Si sa che De Palma è un autore che ama esplicitare, nelle sue opere, i debiti che ha contratto con la tradizione e la sua cultura cinefila in generale. Al punto che alcuni lo hanno accusato di ancorare la sua cifra autoriale al citazionismo puro e semplice, di essere al limite il massimo esponente di un postmodernismo cinematografico e nulla di più. Ebbene, questa la si può liquidare come una ingenerosa esagerazione. Si tratta di un’opinione che non tiene conto non solo delle robuste doti di narratore proprie a De Palma, ma soprattutto della stupefacente ingegnosità di molte sue soluzioni tecnico-visive: in una parola, dell’originalità della sua elaborazione finale.
“Carlito’s way” ne è un buon esempio. I connotati del soggetto: su tutti, il protagonista tormentato che riflette sulle tappe della propria perdizione; e quelli dell’ambientazione e della messa in scena: la metropoli malavitosa, spesso notturna e piovosa rispondono in sostanza ai canoni del film noir. Così come lo fa l’intreccio. Il racconto infatti è articolato in forma di lungo flashback diegetico: all’inizio vediamo Carlito disteso su una barella, morente, raccontare gli eventi del passato che lo hanno condotto fin lì. Eppure, mediante un sofisticato ricorso a slow motion e a false soggettive, De Palma imprime un tocco talmente visionario a questa prima sequenza da renderla piuttosto affine a un flashforward narrativo. La peculiarità dello stile, in questo modo, è stata salvaguardata perfettamente. Omaggiata la tradizione, il regista se ne è subito sganciato con eleganza e audacia.
Il portoricano Carlito Brigante (Al Pacino) – nomen omen! – è un trafficante di droga che si è beccato trent’anni di galera ma che ne è uscito dopo appena cinque grazie a una sorta di raggiro legale messo in atto dal suo avvocato, Dave Kleinfeld (Sean Penn). Toccato da tanta grazia, Carlito ritiene sia giunto il momento di mettere da parte ogni hybris residua e dare avvio a un nuovo corso della sua esistenza, lontano dagli ambienti della mala. Accetta dunque di assumere la direzione di un locale notturno, persuaso in ciò da Kleinfeld che ha investito in esso una ingente somma di denaro.
Per sdebitarsi dell’incommensurabile servizio prestatogli, in altre parole, a poco a poco Brigante lega a doppio filo la sua vicenda a quella dell’avvocato: e non è cosa buona, perché Kleinfeld, che è pure inveterato cocainomane, sempre più si fa ideatore di progetti che con la legalità hanno a che vedere sempre meno. La strada, che dovrebbe portare Carlito all’agognata redenzione, si complica quindi di giorno in giorno. Circondato ovunque dagli spettri del suo passato criminale, allo stesso tempo estraneo a un ambiente che gli si mostra irriconoscibile dopo cinque anni di prigione, Brigante si sente la vittima di un destino già scritto, spietato e più forte di lui. Non a caso, anche la relazione che intreccia con un’antica amante, Gail (Penelope Ann Miller), spogliarellista con frustrate ambizioni di ballerina, si strugge in un senso di mesta rassegnazione come se entrambi sapessero di non potere nulla.
E gli spettatori, fin dalla prima sequenza, sanno appunto che Gail e Carlito hanno ragione. In un estremo impeto di speranza i due decidono di scappare alle Bahamas, dove Brigante ha sempre sognato di aprire un’attività di autonoleggio, dandosi fatidico appuntamento alla stazione dei treni. Carlito riuscirà pure a raggiungere Gail in orario e forse non sarà la carica maligna di Kleinfeld a trascinarlo all’inferno, ma la sorte vuole che il treno lasci la stazione senza i due amanti a bordo: e così ineluttabilmente sarà.
Spettacolare, giocata su quadri dalle prospettive ardite (quelli dal basso sono un suo marchio di fabbrica, ormai) e su un montaggio sobrio che di frequente dà fiato a lirici piani sequenza, la regia quasi inanella una scena-madre dietro l’altra. Il soggetto, tratto dai romanzi un poco banali e sempliciotti di Edwin Torres, è così fasciato in uno stile brillante che esalta i tratti, peraltro già vigorosi, della sceneggiatura di David Koepp.
Del resto, con il suo
fotografo di fiducia –
Stephen H. Burum – a suggerirgli luci e toni di colore sempre azzeccati si vede che De Palma qui è a suo agio almeno quanto lo era in “
The untouchables” (non per niente ne cita la stazione).
Ne esce un dramma teso nell’azione,
crudo nella morale,
però anche malinconico e appassionato nel decantare la necessità noir della sconfitta.
La colonna sonora è in pratica un compendio essenziale del materiale dance più Seventies che si possa immaginare; e gli interventi originali di Patrick Doyle sottolineano i momenti di maggiore tensione con qualche inserto d’orchestra mai enfatico. Al Pacino cerca di comprimere la sua verve incontenibile per dare un effetto dimesso al suo personaggio. Ci riesce: ma per una volta anche uno come lui si vede rubata la scena, impossibile non sgranare gli occhi ad ogni apparizione di Sean Penn, occhialoni e memorabile permanente arancione.
L’autore dei romanzi originali è stato giudice dello Stato di New York. I Cahiers Du Cinema hanno eletto “Carlito’s way” miglior film degli anni Novanta.
Regia: Brian De Palma.
Tratto dai romanzi di: Edwin Torres (“After Hours” e “Carlito’s way”).
Sceneggiatura: David Koepp.
Direttore della fotografia: Stephen H. Burum.
Montaggio: Kristina Boden, Bill Pankow.
Interpreti principali: Al Pacino, Penelope Ann Miller, Sean Penn, Luis Guzman, John Leguizamo.
Musica originale: Patrick Doyle.
Produzione: Universal Pictures.
Origine: Usa, 1993.
Durata: 141 minuti.
Info Internet:
Pk-.,
gennaio 2004.
DE PALMA in LANKELOT
Commenti
"Spettacolare, giocata su quadri dalle prospettive ardite (quelli dal basso sono un suo marchio di fabbrica, ormai) e su un montaggio sobrio che di frequente dà fiato a lirici piani sequenza, la regia quasi inanella una scena-madre dietro l?altra. Il soggetto, tratto dai romanzi un poco banali e sempliciotti di Edwin Torres, è così fasciato in uno stile brillante che esalta i tratti, peraltro già vigorosi, della sceneggiatura di David Koepp".
Il film è spendido, con "Scarface" è il capolavoro di De Palma. L'intepretazione di Al Pacino è tra le più intense che io ricordi: mostruoso. E Sean non gli è da meno. Un filmone, da consigliare a chiunque. Non ne srissi sul vecchio Lanke proprio perchè c'erano già due pezzi che ne parlavano più che bene, il tuo e quello di Ian. I Cahiers du Cinema hanno ragione (mica gli ultimi arrivati...), capolavoro indiscutibile.
I Cahiers avevano ragione di esistere 30 anni fa. Non mi sembra abbiano riprodotto certi fenomeni, post-Truffaut; l'ipse dixit non mi interessa.
La tua recensione è gentile e bella, come quella di Ian. De Palma, per quanto mi riguarda, è un italiano che ha fatto fortuna all'estero senza dire mai niente. Di nuovo. E' un gran mestierante.
Ma questo film lo hai visto, Franco? Questo è un capolavoro.
Come no.
Merita solo l'inquadratura della morte: atipica, suggerisce l'idea che esista lo spirito. E poi?
Ok, prendo atto che qui siamo agli antipodi. capita. Per me è uno dei più bei film degli ultimi quindici anni, se non il migliore.
Eh, succede.:)
Ci mancherebbe. A proposito di film preferiti, ho visto il tuo Linklater, sia Waking life che l'ultimo A scanner darkly. Davvero interessanti e originali, pur non facendomi toccare le tue vette d'entusiasmo. In ogni caso li consiglio, è un cinema diverso (magari da interiorizzare in più visioni), non la solita pappa.
Daje, scrivine!
Li metto in elenco, la lista di promesse è già lunghissima;)
daje! Tempo non ci manca.