Il muro di cinta, solo a guardarlo, censurava ogni velleità di fuga. Le guardie, sempre di vedetta, dissuadevano i potenziali dissidenti. I secondini abusavano del loro potere, stabilendo gioco e “premi”, mentre le “sorelle” alimentavano le loro perversioni, molestando i nuovi arrivati. Un direttore autoritario e corrotto era lo specchio della morte. Il carcere, si sa, è un ambiente ostile. Tutto a Shawshank cospirava contro le necessità dell’individuo, tutto cospirava contro Andy Dufresne. Nessuno avrebbe puntato quattro soldi su di lui: si muoveva come un pesce fuor d’acqua, come “se stesse passeggiando in un giardino pubblico”, eppure Andy aveva dentro di sé qualcosa che lo avrebbe proiettato oltre quelle sbarre. Già, qualcosa. In un posto del genere è difficile conservare intatta la speranza, non per Andy, che ai suoi amici scettici rispondeva: “dentro di te, c’è qualcosa che nessuno ti può togliere, se tu non vuoi […] io parlo di speranza”. Speranza.
Si trovava lì per sbaglio, Andy. Un errore giudiziario e una pura coincidenza lo avevano inchiodato: due ergastoli da scontare a Shawshank per l’omicidio della moglie e dell’amante. Una vita intera, dissolta. Sogni e ambizioni non valevano più niente. Pagare duramente per non aver commesso il fatto. Qualunque innocente in un contesto del genere avrebbe perso se stesso, ma Andy no. Andy era diverso. E come “il viaggiatore delle stelle” di Jack London aveva la capacità di crearsi un mondo immaginario in cui vivere e sperare, per non farsi atrofizzare dalle logiche spietate del carcere, così Andy si aggrappò con tutte le sue forze alle ali della libertà. E riuscì ad evadere.
È un film che parla di un’evasione, ma anche di una fuga da un ambiente depravato e insano, un mondo regressivo che non risparmia nessuno, livellando verso il basso e creando altri potenziali mostri. Stavolta suicidi. Il personaggio di Andy sfugge a tutto ciò, perché è l’uomo che progetta il futuro, realizzando un nuovo modello sociale, perché riesce a dare nuova linfa ad una comunità di diseredati, realizzando i suoi sogni – riesce ad evadere per andare a Zihuatanejo , un piccolo porto sulle rive del Pacifico, in Messico – e quelli repressi degli altri. Una nuova biblioteca ampliata e restaurata grazie alla sua volontà e alle missive che inviò al governo; decine di ragazzi che, grazie ai suoi insegnamenti, ottennero il diploma. Si fece due settimane nel “buco”, reo di aver diffuso in tutta Shawshank le note di una musica coinvolgente ed ineffabile, “le nozze di Figaro” di Mozart.
- Due settimane di isolamento per regalare un sogno:
“Ancora oggi non so cosa dicessero quelle due donne che cantavano, e a dire la verità non lo voglio sapere, sono cose che non devono essere spiegate, […] quelle voci si libravano nell’aria ad un’altezza che nessuno di noi avrebbe mai osato sognare, e per un brevissimo istante, tutti gli uomini di Shawshank si sentirono liberi”, questo dice il suo amico Red, questa è la potenza evocatrice della musica, dice Andy. Tra i due ci sarà una vera amicizia che culminerà nel finale del film: i due si ritroveranno sulla costa del pacifico, a Zihuatanejo, per realizzare il sogno di Andy, quello di comprare un piccolo hotel e rendere felici gli altri.
Non bisogna credere che, in questo lieto fine, Frank Darabont conceda qualcosa al pubblico: la storia di Andy Dufresne è una favola, e come tutte le favole forse è giusto che finisca così. Il cinema americano, qui in un momento di assoluta purezza, ci lancia un messaggio di fiducia, una sorta di volo metafisico che plana dolcemente verso la speranza. Ed è in questo contesto di speranza che lo spazio “en plein air” legittima tutto il suo valore. Come in un film di Jean Renoir, Darabont contrappone un ambiente austero e claustrofobico, come il carcere, alla scena più toccante del film, quando Andy, finalmente fuori dalle mura di Shawshank, alza le braccia al cielo per innalzare sé stesso alla vita e respirare un’aria migliore. L’aria della libertà.
Regia: Frank Darabont. Tratto da un romanzo di: Stephen King. Sceneggiatura: Frank Darabont. Direttore della fotografia: Roger Deakins. Montaggio: Richard Francis-Bruce. Interpreti principali: Tim Robbins, Morgan Freeman, Bob Gunton, William Sadler, Clancy Brown, Gil Bellows, Mark Rolston, James Whitmore. Musica originale: Thomas Newman. Produzione: Niki Marvin. Origine: USA, 1994. Durata: 142 minuti.
Info Internet: http://it.wikipedia.org/wiki/Le_ali_della_libert%C3%A0
Leibniz, prima pubblicazione in Lankelot.com, 2003.
Commenti
grande IAN! (mi spiace di
grande IAN!
(mi spiace di non essere a roma, non posso leggere con calma. Appena torno recupero tutto;) ).
grazie di cuore per questi tuoi recuperi!
Il regista Darabont si
Il regista Darabont si accosta a King, fine narratore di uomini e di emozioni. Il film è emozionante e coinvolgente che mira ad un cast di notevole livello: Robbins e Freeman sono grandiosi, comprimari valenti in una narrazione fluida e senza artifici che riesce a catturare lo spettature per tutta l'ampia durata della pellicola, non lasciando spazio a cadute, puntando su temi forti come l'amicizia e la riabilitazione da un sistema giudiziario spietato e fallace. Le Ali della libertà è per me un cult a tutti gli effetti e, oltre ad essere uno dei racconti migliori di King, rappresenta uno dei rari casi in cui il trasferimento su grande schermo non danneggia il cuore del romanzo originale.
Intensa la tua recensione. Raffaella
"E come “il viaggiatore delle
"E come “il viaggiatore delle stelle” di Jack London aveva la capacità di crearsi un mondo immaginario in cui vivere e sperare, per non farsi atrofizzare dalle logiche spietate del carcere, così Andy si aggrappò con tutte le sue forze alle ali della libertà. E riuscì ad evadere"
> In quale edizione hai "Il viaggiatore delle stelle"? Ti va di scriverne?
"Il cinema americano, qui in
"Il cinema americano, qui in un momento di assoluta purezza, ci lancia un messaggio di fiducia, una sorta di volo metafisico che plana dolcemente verso la speranza. Ed è in questo contesto di speranza che lo spazio “en plein air” legittima tutto il suo valore. Come in un film di Jean Renoir, Darabont contrappone un ambiente austero e claustrofobico, come il carcere, alla scena più toccante del film, quando Andy, finalmente fuori dalle mura di Shawshank, alza le braccia al cielo per innalzare sé stesso alla vita e respirare un’aria migliore. L’aria della libertà."
> Bellissimo passo. Ora, ti domando una cosa: Darabont s'è ripetuto a questi livelli o s'è rivelato un cialtrone? Qual è il tuo giudizio sulla sua produzione artistica?