D'Anza Daniele

Il Segno del Comando

Autore: 
D'Anza Daniele
Roma sotto un cielo di magia gotica
 
Piazza con ruderi di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini. Messaggero di pietra.Musica celestiale. Tenebrose presenze””.
 
-      Nostalgia
 
“Nel segno del comando” trasmesso in cinque puntate nei mesi di maggio e giugno del 1971, fu un evento mediatico che incollò allo schermo milioni di telespettatori così come una manciata di anni prima aveva fatto il francese “Belfagor”: formule di magia alchemica che originarono una stagione di felici inquietudini televisive.
Una produzione mistery - noir da cui oggi la nostra televisione sembra lontana anni luce. Erano tempi in cui la mano italiana riusciva a tirar fuori dal cilindro, uno dopo l’altro, conigli bianchi perfetti. Una fitta trama squarciava come una lama affilata la nebulosità di un paesaggio che già di per sé era inquietante. Il pubblico, sebbene senza tante alternative di scelta, venne rapito da un’avventura che avanzava tra il mistero e il sovrannaturale, tanto da spingere venti anni dopo Mediaset a riproporre, in versione rimodernata ma striminzita, il girovagare notturno di Edward Forster.
Ed oggi che il mondo della tv è popolato da reality show e da fiction quali figli stralunati dall’audience, un segno di nostalgia cresce dentro la mente di chi ha ricordi più o meno vividi di una creatività che appare decisamente annacquata.
 
-      Tracce
 
Lancelot Edward Forster, professore inglese di Letteratura all’Università di Cambridge, si trova a Roma in risposta a due inviti.
Il primo è di George Powell, un funzionario dell’ambasciata britannica che intende dar vita ad una conferenza nella settimana dedicata alla poesia ed al soggiorno romano di Lord Byron.
Il secondo invito è del pittore Marco Tagliaferri che gli promette sconcertanti rivelazioni su parti misteriose del diario di Byron che il professore inglese sta giustappunto analizzando.
Il suo primo appuntamento è tra i vicoli romani, tra ciottoli rumorosi e silenzi inquietanti.
Forster si ferma davanti all’interno 13 del numero 33 di via Margutta. In un primo momento non risponde nessuno, ma poco dopo viene accolto da Lucia, la bella modella del pittore Tagliaferri. È sola in casa, il suo maestro non c’è, ma potrà incontrarlo all’ora di cena.
Forster è spaesato, non si è preoccupato neppure di trovare un alloggio ed è così che Lucia gli indica l’albergo Galba, di proprietà di un’amica che incontra tutte le sere: “Lucia…è una parola magica”, dice lui salutandola.
Arrivato sul posto e dopo aver scoperto che la signora Giannelli, la proprietaria, non conosce affatto Lucia, Forster incrocia Olivia, una sua vecchia amica, rapita da un concerto di musica classica in televisione: discorsi nostalgici e la presentazione dell’attuale compagno, lo strano “Barone Rosso”, Lester Sullivan.
Per Forster è arrivata l’ora di giocare con il soprannaturale: nella camera dell’albergo, in cui avverte la sensazione di esser spiato da mille occhi, durante un colloquio telefonico con George Powell si stupisce di conoscere a memoria il numero del pittore Tagliaferri “2113117”.
 
 

Arriva dunque il momento della cena e Lucia che lo attende ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti per portarlo alla “Taverna dell’Angelo”. Sulla strada incrociano una zingara che gli preannuncia pericoli di morte, ma il professore, scettico e razionale, non vi bada. Un suggestivo luogo li attende a cena tra camerieri silenziosi e candelieri che si accendono all’unisono.
Forster finisce per bere più del dovuto e sviene. Ed è solo in quel momento che lo spettatore vede scendere dalle scale della taverna un personaggio in abiti ottocenteschi che stranamente somiglia moltissimo al professore.
Forster si sveglierà poche ore dopo, trovandosi solo nella sua auto. La borsa contenente la copia del diario di Byron è svanita nel nulla. Al suo posto l’unico ricordo di Lucia: un “medaglione” antico, potente amuleto, che raffigura una civetta.
Con in tasca quello strano oggetto, ritrova l’interno 13 di via Margutta per poi apprendere che la casa è disabitata da anni. Il pittore Tagliaferri e Lucia, la sua modella, sono morti da un secolo esatto. È un discendente, il colonnello Tagliaferri, collezionista di orologi, a raccontargli la storia. Una leggenda vuole che Lucia, o meglio il suo fantasma, sia rimasto legato a quella casa.
Lo scialle zingaresco che la donna indossava la sera precedente durante la cena alla Taverna ora è sulle spalle della nipote del colonnello.
Gli eventi si susseguono in modo sempre più sorprendente. Forster gira per la città a caccia di indizi: una prima tappa allo storico “Caffè Greco” dove trova il ritratto del pittore Tagliaferri e poi al “Cimitero degli Inglesi” dove l’attendono misteriose apparizioni.
La verità è che lui assomiglia in modo sorprendente a Marco Tagliaferri, nato il 28 marzo 1835, il suo stesso giorno, cento anni prima, e morto il 28 marzo 1871. In quella stessa data, cento anni dopo, è fissata la conferenza sul diario di Byron.
Il “medaglione”, una traccia di quella donna ormai forse perduta per sempre, diviene oggetto di studio fino alla scoperta che il suo creatore era l’orafo occultista Ilario Brandani, nato e morto cento anni prima del pittore Tagliaferri: quella strana descrizione di una piazza romana che non si trova è raffigurata in un dipinto del pittore.
Sono tutte strane coincidenze che lo spingeranno fino alla nobile e decadente casa del principe Raimondo Anchisi, alimentato dal fuoco della poesia di Byron così come dell’amore per le materie occulte. Ed è in quel palazzo che Forster rivede una drammatica Lucia, in immagine splendidamente notturna.  
Chi vede il fantasma della leggende morirà entro il mese...”, gli dicono.
 

 
La sera successiva, a seguito di ulteriori circostanze misteriose, si trova coinvolto  in una seduta spiritica. Al tavolo, tra personaggi sconosciuti, siede Anchisi, la Giannelli e una donna velata, la medium, Lucia. Lo spirito evocato è quello di Tagliaferri che pronuncia parole talmente inquietanti da sconvolgere del tutto la serenità di Forster.
Dopo essersi ritrovato improvvisamente da solo, decide di rientrare in albergo, riuscendo per un attimo a scorgere Lucia in compagnia della signora Giannelli che, interrogata nuovamente, nega ancora di conoscere la ragazza.
 
-      Messaggi del potere –
 
Un puzzle di elementi apparentemente sconnessi finalmente si ricompone. Il colonnello Tagliaferri muore quella notte; sua nipote contatta Forster per mostrargli un orologio antico che riporta incise le iniziali di Ilario Brandani e il riferimento a “Sant’Onorio”. Spinto da una forza misteriosa, Forster si reca alla chiesa di Sant’Onorio e scopre che il luogo custodisce la collezione del compositore Baldassarre Vitali. Uno dei suoi brani era stato trasmesso proprio la sera in cui aveva incontrato l’amica di un tempo, Olivia: era il salmo XVII, una sorta di testamento diabolico, assai lontano dal resto della produzione musicale dell’artista. Dalla collezione ritrovata però manca proprio quel brano.
Il quadro di Tagliaferri “custodito in una barca a remi”, come aveva dichiarato lo spirito del pittore, viene trovato in un appartamento sull’Isola Tiberina. Proprio l’amica Olivia vi si era installata per sfuggire a qualcosa di diabolico che inseguiva lei, Lester Sullivan e Forster stesso.
Il mistero s’infittisce nel momento in cui il principe Anchisi svela al professore l’esistenza di un manoscritto in cui si rivela un segreto custodito da “un messaggero senz’anima”, presso una fontana con delfini circondata da mura di un tempio romano. 
Tale eredità è un’arma occulta estremamente potente: “Il Segno del comando”.
Forster inizia a sentirsi ossessionato da tutte quelle coincidenze che lo potrebbero portare ad una sua futura probabile morte. La paura diviene incubo quando si scopre il cadavere di Olivia mentre Powell, il funzionario dell’ambasciata, gli rivela di essere un agente dei servizi segreti inglesi.
Forster, aiutato da Barbara, l’assistente di Powell, cerca di scoprire tra le righe del diario di Byron la chiave per svelare il misero. Il tempo scorre e a lui, in realtà, non ne resta poi molto.
Il professore si fissa sull’iniziale di un nome ripetuto durante la visita romana, “O”. Consultando i registri delle chiese romane trova la risposta in Oberon, Sir Percy Delany, via delle Tre Spade 119, un amico del poeta.
 
-      Il velo –
 
Un antico edificio attende Forster, magneticamente attratto da una musica d’organo. Un uomo cieco lo accoglie in casa tra preziose antichità. Era lui che stava suonando. Forster istintivamente si affaccia alla finestra, mentre il cieco inizia a descriverla con particolari che ormai non esistono più: “ruderi di chiesa rinascimentale, mura di un tempio romano, fontana con delfini…”; il brano che stava suonando, tra l’altro, era proprio il “Salmo XVII – Della Doppia morte” di Baldassarre Vitali. La copia mancante si trova in quella casa.
Forster legge i brani della partitura: “voltai le spalle al Signore e camminai sui sentieri del peccato. Voltai le spalle al Signore...e quando il tempo finì seppi che ero giunto dove non dovevo. Perché avevo voltato le spalle al Signore”. Quella era stata la casa di Baldassarre Vitali, apparso a Byron durante una seduta spiritica. Vitali aveva ucciso l’orafo Brandani, entrambi occultisti che si contendevano il potere, ora legati da una maledizione: quella del “Segno del Comando”.
Ogni cento anni un uomo si sarebbe fatto carico della sua ricerca e per quello sarebbe morto. Cento anni prima era accaduto al pittore Tagliaferri, ora toccava a Forster. Solo chi trovava il potente oggetto poteva salvarsi.
Durante la conferenza tanto attesa, il 28 marzo 1971, Forster svela i risultati della sua indagine nell’esoterismo di Byron e poi parte alla scoperta del “Messaggero di Pietra” che nella casa di Brandani dovrebbe nascondere  l’oggetto.
Nessuno si presenta all’appuntamento e Forster sta per essere vittima di un incidente mortale in compagnia di Powell. Il “Segno del Comando” non si trova.
Powell, servendosi della setta del principe Anchisi, stava cercando il carteggio segreto “von Hessell” risalente ai tempi in cui i nazisti cercavano il “Segno del comando”, ma rimane ucciso nell’esplosione della sua auto davanti ad una glaciale Lucia, finalmente riapparsa.
In seguito Forster, girando per i vicoli di Trastevere, ritrova la “Taverna dell’Angelo”, prima scomparsa nel nulla e qui lo aspetta Lucia, pronta a svelare chi e che cosa aveva salvato la vita al coraggioso e razionale professore.
Che fosse di carne e sangue, di ombra e polvere non gli è dato di saperlo…
 
-      Nebbia –
 
Una piazza, ruderi di un tempio romano, fontana di delfini…messaggero senz’anima”.
Pochi frammenti di un oscuro passaggio del diario di Byron da cui parte la ricerca nelle oscure, vuote e fisiche vie romane. Come in un sogno gotico, in quella città non sembra abitare nessuno.
“Il messaggero di pietra” è il corpo che custodisce il segreto de “Il Segno del comando”.
Antichi palazzi che nascondono follie, ruderi di epoche che si tenta di far rivivere con gli strumenti del mondo occulto; maledizioni che si rincorrono nel corso dei secoli attraverso le reincarnazioni; misteri alchemici che si tramandano di mano in mano, da orecchio a orecchio; spiriti evocati dalla voce dei vivi e spiriti che appaiono per coprire quei segreti portatori di morte. Sono loro che animano, con scialli e taverne, una Roma notturna e pronti a sparire alle prime luci dell’alba.
Di giorno camminano i vivi tesi a scoprire, a cercare, ognuno per un suo proprio motivo, un qualcosa di così potente da aver mosso, qualche decennio prima, la mano nazista. Dal sovrannaturale allo spionaggio, dunque, il passo è breve.
È un passaggio condito dal ticchettio dell’orologio che sembra accogliere un più vasto ambito spazio-temporale, in cui viaggiare tra palazzi antichi e statue classiche di fredda pietra come in un viaggio del tempo che nel mondo romantico è il sogno.
A dominare la mente di tutti, tranne che di uno, è quel potente strumento di potere che è “Il Segno del Comando”, molto più vicino di quanto tutti avessero mai potuto pensare.
 
 
-      Ombre –
 
L’interpretazione di questo grande sceneggiato della televisione italiana è teatrale fino alle più piccole sfumature.
Ugo Pagliai (Edward Forster) divenne il re del mistero italiano. Dopo questo sceneggiato il suo nome e la sua immagine fu a lungo legata ad altri esperimenti di parapsicologia televisiva, come l’illustre caso de “La baronessa di Carini”.
Carla Gravina (Lucia), l’inquieta interprete de “L’anticristo” (1974, De Martino), si trova a suo agio sia nella versione zingaresca che in quella dell’etereo fantasma che vaga negli ambienti del palazzo Anchisi. Gli occhi bistrati di nero la rendono magnetica e imperturbabile mentre i suoi sorrisi sfuggenti nulla fanno trapelare, né in senso di pietà né in senso di vendetta. Non si sa se sia angelo o strega, perché le sue azioni svaniscono con le luci del sole. La sua anima non si scorge, ma è piacevole associarla ad immagini di amore eterno.
Rossella Falk (Olivia), l’amica e innamorata gioiosa di un tempo, è ormai svanita. Persa davanti allo schermo di una tv che suona un brano maledetto, si rivelerà poco alla volta vittima di un destino che non le appartiene più.
Massimo Girotti (George Powell), in anni più recenti rivisto ne “La finestra di fronte (2003, Ozpetek), era uno dei belli della televisione dell’epoca. Raffinata presenza scenica la sua, poco ingombrante ma di grande magnetismo.
E poi ancora Paola Tedesco che interpreta Barbara, l’assistente di Powell; Franco Volpi nei panni del principe Anchisi dallo sguardo fiero e inquietante a cui si aggiunge quello della conturbante Silvia Monelli, la signora Giannelli.
 
-      Suoni del vento -
 
In una Roma eternamente addormentata, emergono i suoni dell’oscurità. Il rumore dei passi lenti, malinconici o frenetici di chi sta per perdere attimi di eternità.
Dal buio dei vicoli illuminati dalle fioche lampade notturne, si sente risuonare un rintocco ipnotico che segna la conclusione di ogni episodio, mentre sullo schermo scorrono segni alchemici.
Cento campane”, di Romolo Grano, nella versione dello sceneggiato interpretata da Nico dei Gabbiani, accompagnata dal suono della chitarra interrompe l’atmosfera rarefatta e sofisticata che aleggia attorno allo sceneggiato per riequilibrare le vie occulte che i protagonisti si trovano a dover percorrere e riportarli con i piedi ben piantati sulle strade della città eterna. Poco tempo dopo sarà Lando Fiorini a trasformare il brano in un successo.
 
” Din don, din don, amore
Cento campane stanno a dì de no
Ma tu, ma tu, amore mio
Se m’hai lasciato ancora nun lo dì
La magia che tu c’hai ha l’occhi tui
La magia che ce sta in Roma mia
‘Na donna o ‘na strega,
che vaga in ‘sta città…
No, nun lo dì, nun parlà,
sei una donna o una strega, chi sa.
Me resta la speranza,
la speranza de quer sì.
Din don, din don, amore,
pure le streghe m'hanno detto no,
ma tu, ma tu, amore mio,
se m'hai stregato dimmelo de sì”
Nella suggestione creata dall’ambiente poetico di Byron si insinuano figure inquiete e spettrali tra veri fantasmi e false sette che inseguono vanamente sogni di potere.
Se “Cento Campane” si presta ed illumina con la sua armonia romantica, il Salmo XVII “Della doppia morte”, ne rappresenta il naturale antagonista. Tra citazioni oscure, una partitura maledetta e le vibrazioni dell’organo, le sue note inquietano e sconvolgono. Ma è il pezzo mancante del mosaico...l’ultimo tassello per trovare la verità.
 
-      Flebile traccia di inchiostro su carta -
 
“Il Segno del Comando”è uno dei primi esempi di mistery - noir della televisione italiana, quello che ha avuto maggiore impatto sulla mente dei telespettatori di allora, di chi ricorda qualche sporadico passaggio qualche anno dopo, di chi lo vede per la prima volta nei nostri giorni.
L’originale soggetto del 1968 di Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e  Lucio Mandarà, poi divenuto romanzo, dopo l’esperienza di “Belfagor – Il fantasma del Louvre”, rappresenta una realtà italiana a prestarsi al mondo occulto, ad esperimenti di parapsicologia che sfoceranno pochissimi anni dopo in qualcosa di molto diverso.
Thriller, fantasy, giallo, horror e così via: lo si può definire in tutti i modi e ascriverlo a tanti generi, ma “Il Segno del comando”  è il segno di un’epoca a se stante di grande immaginazione che ha esaurito i suoi effetti in epoche lontane anni luce dagli effetti digitali.
Inquieta, spaventa, incuriosisce, episodio dopo episodio, ancora oggi, proprio perché costruito sulla recitazione, sulle pause, sulla psicologia dei suoi personaggi e su una sceneggiatura ben strutturata.
Gli effetti speciali sono inesistenti se vogliamo riferirci a un tavolo che si muove sotto gli effetti di una seduta spiritica; semplici trucchi scenici di poco conto che nulla aggiungono alla strutturata regia di Daniele D’Anza. Non c’è effetto che tenga.
Visto con gli occhi di oggi potrebbe far sorridere per questo aspetto, ma osservando con attenzione non c’è nulla che valga di più di quanto ciò che è stato allora costruito.
Il remake lo ha dimostrato. Mancavano gli attori, i toni, le musiche, la regia e la fotografia di allora. Mancava la sceneggiatura.
L’inquietudine latente si scatena già dalla prima scena da quando scopriamo Forster girare per i vicoli romani senza più trovare né Lucia né la taverna.
Si può notare una lieve incrinatura verso il finale, ma “Il Segno del Comando” ha lasciato davvero un’eredità pesante da raccogliere. E lì è rimasta.

Regia: Daniele D’Anza. Soggetto e sceneggiatura: Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna, Lucio Mandarà. Fotografia: Marco Scarpelli, Franco A. Ferrari. Montaggio: Tommaso Corte. Interpreti principali: Ugo Pagliai (Lancelot Edward Forster), Carla Gravina (Lucia), Rossella Falk (Olivia), Silvia Monelli (Signora Giannelli), George Powell (Remo Girotti), Carlo Hinterman (Lester Sullivan), Paola Tedesco (Barbara), Franco Volpi (Raimondo Anchisi), ugusto Mastrantoni (Il colonnello Tagliaferri). Musica:Romolo Grano. Produzione: Rai Radiotelevisione Italiana. Distribuzione: Elleu Media. Origine: Italia, 1971 .Durata: 5 episodi da 60 minuti.

 
Movida, 19 maggio 2004.
 
Originariamente apparsa su ciao. Revisione per Lankelot.com.
 

In Lankelot:

ISBN/EAN: 
9788874762873

Commenti

Ah! L'hai ritrovata! Spettacolo:).
Ci pensavo pochi giorni fa, parlandone con un editore amico, al libro di D'Agata.

"Erano tempi in cui la mano italiana riusciva a tirar fuori dal cilindro, uno dopo l?altro, conigli bianchi perfetti. Una fitta trama squarciava come una lama affilata la nebulosità di un paesaggio che già di per sé era inquietante. Il pubblico, sebbene senza tante alternative di scelta, venne rapito da un?avventura che avanzava tra il mistero e il sovrannaturale, tanto da spingere venti anni dopo Mediaset a riproporre, in versione rimodernata ma striminzita, il girovagare notturno di Edward Forster."

> Sacrileghi. Quando è successo? Di chi è la colpa? Questa cosa l'avevo rimossa:)

"Se ?Cento Campane? si presta ed illumina con la sua armonia romantica, il Salmo XVII ?Della doppia morte?, ne rappresenta il naturale antagonista. Tra citazioni oscure, una partitura maledetta e le vibrazioni dell?organo, le sue note inquietano e sconvolgono. Ma è il pezzo mancante del mosaico?l?ultimo tassello per trovare la verità."

> In Rete ho trovato questo: SALMO XVII

Voltai le spalle al Signore
e camminai sul sentiero del peccato.
Voltai le spalle al Signore
ma quando il cammino finì,
seppi che ero giunto
dove non sarei mai voluto giungere.
Dritta è la strada del male,
ma quando il cammino finì
anche la mia vita era finita
poiché avevo voltato le spalle al Signore

(giusto?)

(ecco, aggiungo il Dvd ai miei desiderata. Gran bel repechage:). Avevo nostalgia di questo pezzo;)
Chissà che non dia ispirazione a qualcuno, qui dentro...)

L'ho visto giusto un annetto e mezzo fa, grazie a Marco Gens che mi prestò i dvd. Qui dici: ?Erano tempi in cui la mano italiana riusciva a tirar fuori dal cilindro, uno dopo l?altro, conigli bianchi perfetti. Una fitta trama squarciava come una lama affilata la nebulosità di un paesaggio che già di per sé era inquietante. Il pubblico, sebbene senza tante alternative di scelta, venne rapito da un?avventura che avanzava tra il mistero e il sovrannaturale..."

Pienamente d'accordo. Questo sceneggiato è magnetico, bellissimo, ricco di suggestioni. Ottimo scriverne, davvero, meglio ancora farlo così bene come hai fatto tu;)

Sebbene, ad esempio, A Come Andromeda, L'amaro caso della baronessa di Carini, Ritratto di donna velata siano veramente molto suggestivi, facendo parallelismi tra opere della stessa epoca italiani e di generi affini, il Segno del Comando sta sopra tutti più di una spanna...

se il confronto lo facciamo con tutto il resto venuto dopo (elimino dal confronto Sandokan)...non c'è altro che mi venga in mente. I remake, recente mi pare quello su La baronessa, sono amenità...inutili...meglio riproporli in versione originale, magari in queste settimane estive al posto delle tremila repliche di diverse cosucce da 20 anni a questa parte.

3. 1992, interpreti Elena Sofia Ricci e Robert Powell.

Io ho dei vaghi ricordi...ma impossibile un paragone...

http://www.imdb.com/title/tt0274817/

4. sì, è quello. Ne ho riportato solo un pezzetto nella recensione.

6. Grazie davvero...Il bello è proprio questo. I ricordi che avevo erano intensi (non l'ho visto in prima visione, ma successivamente, in qualche replica) e pensavo che magari ai nostri giorni poteva perder qualcosa, rivelandosi infine una delusione. Invece non solo non ha perso nulla, ma ne ha anche acquisito perché davvero ti rendi conto di quanto era ben fatto.

Salve amici
Autocitarsi è antipatico, perciò chiedo perdono in anticipo...
Coloro che "vanno ancora pazzi" per "Il Segno del Comando" possono accomodarsi qui:

http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/06/incontri-su-you-t...

Un caro saluto a tutti,
Carlo Gambescia

ahahaah a me pronunciare il nome di Ugo Pagliai mi ha sempre fatto ridere. E' un passato remoto ovviamente.

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