1969. Uno sconosciuto regista romano esordisce dietro la macchina da presa con un film che rivoluziona i canoni del thriller. Di più, in Italia il thriller era un genere cinematografico che, fino ad allora, fu assai trascurato dai nostri autori – se si eccettua il pur bravo Mario Bava, cui lo stesso Argento porta evidente debito per questa sua opera prima. Il ventinovenne Dario Argento, già sceneggiatore e ideatore di storie per il cinema (da un paio d’anni abbastanza richiesto: tra gli autori del soggetto, insieme a Bernardo Bertolucci, del famoso C’era una volta il west del compianto Sergio Leone), decide di inoltrarsi in questo – come ripeto – territorio insolito, scrivendo soggetto e sceneggiatura del thriller L’uccello dalle piume di cristallo, ma avendo affatto intenzione di dirigerlo. Il regista a cui affidò il progetto rifiutò, e per vedere la sua “creatura” prendere vita ad Argento non rimase che dirigersela da solo: successo inimmaginabile, si parlò di capolavoro di genere, si scoprì con sorpresa un autore che possedeva un indubbio talento. E il talento risultò subito evidente, non solo e non tanto per l’ottimo - e verosimile, cosa che accadrà sempre meno nel prosieguo della sua carriera - script, ma per l’estro creativo e visionario che consentì da subito al regista romano di distinguersi da possibili inspiratori e colleghi, pur attingendo a suggestioni presenti in immortali della celluloide (per questo primo film, ad esempio, l’Hitchcock di Frenzy, ma anche il Fritz Lang di M, il mostro di Dusseldorf o il Curtiz di La maschera di cera).

Siamo a Roma. Sam Dalmas (Tony Musante) è uno scrittore americano di passaggio nella Capitale e in cerca d’ispirazione letteraria. Una sera, poco prima di rientrate negli States, assiste, suo malgrado impotente, ad un tentativo d’omicidio presso una galleria d’arte. Rimasto bloccato tra le porte scorrevoli dell’edificio attende con pazienza mista a preoccupazione il soccorso della polizia: la vittima giace a terra perdendo sangue all’interno della galleria. I soccorsi arrivano per tempo, e lo scrittore è interrogato per l’intera notte dal commissario Morosini (Enrico Maria Salerno). Stremato dalle lungaggini burocratiche, ma convinto di aver visto qualcosa di importante che è sfuggito al suo occhio cosciente e che è certamente ben vivo nella memoria latente, nel far ritorno a casa è a sua volta vittima di un tentativo d’omicidio. Perché? Dalmas capisce immediatamente che ciò che ha visto è davvero importante, e quando scopre che il potenziale assassino è un probabile serial killer – le modalità d’aggressione erano molto simili a quelle con cui avevano trovato la morte tre giovani donne -, invece di allontanarsi da Roma si mette ad investigare personalmente. L’assassino uccide ancora, la polizia brancola nel buio e Dalmas ha un ulteriore punto debole, la fidanzata connazionale che non vede l’ora di tornare - assieme a lui, viste le circostanze – nel proprio Paese. Ma il nostro è tenace, scopre che la prima vittima del maniaco è stata la commessa di un antiquario e che, poco prima di morire, aveva venduto un quadro dal soggetto assai particolare. Ma a chi? E cosa rappresenta il quadro? È un macabro e angosciante dipinto che ritrae un fatto realmente accaduto. Qualcosa che ha scatenato una funesta ira omicida, svegliata da un ricordo che giaceva nelle tenebre d’una mente schizofrenica e paranoica. Ma ciò non sembra essere ancora sufficiente a smascherare il maniaco omicida, ci vorrà il canto d’un improbabile uccello dalle piume argentee (che somigliano al cristallo), nonché una rievocazione riaggiornata alla memoria del presente per svelare la via che porta all’assassino.

Come si diceva nell’introduzione, l’Italia comincia a scoprire il suo “genietto” fatto in casa. Argento, nonostante la sua iniziale ritrosia a dirigere, dà subito prova di saperci davvero fare. Padronanza del mezzo tecnico e precisa impronta stilistica sono già notevolissime nel suo primo lungometraggio, che rimanda alle atmosfere hitchcockiane senza però rinunciare ad uno stile proprio d’immediata evidenza: la soggettiva sui particolari inquietanti dell’assassino, gli intensi primi piani delle vittime, l’ossessione per il dettaglio e la scelta dei colori (quel rosso quasi fasullo, angosciante e sinistramente luminoso, caratteristico di altre sue pellicole). In più ci sono virtuosismi mai fini a se stessi, come un suggestivo piano sequenza che guarda Roma dal basso verso l’alto, e poi ancora in basso e fino all’assassino, per concludere con un intreccio visivo, tra quadri ricordo e immagini dell’aereo sulla via del ritorno nelle ultimissime immagini post epilogo. Altro aspetto da non sottovalutare, trovato solitamente mai troppo necessario nei film di genere, ma sempre presente nelle pellicole di Argento, è lo stacco ironico affidato a buffi e improbabili personaggi di contorno (il pappone Addio, l’antiquario gay, la “sfilata dei pervertiti"). Il suono del volatile che evoca il curioso quanto suggestivo titolo della pellicola di Dario Argento, in realtà non è affatto quello dell’Hornitus Novalis, ma bensì il semplice rumore di una gru.

Ottimi Morricone e Storaro, l’uno alle musiche, l’altro alla fotografia, convincente la prova di Tony Musante (allora attore richiesto) e del sempre impeccabile Enrico Maria Salerno; L’uccello dalle piume di cristallo è il film – forse la sua opera meno abbondante di sangue, ma ricchissima di tensione -che pone e propone alla ribalta italiana, e in breve tempo non solo quella, l’oramai ovunque noto e celebrato (a dispetto, e non mi stanco di ripeterlo, dell’ultimo, abbondante decennio di mazzate o semi tali) Dario Argento, il quale costruirà i suoi due successivi thriller (Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio) sulla falsariga delle atmosfere qui proposte. Altre due ottime pellicole, che cominciano a far conoscere e apprezzare il suo cinema in tutto il vecchio continente, ma sarà con Profondo Rosso (1975) che le grida di spavento arriveranno oltre oceano – nel paese dei sogni di cartapesta, li dove tutto risuona come vasta eco. Con il successivo Suspiria arrivò anche l’incoronazione come incontrastato re dell’incubo (ispirò Sclavi e il fumetto Dylan Dog) e gli incassi planetari. Che ad oggi, ahilui, come del resto l’ispirazione, rimangono come un dolce, quanto spettrale ricordo. E noi si resta nell’attesa di un sussulto degno, se non dei primordi cinematografici, degli intermezzi fantastico-orrorifici ricchi di suggestioni fiabesche (su tutti, Suspiria e Phenomena).
Regia: Dario Argento. Soggetto e sceneggiatura: Dario Argento. Direttore della fotografia: Vittorio Storaro. Scenografia: Dario Micheli. Montaggio: Franco Fraticelli. Interpreti principali: Tony Musante, Suzy Kendall, Enrico Maria Salerno, Eva Renzi, Umberto Raho, Raf Valenti, Giuseppe Castellano, Mario Adorf, Gildo Di Marco. Musica originale: Ennio Morricone. Produzione: Salvatore Argento per la SEDA Spettacoli S.p.A. (Roma) e la C.C.C. Film GMBH (Berlino). Origine: Italia, 1969. Durata: 96 minuti.
Commenti
l'ho visto da ragazzina, quando avevo un po la fissa per i thriller e l'horror, ma devo dire che ne conservo un bel ricordo, di un film fatto bene. Come giustamente osservi, da un certo numero di anni, Argento ha perso ispirazione ed è decaduto al grand guignol. Qui stava ai primordi e creava davvero una suspence micidiale.
Grazie per la tua nuova scrittura sul primo Argento, e per la puntuale e completa ripresentazione dell'opera d'esordio - con relativi e affascinanti retroscena.
Grazie a voi di leggermi. Mancano solo "Quattro mosche di velluto grigio" e "Inferno" per completare le opere della prima parte della carriera. Credo che dopo quelle mi fermerò su Argento (probabile scriverò sul nuovo che esce nel 2007), sai, non ho propria voglia di cimetarmi sui vari "Cartaio", "Il fantasma dell'opera" e "Sidrome di S." e compagnia inguardabile :)
Si, Marina, come trama forse questo è il migliore di tutti; c'è meno visività che in altre opere, ma l'impianto è solidissimo.
[piume di cristallo] eccoci,
[piume di cristallo] eccoci, visto qualche sera fa. Al solito, subito tutto il mio apprezzamento per l'equilibrio e la completezza della scheda; si sente il tuo amore per DA ma non inquina né deforma i contenuti del pezzo.
Qui: "Padronanza del mezzo tecnico e precisa impronta stilistica sono già notevolissime nel suo primo lungometraggio, che rimanda alle atmosfere hitchcockiane senza però rinunciare ad uno stile proprio d’immediata evidenza: la soggettiva sui particolari inquietanti dell’assassino, gli intensi primi piani delle vittime, l’ossessione per il dettaglio e la scelta dei colori (quel rosso quasi fasullo, angosciante e sinistramente luminoso, caratteristico di altre sue pellicole)."
> Dai il massimo.
[argento, piume] sola cosa
[argento, piume] sola cosa che posso aggiungere è che sono rimasto in parte spiazzato dalla trama, nel senso che m'ero subito convinto che il colpevole fosse il marito di lei - alla sua prima battuta - ma non sarei mai arrivato alla soluzione "doppia" ideata da DA, perché non c'era praticamente nessun indizio (e la trovata, pure brillante, della progressiva "ricostruzione dell'immagine" nella memoria, non mi aveva convinto:) ). Più Hitch (bene) che altro. L'horror ancora non c'era, al limite un embrionale grandguignol:)
(Dario Argento) Grazie,
(Dario Argento) Grazie, Franco. Il primo resta uno dei migliori Argento, un thriller puro, come ben noti, in cui l'influenza di Hitch è evidente.