumi: Jenny Beavan. Scenografia: Dante Ferretti. Montaggio: Bill Pankow. Interpreti principali: Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Aaron Eckhart, Hilary Swank, Mia Kirshner, Mike Starr, Fiona Shaw, Richard Brake, Kevin Dunn, Patrick Fischler. Musica originale: James Horner. Origine: Usa / Germania, 2006. Durata: 120 minuti.
Commenti
Anch'io amo De Palma e nonostante le critiche tiepide o negative a Black Dahlia avevo l'impressione che qui il nostro fosse ispirato. Col tuo pezzo sciolgo le ultime riserve e questo weekend andrò a vedere il film. Grazie.
Ma si, Patrick, vai pure tranquillo. De Palma è sempre un bel vedere, anche se qui ci vuole pazienza e attenzione per la complessa articolazione della trama. Forse i fan di Ellroy resteranno un po'delusi, ma gli amanti di De Palma non potranno non notare i consueti virtuosismi della sua macchina da presa e i rimandi cinematografici. Non solo questo, naturalmente, perchè la storia si segue eccome, e chi ci si perde è solo poco abituato alle trame complesse, immagino. Peccato solo per gli attori fuori ruolo, dalla Johansson e la Swank mi aspetttavo di più, essendo due attrici che apprezzo (la prima, in realtà, più per il fascino, la seconda perchè è davvero attrice superlativa). La prova di Hartnett me l'attendevo, l'avevo già notato come attore inespressivo.
De Palma. Omicidio a Luci Rosse si ripete ogni qualche anno. Da circa 30 anni. Mi sbaglio?
A latere. Davvero Ellroy è "intrigante e complesso"? E soprattutto: davvero ha dei fan? Perché? (non è un giallone mondadoriano?)
No, no ha parecchi fan. Non è il mio genere, ma le trame dei suoi romanzi non sono affatto male. Mio fratello è un appassionato.
30 anni forse no. Una venticinquina, se per "si ripete" intendi che è suggestionato da temi che ritornano spesso nel suo cinema.
Dimmi che ne pensi quando l'hai visto, Patrick.
archivio BDP in calce!
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