Daldry Stephen

The Hours

Autore: 
Daldry Stephen

“The Hours” racconta di tre tipi femminili, in tre diversi periodi storici, dicendo di uno stesso disagio: quello che viene dal dover imbastire su di sé un’identità obbligata. I tipi femminili in questione sono una scrittrice, di nome Virginia Woolf, scrutata sul declinare della sua esistenza; una casalinga statunitense degli anni Cinquanta del Novecento; e una manager nella New York di questi giorni. L’identità in questione è quella vissuta di norma da una donna, inserita all’interno di un nucleo familiare di tipo “tradizionale”: moglie, fedele, eterosessuale, madre, amorosa, compassionevole, votata entusiasticamente alla cura di marito, casa, prole.

I personaggi femminili di “The Hours”, distanti nel tempo, sono gomito a gomito però nel comune rifiuto di questo ruolo; ed esprimono la dibattuta indagine di un tragitto alternativo, che non scarta vie di fuga lesbiche, per affermare se stesse. Guardiamole in un rapido ingrandimento.

La scrittrice inglese, (Kidman), vive con pena, a prezzo di nevrosi laceranti, la sua disperata vocazione per l’arte: territorio in prevalenza maschile, avvertito come tale non solo ai suoi tempi (arte e scienza, anche oggi, sono morbide culle per le più varie, e sottili, forme di razzismo misogino), ma che ai suoi tempi di fatto rifiutava uno statuto alla vocazione femminile, e poco meno una definizione alla parola scrittrice.

Laura Brown, la casalinga anni Cinquanta, (Moore), commette il peccato mortale di non voler essere madre, o di esserlo per forza, proprio quando tutti gli Stati Uniti, con uno strascico di scosse sull’Europa occidentale, fremono in preda al delirio mistico del secondo dopoguerra per l’immagine della donna-madre-ai-fornelli.

Clarissa Vaughn, la manager contemporanea, (Streep), già in sé potrebbe raffigurare la tomba della famiglia tradizionale, unita com’è in appagante convivenza con un’altra donna. Tuttavia, nel mezzo di una convulsa quotidianità newyorchese, la vediamo dolorosamente implicata in una relazione affettiva con un suo ex-partner di gioventù, (Harris), divenuto celebre scrittore, anche lui con trascorsi gay alle spalle, e ora malato terminale di Aids: figura quanto mai caliginosa e sconsolata, il cui destino di morte si mostra come la metafora tetra dell’incompiuto amore che unisce ancora i due, e, anche, dell’addio all’eterosessualità che li accomuna.

Gli episodi sono fusi insieme da Mrs. Dolloway: il romanzo che osserviamo Virginia scrivere, Laura leggere, e che ispira il nomignolo con cui Clarissa è chiamata dal suo avvilito ex. È perfetto, nella sua crudeltà, lo schema narrativo. Come Woolf racchiude la vicenda del suo libro nella densità di una sola giornata decisiva; così nelle ore di una sola giornata, le hours altrettanto decisive del titolo, è racchiusa a sua volta la vicenda di tumulto delle tre protagoniste del film. Perché l’esigenza di libertà frantuma le cateratte. La ribellione femminile alza un’onda che trascina via: se stessi oppure i propri cari (uomini, da notare). Virginia, pietre nelle tasche, che si lascia affondare nel fiume Ouse, lasciando il suo compagno da solo con la sua dimessa pazienza; Laura che evade nel suo anonimato decennale, e abbandona suo figlio per sempre; Clarissa, che nasconde il malessere dietro a un artefatto turbinio di affari e impegni, e compie una scelta di vita che esclude un ritorno con lo scrittore morente, condannandolo al rimpianto fino al suo istante estremo.

Sono ore scandite dallo smarrimento nei labirinti dei propri desideri contraddittori; da decisioni piene di strazio; da ripensamenti e recriminazioni; e da inarrestabili crisi di pianto. Le tre donne di The Hours, alla fin fine, non scampano, anzi ripropongono, lo stereotipo dell’animo femminile, sempre a rischio di rovinare nell’isteria per la sua intima fragilità. Come se nell’universo femminile non si potessero dare risolutezza e istanza di autonomia, senza lo sconfinamento in  una vittimistica ed esasperata emotività. È un tratto piuttosto fastidioso del contenuto sia del libro sia del film; a mio parere imputabile al fatto che l’autore di questo libro che parla di donne, e il regista di questo film che parla di donne, sono due uomini, i quali, forse, non hanno fatto altro che rispecchiare il modo proprio degli uomini di vedere le donne.     

Preciso fino a un tocco di presunzione, comunque, nel suo dominio del mezzo cinematografico, Stephen Daldry aveva fatto centro con la meditata ingenuità di “Billy Elliot”. Dà l’idea di seguire, qui, i minuziosi incastri del romanzo di Cunningham con pari scaltrezza. Le interpreti, poi, sembrano sfidarsi in un’esibizione di mestiere (Nicole Kidman ne ha tratto l’Oscar, ma ha fatto meglio Julianne Moore). È certo in linea con il sentimento del racconto la colonna sonora. Eppure, anche un distinto lavoro come The Hours può non venir benedetto dall’ispirazione, brillare di una luce fredda, imprigionarsi nella sua stessa intelligenza. C’è uno spirito didattico che toglie magia al film. Forse, troppa brama a monte di inseguire l’esito eccelso; troppo lo studio formale, che ha chiuso ogni sbocco alla spontaneità.   

 

Regia: Stephen Daldry. Tratto da un romanzo di: Michael Cunningham. Sceneggiatura: David Hare. Direttore della fotografia: Seamus McGarvey Montaggio: Peter Boyle. Interpreti principali: Nicole Kidman, Meryl Streep, Julianne Moore, Ed Harris, Toni Collette, Claire Danes, Jeff Daniels, Stephen Dillane, Allison Janney, John C. Reilly, Miranda Richardson, Eileen Atkins, Jack Rovello. Musica originale:  Philip Glass. Produzione: Miramax Films. Scott Rudin Productions.  Origine: Usa, 2002. Durata: 114 minuti. 

 


Patrick Karlsen.

ISBN/EAN: 
8007038052249

Commenti

Questa xe stada la mia prima recension in assoluto. Guai tocarmela ;)

"La scrittrice inglese, (Kidman), vive con pena, a prezzo di nevrosi laceranti, la sua disperata vocazione per l?arte: territorio in prevalenza maschile, avvertito come tale non solo ai suoi tempi (arte e scienza, anche oggi, sono morbide culle per le più varie, e sottili, forme di razzismo misogino), ma che ai suoi tempi di fatto rifiutava uno statuto alla vocazione femminile, e poco meno una definizione alla parola scrittrice."

> o previo pseudonimo, cfr. George Sand.
Sì, sebbene oggi mi sembra che la situazione, almeno in contesto europeo e occidentale in generale, stia radicalmente mutando: sbaglio?
Quanto alle sofferenze vissute in passato, è un fenomeno esecrabile. Una sola poetessa romana rimane, ufficialmente: Sulpicia. Possibile?

"Stephen Daldry aveva fatto centro con la meditata ingenuità di ?Billy Elliot?. "

> film divertente e curioso, stravaganza pop e poco più. Lo sto quasi per rimuovere e forse è un peccato...

Eh, Sulpicia.
In occidente le cose stanno cambiando. Infatti il confronto con l'islam radicale si gioca sul terreno della donna, sul suo ruolo, sulla sua libertà.

E' una sfida entusiasmante, se questi sono i reali presupposti. Credo sia prossimo il momento del passaggio di testimone tra i distruttori e le creatrici, se ne parlava giusto qualche giorno fa altrove. Mi auguro insegnino all'Islam la dolcezza e la moderazione. E l'uguaglianza tra generi.

"Stephen Daldry aveva fatto centro con la meditata ingenuità di ?Billy Elliot?"

Io l'ho preferito Billy Elliot, qui mi sono addirittura addormentato al cinema invece. Ammetto che ero stanco, ma il film è lento, irrimediabilmente lento.

Sì, cerebrale. Freddo, alla fine.

7 - Si, pur non essendo il mio genere, meglio un romanzo della Woolf (mai letto "Le onde"? è un dei romanzi più curiosi in cui mi sia mai imbattuto)

"L?identità in questione è quella vissuta di norma da una donna, inserita all?interno di un nucleo familiare di tipo ?tradizionale?: moglie, fedele, eterosessuale, madre, amorosa, compassionevole, votata entusiasticamente alla cura di marito, casa, prole."

> ma questa - ammetto - m'è sempre sembrata una nobile e giusta causa. Magari, certo, sarebbe cosa buona e giusta diversa e più complessa interazione tra marito e moglie; ma non vedo niente di sbagliato nel dedicarsi anima e corpo a una causa del genere...

Assolutamente. Purché questa identità "di cura" non precluda tutte le altre.

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