Lynch David

Mulholland Drive

Autore: 
Lynch David
Los Angeles, una notte qualunque, una macchina percorre Mulholland Drive. L’auto si ferma, due uomini intimano a una donna mora di scendere, minacciandola con la pistola. D’improvviso sfreccia una macchina, colpisce incidentalmente l’altra che aveva appena accostato: solo la donna si salva. Preludio, atto iniziale di un film che confonde volutamente la dimensione temporale portandoci inizialmente questa prima realtà (apparente?): una bruna che non ricorda nulla - dirà di chiamarsi Rita in onore della Hayworth -, una bionda, Betty, che la scopre nascosta in una casa prestatale dagli zii. Betty l’aiuta, le diventa amica e se ne innamora. Betty è un’aspirante attrice - forse - che insegue la prima scrittura, che passa un provino per una parte in un film del regista Adam Kesher: “É lei la ragazza”. Ma di chi si parla? Chi è la ragazza? Certo, non lei. Rita nel sonno ripete una parola ossessiva: “Silencio”. Le due ragazze cercano l’identità di Rita, una verità difficile: tutto in una scatola blu e in una chiave. La scatola blu cambia ogni cosa, la chiave rivolta storie, fatti e personaggi del film. Chi ama chi? Chi dipende da chi? Chi è Rita? Chi è Betty? Soprattutto, dov’è la realtà?
 

 
Straniante, visionario, spesso imperscrutabilmente psicanalitico, David Lynch confeziona l’ultima ossessione della sua mente come episodio pilota di una serie tv americana a lui affidata e mai andata in onda. Troppo lungo e poco comprensibile, gli hanno detto i produttori statunitensi - che come al solito non hanno capito nulla, aggiungo io -, prolisso e poco commerciale. Per fortuna ci sono gli europei (nella fattispecie il francese Studio Canal Plus) che hanno deciso di rifinanziare l’operazione, tanto che Lynch da un semplice pilot ne riuscì a ricavare questo magnetico e originalissimo lungometraggio per le sale. Una pellicola che si avvale del duo affascinante e molto affiatato Naomi Watts-Laura Harring, rimasto nell’immaginario per le scene lesbo, ma capace di lasciare anche (soprattutto la Watts, poi divenuta attrice molto richiesta) interpretazioni importanti e sfaccettate come richiedevano i due - quattro - sensuali ed enigmatici personaggi che incarnano le ragazze.  Le musiche, come consuetudine amata dal cineasta d’oltreoceano, sono affidate all’ottimo compositore Angelo Badalamenti (chi non ricorda il bellissimo tema di Twin Peaks?), capace di supportare con motivi cupi e misteriosi la stupenda fotografia di Peter Deming, tornato a lavorare con Lynch dopo l’intermezzo di Freddie Francis per The Straight Story (Una storia vera nella traduzione italiana) - fotografia altrettanto suggestiva. Su tutto l’occhio del grande cineasta: clinico, asciutto, teso, inconfondibile, che guida mirabilmente la macchina da presa fin dalle primissime sequenze - fate caso ad una “semplice” scena d’ingresso della pellicola: l’inquadratura del cartello che reca su la scritta “Mulholland Drive” prima dell’arrivo dell’auto in strada, aggiungete la musica e non lo dimenticherete più - per portaci, alla fine, al “Silencio”.
 

 
Tornano i motivi essenziali cari al regista, come lo scambio d’identità nel mutamento della dimensione temporale - tema già espresso nel precedente e ultravisionario Strade perdute - e i personaggi a caratterizzazione simbolica: il cowboy, lo spaventoso homeless (l’incubo primordiale), l’inquietante ghigno degli zii in miniatura di passaggio sotto la porta (i mostri della mente), il volto maschera di Coco e una donna dalla parrucca blu che intona il silenzio. Tutti sinistramente rievocanti le suggestioni che abitarono il serial Twin Peaks e la pellicola Fuoco cammina con me (ideale prequel della serie televisiva). Non ci si inganni, però, perchè le opere di David Lynch vivono di luce propria e singolare, e qui la genialità risulta essere proprio il non lasciare soluzione chiara e univoca  allo spettatore: gli "occhi della mente" sono sedotti e rapiti dalle immagini e dai corrispondenti significati nascosti - c’è più di una vaga suggestione a chiamare in causa Jung -, abbandonano i sentieri della ragione per trovarsi nei territori dell’inconscio. Del nostro inconscio, naturalmente; da lì vengono le risposte agli enigmi proposti dal regista, lì vive la soluzione agli interrogativi. Film specchio, astutamente costruito e postoci innanzi da Lynch per godere dei nostri stessi equivoci, delle nostre stesse paure, altrimenti celate nella routine della quotidianità. Proposta catartica, dunque, cui ci s’affascina o si fugge - alcuni purtroppo ne ho visti uscire dalla sala a metà del film, altri dormire profondamente -, di cui ci si innamora anche perdutamente. Come a me è capitato.
 
 
Un consiglio: abbandonatevi al flusso emotivo di suoni e immagini, non cercate la razionalità narrativa. Questo film è una splendida esperienza estetica che ogni anno mi sorprendo - ne ho improvvisa necessità - a (ri)regalarmi, provando sempre -  incredibile! - la stessa intensità della prima visione. Se cercate oltre il consueto, questo è il film per voi.
 
Curiosità: Lynch ottiene con questo film il secondo riconoscimento al Festival di Cannes (il primo la Palma d’Oro per Cuore selvaggio), questa volta per la regia, un ex-aequo con l’intrigante bianco e nero dei fratelli Joel e Ethan Coen: “L’uomo che non c’era”. Piccolo cammeo per il compositore Badalamenti nel ruolo di uno dei due fratelli Castigliane. Il nome preso nella seconda parte del film dalla Harring (Camilla Rhodes) è ispirato al reale, più precisamente a quello di un’attrice del film stesso (cfr. credits). Nel Dvd, tra i contenuti speciali, c’è la premiazione al Festival di Cannes.

Regia: David Lynch. Soggetto e Sceneggiatura: David Lynch. Direttore della fotografia: Peter Deming. Montaggio: Mary Sweeney. Interpreti principali: Naomi Watts (Betty Elms / Diane Selwyn), Laura Elena Harring (Rita / Camilla Rhodes), Justin Theroux (Adam Kesher), Ann Miller (Coco Lenoix), Dan Hedaya (Vincenzo Castigliane), Angelo Badalamenti (Luigi Castigliane), Mark Pellegrino (Joe), Maya Bond (zia Ruth), Melissa George (Camilla Rhodes), Michael J. Anderson (Mr. Roque), Lafayette Montgomery (cowboy), Rebekah Del Rio (se stessa). Musica originale: Angelo Badalamenti.  Scenografia: Jack Fisk. Costumi: Amy Stofsky. Produzione: Neal Edelstein, Tony Krantz, Michael Polaire, Alain Sarde, Mary Sweeney. Origine: Usa / Francia, 2001. Durata: 146 minuti.  

Approfondimento: The Universe of David Lynch

 
FILMOGRAFIA
 
Elephant Man” (1980)
Dune” (1984)
Velluto blu” (1986)
Cuore Selvaggio” (1990)
Strade perdute” (1997)
Una storia vera” (1999)
Mulholland Drive” (2001) 
 
Léon, Aprile 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com
 
ISBN/EAN: 
3259190280892

Commenti

Ultimo film ripreso dagli scritti del vecchio Lanke. Da ora in poi solo nuovi scritti;)

E' stata una gran ripresa, l'archivio critico è riconoscente;)

(questo è un altro dei film che sto sezionando per dormire, due o tre sequenze a notte. Psichedelico e ipnotico a livelli micidiali, con questa neo-strategia da spettatore ormai ingabbiato da)

1) ok Lèon, ma nel forum a che nome stai? ti devo segnalare una cosa in privato ma non so come trovarti (forse dovremmo uniformare gli username tra forum e sito)
2) l'uomo nero... un salto sulla sedia del cinema
3) forse un finale 'razionale' la pellicola ce l'ha, si torna su un discorso centrato sul mezzo, no?

Sul forum mi trovi come federicomagi. Léon non lo prendeva come, nome quindi ho usato il mio nome originale:)

Ok, dimmi li.

Spiegami il punto 3, Emanuele. Che intendi di preciso?

Bella, bellissima recensione. Adoro Lynch, genio vero.

Scusa per il ritardo ma leggo solo ora: la cantante in playback, i personaggi che cambiano identità,... ora per essere più preciso dovrei rivedere il film ma mi è rimasta in testa l'impressione che alla fine portasse avanti un discorso sulla finzione della narrazione facendo una serie di corto circuiti uno dietro all'altro annullando qualsiasi tentativo di narrazione. (se ho scritto male la colpa è dell'i-pod).

Grazie Fa', concordo, Lynch è un vero genio. Questa pellicola lo dimostra.

Emanuele, la struttura è volutamente anti narrativa, non offre agganci oggettivi, cerca la suggestione inconscia dello spettatore. E lo fa attraverso i simboli, o gli archetipi, se preferisci. Le figure, difatti, hanno tutte valenza archetipica o simbolica, e sovrastano qualsiasi ragione di narrazione lineare. Lo scambio d'identità nel cambio della dimensione temporale è presente anche in "strade perdute", ad esempio. E ho letto che nel prossimo, "Inland empire", Lynch accentua il distacco dalla razionalità, costruendo una struttura che con la narrazione classica non spartisce quasi più nulla (si vocifera anche sia il suo film più cupo e disperato). E durerà 168 minuti! Il che significa che i neofiti del genere debbono necessariamente cominciare da altrove. E che gli amanti di Lynch si troveranno di fronte ad una scelta precisa: accopagnarlo nel suo inquietante
mondo onirico o restarne fuori per sempre. Quindi, concludendo, quando dico che non è stato un finale razionale, intendo affermare che egli è lontano anni luce da qualsiasi struttura, non solo classica, ma facilmente decifrabile. E lo sarà sempre di più, immagino.

Ieri ho rivisto The Elephant Man. Pensavo che l'avessi recensito qui, Fede. Ha un finale da vertigine metafisica. Qualcosa di davvero profondo. Il tutto accompagnato dall'Adagio for strings di Samuel Barber. Che bellezza.

Per chi non sapesse (o non ricordasse) che cos'è l'Adagio for Strings di Barber, qui: http://www.schirmer.com/default.aspx?TabId=2420&State_2874=2&workId_2874...

Preso a colonna sonora anche in Platoon.

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.