Argento Dario

Suspiria

Autore: 
Argento Dario
Ricordate le tre madri evocate in Inferno? Mater Suspiriorum, Mater Lachrimarum, Mater Tenebrarum – cui Argento trae ispirazione dal libro Suspiria de profundis di Thomas De Quincey –, altro non sono che La Morte. La morte con M maiuscola, che fa il suo trionfale ingresso in scena proprio con Suspiria (1977), prosegue con Inferno (1980), ed è in attesa da ben 26 anni de La terza madre. Pare proprio che siamo in dirittura d’arrivo, l’anno buono è l’imminente 2007, allorché vedremo, finalmente, la conclusione della trilogia argentiana. Trilogia che trova il suo nesso proprio nella suggestione letteraria trovata dal regista romano, ma che non ha una struttura narrativa consequenziale: ogni film è a sé stante, l’unica analogia è, come ripeto, La Morte. Suspiria, prima incursione di Argento nell’horror soprannaturale, è una fiaba nera che, proprio come ogni favola degna di rispetto, comincia con una voce fuori campo che precede le immagini con il classico incipit: “c’era una volta”
 
 
La vicenda si svolge a Friburgo, nella Foresta Nera, in quel lembo di terra germanica ventoso e piovoso, evocativo di incubi gotici e tenebrosi misteri. Susy (Jessica Harper) è una ragazza americana neo iscritta alla prestigiosa Accademia di danza locale. La notte in cui arriva all’ingresso dell’Accademia, tra vento impetuoso e pioggia fittissima, vede fuggire un’agitata e sconvolta giovane dall’imponente scuola-dormitorio la quale, prima di dileguarsi sotto il diluvio, pronuncia parole sconnesse al citofono dell’edificio. Le parole, rivolte ad una voce femminile con cui Susy, immediatamente dopo, ha un breve e sfuggente colloquio, non sono di facile decifrazione; ciò che resta, nel confuso ricordo della nuova allieva, sono solo due termini: “segreto” e “iris”. Quando il giorno successivo la ragazza viene trovata barbaramente assassinata, Susy rievoca le parole ascoltate nel frastuono temporalesco, cercando di riconnetterle alla compiutezza di una frase che – ne è subito certa – può significare qualcosa di importante. La scuola è gestita da severe insegnanti le quali, a quanto dicono alle loro studentesse, dormono tutte fuori dall’Accademia. Però c’è qualcosa che non quadra, l’atmosfera del luogo è carica di ombre e mistero; la notte, nel buio, i passi delle insegnanti non sembrano uscire dall’edificio, ma andare in direzione interna. Perché? La vicina di stanza di Susy ha una sua agghiacciante teoria, che riesce a esporre alla nuova amica solo parzialmente: le forze malefiche e misteriose sono già in atto, lo sono da tempo. La Morte, la “Madre dei Sospiri”, è già sulle tracce delle due ragazze. Ma Susy, pur inconsapevolmente, ha la chiave per decifrare l’inquietante mistero.

 
Agghiacciante e visionario horror gotico, Suspiria, fascinoso sesto lungometraggio di Dario Argento, è senza ombra di dubbio il suo thriller più noto e considerato oltre il confine italico. Di più: Suspiria è stato acclamato come uno degli horror più spaventosi della storia del cinema. Fatta questa doverosa premessa, c’è da dire che, pur riconoscendo l’indubbio genio di questa pellicola, i fan della prima ora del regista romano non possono che trovarsi ad amare – probabilmente – di più le primissime opere non soprannaturali (nell’ordine di uscita nelle sale: L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Quattro mosche di velluto grigio e l’arcinoto Profondo Rosso). Fuori dalle preferenze di carattere personale, bisogna riconoscere che questa è un’opera che lascia decisamente il segno sullo spettatore, perché ciò che risalta in Suspiria è la capacità di Argento di costruire suggestioni con la scenografia (che richiama, nella diabolica costruzione che ospita i ragazzi dell’Accademia, l’espressionismo tedesco degli anni venti e trenta), la musica (che vede il regista partecipare alla scrittura) e le atmosfere. Inoltre, c’è una sempre maggiore padronanza dell’elemento tecnico, comunque al servizio di creatività e visività, nonché l’idea decisamente brillante e inattesa di confrontare il suo stile col registro fantastico - c’è molto anche dei fratelli Grimm, a ben guardare. La cornice entro cui si sviluppa questa storia, che è inaspettatamente semplice e lineare, è pensata e costruita in maniera mirabile, con tocco d’autore, con classe purissima. Come nel precedente Profondo rosso, domina il colore rosso: sulle pareti, nel bicchiere di vino di Susy, nel sangue che sgorga copioso. Si rafforza il mondo onirico, attraverso un universo simbolico nel quale si evidenziano stregonerie, cabale e simboli alchemici, e in cui l’acqua è l’elemento dominante - sempre seguendo l’esempio di Profondo rosso: il dettaglio sui rubinetti, le inquadrature sui lavandini e sul gettito, dando l’impressione di una scelta che cerca una suggestione geometrica. C’è più d’una sequenza che è rimasta nel ricordo e nell’immaginario dello spettatore: il delirio di sangue del primo assassinio (il cui apice è un primissimo piano su un cuore pulsante con una lama conficcata all’interno), la morte del pianista non vedente nella deserta piazza notturna, e l’angoscioso finale in cui l’orrore si manifesta a Susy. L’intreccio ha meno importanza che nei film precedenti, ma vi è comunque un percorso che vive su una rievocazione – pur assai vicina nel tempo rispetto al passato – di un evento, non traumatico ma decisivo per svelare l’enigma che aleggia imprendibile. Qui il mistero è nelle parole sconnesse che Susy ascolta al suo arrivo all’Accademia e che, seguendo un percorso preciso, un filo diretto con La Morte, porteranno la giovane a contatto con l’arcano più arcano che Argento si fosse mai concesso.
 

 
Il regista romano scatena il suo estro visionario e dà sfogo ai suoi incubi primordiali per ripescare, nell’inconscio dello spettatore adulto, quel fanciullo che si nascondeva per intero sotto le coperte nel buio della notte. E lo conosce talmente bene questo fanciullo impaurito e affascinato dal lato oscuro, che gli costruisce una fiaba per il suo sguardo cresciuto, per ricordargli, col suo stile personalissimo, che una favola nera è linfa vitale per esorcizzare quei mostri che ancora si porta appresso. È una proposta catartica già sperimentata su se stesso, proprio per vincere le sue infinite paure – ha spesso cosi motivato la genesi, l’idea principe delle sue pellicole - , attraverso incubi (terrificanti mondi onirici) che non potremo più dimenticare.

Un film che mette i brividi e che rivela al mondo intero le doti di un artista geniale, unico nel suo genere. E chissenefrega se sono più di dieci anni che non ne imbrocca una: opere come questa ce lo faranno amare per sempre. Con buona pace dei suoi irriducibili detrattori. E cosi sia.

Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Daria Nicolodi. Sceneggiatura: Dario Argento. Direttore della fotografia: Luciano Tovoli. Costumi: Piero Cigoletti. Scenografia: Giuseppe Bessan. Montaggio: Franco Fraticelli. Interpreti principali: Jessica Harper, Alida Valli, Joan Bennet, Stefania Casini, Flavio Bucci, Eva Axen, Udo Kier, Miguel Bosè. Effetti speciali: Germano Natali. Musica originale: I Goblin, Dario Argento. Produzione: Claudio e Salvatore Argento per la S.E.D.A. di Roma. Origine: Italia, 1977. Durata: 97 minuti. 

 
Léon, settembre 2006.


ISBN/EAN: 
8031179912353

Commenti

"Il regista romano scatena il suo estro visionario e dà sfogo ai suoi incubi primordiali per ripescare, nell?inconscio dello spettatore adulto, quel fanciullo che si nascondeva per intero sotto le coperte nel buio della notte. E lo conosce talmente bene questo fanciullo impaurito e affascinato dal lato oscuro, che gli costruisce una fiaba per il suo sguardo cresciuto, per ricordargli, col suo stile personalissimo, che una favola nera è linfa vitale per esorcizzare quei mostri che ancora si porta appresso. È una proposta catartica già sperimentata su se stesso, proprio per vincere le sue infinite paure ? ha spesso cosi motivato la genesi, l?idea principe delle sue pellicole - , attraverso incubi (sogni) che non potremo più dimenticare".

> ecco, penso proprio che un passo come questo spieghi tante cose. Grazie.

In questo tipo di analisi, come in quella fatta anche per Phenomena, mi lascio ispirare dalla mia formazione d'educatore. Ma credo di toccare un punto chiave del cinema di Dario Argento che spesso, visto il tipo di film, viene considerato di secondo piano. Invece, non è affatto marginale, se non addirittura il più importante.

Rimani concentrato su quel fuoco, già scintilla. Adesso ho capito.

Si,si. Infatti devo completare gli scritti sui film della prima metà (o poco più) della sua cinematografia. E il fuoco è quello. Se scriverò sul resto sarà una serie di - pur sempre motivate - stroncature.

Il capolavoro di Argento (pare). Ma siamo sempre in B...

Sempre in B...?

Beh sì, dai. E' pur sempre cinema di genere, e non del più raffinato. Argento è l'erede di Bava e come tale non esce da un circuito prettamente artigianale, seppur con esiti spesso interessanti (penso alla MDP sulla corda per la soggettiva dell'aquila).

Cinema di genere, certamente. Ma unico nel suo genere, per me Argento è e resta - nonostante i fiaschi dell'ultimo decennio - il maestro del brivido con M maiuscola. Ma io lo amo fin da bambino, e forse mi faccio trasportare da ciò. Mario Bava non è al suo livello, dai. Per quanto film come "The bay of blood" dimostrano che si sa ben muovare sul cinema di genere.

Su "Suspiria". é il suo più noto all'estero, non in Italia (in cui lo è "Profondo Rosso"). é un film che regala indubbie suggestioni visive, ma gli preferisco il primissimo Argento e, sulla scia della fiaba, il successivo "Phenomena".

Sicuramente Argento ha superato Bava - che a parer mio si gingillava troppo con lenti deformanti e trucchettini masturbatori - e sono d'accordo che sia l'unico nel suo genere. Però, dicevo, principalmente in ambito del film di genere italiano. Dico, non lo confronterei con un Hitchcock per intenderci o con un De Palma. Ma tranquillo, anche io sono cresciuto col buon Dario e lo riguardo con piacere, tacendo a volte qualche sua trovata un po' troppo de noantri (penso sorridendo al manichino che sostituisce Gemma durante l'accettata in Tenebre) :)

Si, Quella scena di "Tenebre" è asai evidente, e non è l'unica. Considero Hitchcock, e lo stesso De Palma, si compresi a grandi linee in un genere che può essere definito thriller, ma diversi da Argento: non valutabili sullo stesso registro, nè visivo, nè narrativo. Mi spiego, De Palma ammette di essersi ispirato a Hitchcock (Vestito per uccidere, Blow out etc..), Argento ha sempre detto che il suo cinema non si ispira affatto a Hitchcock, , ma semmai a Fleischer (lo strangolatore di Boston), Siodmak (La scala a chiocciola), Wiener (il gabinetto del dottor Calligari) e, proprio in film come "Suspiria", a tutto l'espressionismno tedesco anni 20/30. Solo per citarne alcuni. De Palma e Hitchcock non hanno mai sconfinato nell'horror e nel sangue, né hanno fondato il loro cinema su eccessi visivi. Mio modestissimo parere è che siano, nonostante tutto, generi assai diversi. Se c'è un film hitchcockiano a cui ogni tanto Argento sembra vagamente ispirasi è, forse, solo quello de "La finestra sul cortile". Ma tu sei certamente più ferrato di me sul cinema di Hitchcock, e immagino che avrai scovato altri possibili parallelismi. Ma ti convince il mio dubbio in merito all'accostamento tra questi autori?

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