Cronenberg David

Rabid

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Cronenberg David
Dopo il brillante e per certi versi sconvolgente esordio con Il demone sotto la pelle, David Cronenberg si rituffa nell’horror apocalittico con cadenze da melodramma, facendo uscire Rabid (dal titolo italiano, Rabid sete di sangue), curiosa variazione sul tema del genere vampiresco. Lo scenario proposto, anche probabilmente per il basso budget a disposizione, è ancora una volta il Canada, nazione che gli ha dato i natali. 
 
Campagna nelle vicinanze di Montreal, metà degli anni Settanta. Una moto con due giovani a bordo si schianta nei pressi di una clinica specializzata in ricostruzione dei tessuti epidermici. Il ragazzo se la cava con qualche escoriazione, la ragazza è invece in fin di vita, con numerose ustioni sul corpo. Il dottor Keloid, primario della clinica, pur non essendo abilitato ad intervenire, sfrutta l’urgenza della circostanza per eseguire un’operazione che voleva tentare da tempo: applicare pelle umana di defunti per curare le ferite della ragazza morente. Mentre avviene l’operazione, il ragazzo aspetta notizie in città, seriamente preoccupato per le sorti della fidanzata. Dopo l’intervento, tecnicamente riuscito, la ragazza non accenna comunque a risvegliarsi; passa qualche ora e, nella solitudine della sua stanza, si rianima in preda ad incubi, tanto che le sue grida vengono ascoltate dal medico di turno. È l’inizio dell’orrore, la giovane ha una smisurata sete di sangue e in un brevissimo lasso di tempo contagia quasi l’intera clinica. Lei scappa, il ragazzo comincia a cercarla. Il contagio si diffonde oltre le mura della clinica. Nessuno comprende l’accaduto, una prima analisi sulle vittime del contagio lascia pensare che sia idrofobia, ma non ci vorrà molto a capire che in realtà è qualcosa di più inquietante e pericoloso. La quarantena si estende velocissima dalla clinica alla città di Montreal, proprio sotto Natale, scenario di festa che si tramuta in tragedia incontrollabile. I contagiati, oramai la maggior parte della popolazione della città, presentano sintomi facilmente riconoscibili: pallore cadaverico, bava alla bocca, aggressività e sete di sangue. Nella città oramai controllata dalle forze dell’ordine, in cui l’inferno sembra sceso sulla terra, solo un ragazzo ancora spera, in ricerca della sua amata, l’unica portatrice sana della malattia. Egli non può ancora crederci. Ma è veramente lei che ha dato vita all’orrore?
 
 
Cupo e pessimista come nella pellicola d’esordio, Cronenberg si avvale ancora una volta del film di genere per lanciare il suo devastante anatema contro la società in cui vive. La metafora vampiresca è infatti solo il pretesto per attaccare senza mezze misure la scienza e i suoi soprusi sull’uomo, il suo voler modellare la natura umana rendendola artificiosa, impura. E, ancora una volta, chi conosce poco il regista canadese può immaginare che ci sia compiacimento nel mostrare l’orrore e la crudeltà, le mutazioni demoniache che sono fonte di un cambiamento evidentemente malato. Ancora una volta, invece, il nostro ci dimostra quanto odia ciò che rappresenta, quanto è impietoso con l’errore meditato che produce gli inferni che racconta, snaturando volutamente il concetto classico di vampiro, colui che si nutre di sangue con i suoi denti aguzzi. Perché qui il vampiro è declinato al femminile, e i denti aguzzi non c’entrano nulla; ci si nutre di sangue attraverso una ferita profonda, una cavità sotto l’ascella, da cui fuoriesce una protuberanza fallica cosi acuminata che può penetrare facilmente nella carne. Ecco il mutamento fisico, una cavità nel corpo umano, improbabile e molto simile alla porta d’ingresso dell' hardware biologico che anni dopo avrebbe generato l’universo immaginifico di eXistenZ; ecco la via per la contaminazione, non solo dell’involucro, ma dell’anima che gli dà vita. E difatti l’inganno visivo cronenberghiano è presto spiegato, perché noi siamo tutti intenti ad osservare il cambiamento corporeo, pensando sia quello che generi il male; e invece no, o meglio, è qui il gioco di prestigio: il corpo è la via più facile per la degenerazione dell’anima. È la mutazione dell’anima che genera i veri mostri del nostro tempo, è la perversione dei principi etici ed estetici che genera l’oblio dei personaggi cronenberghiani. E, come consuetudine, non c’è salvezza o redenzione possibile. L’epilogo di Rabid è simile se non più agghiacciante di quello de Il demone sotto la pelle: i titoli di coda scorrono sul cadavere della ragazza, gettata nel trita rifiuti come un qualunque sacco di immondizia. Mente il contagio si diffonde, l’uomo è barricato nelle proprie case, il futuro non esiste.
 
Questo secondo lungometraggio cronenberghiano è, come il primo, un evidente B-Movie, con attori risibili (in cui spicca la protagonista, una bellissima ragazza, Marilyn Chambers, famosa pornostar dell’epoca) e mezzi tecnici davvero arrangiati. Il regista canadese, al contrario dell’opera prima, è meno voyeuristico e più melodrammatico, non mostra quasi mai il dettaglio della penetrazione in cerca di sangue, lasciando semplicemente intuire le dinamiche del contagio. Inoltre, nella fattispecie, l’elemento erotico, nonostante il pungiglione a forma fallica, è del tutto assente; la pulsione sessuale che aveva scatenato gli inquilini dell’Arca di Noé (s’allude al Demone, evidentemente) si trasforma in repulsione, disgusto, lontananza.
 
 
In tale scenario di inquietudine, desolazione e pessimismo, Cronenberg non si nega il suo consueto humor nero, facendo uccidere un Babbo Natale per puro errore, decontestualizzando l’evento dai motivi del film. Ma, tornando al Natale, non è un caso che il nostro abbia deciso di ambientare l’Apocalisse in tempo di festa (come non è un caso che io vi doni questo pezzo proprio il giorno dopo aver festeggiato il Natale), quasi a voler lasciare un “dono” esplosivo su cui riflettere. Se è infatti vero che il suo è un cinema visionario tra i più allucinati, è giusto ricordare che la visività, la fantasia, l’ultraimmaginazione può avere sempre due chiavi di lettura: una incantevole e dolcemente malinconica (prendiamo il brillante esempio del cinema di Tim Burton) , l’altra corrosiva e destabilizzante. E David Cronenberg si iscrive di diritto tra i maestri contemporanei di questa seconda categoria di cineasti (insieme all’altrettanto geniale David Lynch). Perché il suo è un cinema senza mezze misure e senza compromessi: un cinema assoluto e antisistema. Basterebbe solo questo per garantirvi la necessità di andarlo a scoprire, qualora non l’abbiate ancora fatto. Basterebbe, certo, ma è giusto che sappiate che c’è anche altro, molto più di questo. Qualora lo vogliate, allora, buona visione natalizia.
 

Regia: David Cronenberg. Soggetto e sceneggiatura: David Cronenberg. Direttore della fotografia: René Verzier. Scenografia: Claude Marchand. Montaggio: Jean Lafleur. Interpreti principali: Marilyn Chambers, Fran Moore, Howard Ryshpan, Joe Silver, Patricia Gage, Susan Roman, Roger Periard. Musica originale: Ivan Reitman. Origine: Canada, 1976. Durata: 91 minuti. 

 
Léon,  26 dicembre 2006.


ISBN/EAN: 
00

Commenti

Ecco il Cronenberg natalizio. In tutti i sensi;)

L'hai detto e l'hai fatto! Mo' leggo...

"...il corpo è la via più facile per la degenerazione dell?anima."

Questa avrebbero dovuto scriverla sulla copertina della versione italiana.

"In tale scenario di inquietudine, desolazione e pessimismo, Cronenberg non si nega il suo consueto humor nero, facendo uccidere un Babbo Natale per puro errore, decontestualizzando l?evento dai motivi del film. Ma, tornando al Natale, non è un caso che il nostro abbia deciso di ambientare l?Apocalisse in tempo di festa (come non è un caso che io vi doni questo pezzo proprio il giorno dopo aver festeggiato il Natale), quasi a voler lasciare un ?dono? esplosivo su cui riflettere."

Direi che siamo proprio a tema! Il consumismo corrompe gli animi; quindi, a confronto, un virus che distrugge i corpi è cosa da poco.

E adesso, Paolo, quando vuoi, aspetto "La zona morta".

p.s. Ho notato che nei tags del tuo pezzo su "Inseparabili" hai scritto Cronenerg invece di Cronenberg. Correggi;)

Musiche di Ivan Reitman?

"La metafora vampiresca è infatti solo il pretesto per attaccare senza mezze misure la scienza e i suoi soprusi sull?uomo, il suo voler modellare la natura umana rendendola artificiosa, impura
" eh... birbantelli questi scienziati...

"(in cui spicca la protagonista, una bellissima ragazza, Marilyn Chambers, famosa pornostar dell?epoca)" interessante... :)

"Perché il suo è un cinema senza mezze misure e senza compromessi: un cinema assoluto e antisistema", mmm... è birbantello anche il signor Cronenberg dunque. Ma non farà male tutto questo anticonformismo?

Eh, Epic, Marilyn merita;)

Si, Cronenberg è un birbantello. Più che anticonformista lo definirei eccessivamente pessimista. Ed essendo anch'io non particolarmente ottimista sull'andamento del mondo contemporaneo mi trovo spesso in linea con la sua critica. Come avrai oramai capito, anche io ho poche mezze misure nel giudicare il tempo che viviamo...

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