In origine, “Mildred Pierce” del Michael Curtiz di “Casablanca” doveva essere soltanto un melodramma: uno di quei prodotti che le major sfornavano in serie, chiamati nell’ambiente, con spiccia brutalità, film da donne. Nel ’44, però, uscì Double Indemnity (“La fiamma del peccato”, B. Wilder), che ottenne un successo favoloso ai botteghini. All’ultimo momento, allora, si decise di intervenire con robuste manipolazioni sul romanzo di James M. Cain, nel tentativo di imballare in una confezione noir il materiale rosa del soggetto. Così, il film fu fatto partire con un violento omicidio: il facoltoso Monte Beragon che viene freddato da quattro pallottole, e che prima di spegnersi bisbiglia il nome di sua moglie Mildred; e subito dopo, fu fatta seguire una passeggiata solitaria di lei lungo un pontile piovoso, nel cuore di una notte fotografata con macabro pathos. Era chiaro che si voleva introdurre Mildred come una figura femminile dubbia, misteriosa, dalle terribili potenzialità dark.
Nel complesso, tuttavia, i tardivi aggiustamenti sono stati di maniera: non hanno modificato la sostanza del personaggio, che resta positiva, non macchiata da alcuna colpa che non sia l’amore esagerato per la figlia. Mildred (Joan Crawford) è una persona perbene e non può far paura. Gli sforzi della sceneggiatura di ammantarla di sospetti, perciò, risultano pretestuosi. Lo si intuisce dall’inizio, quando viene lasciata dal primo marito per un’altra. Non era mai uscita da una cucina, racconta, se non per andare in lavanderia a fare il bucato. Lei così incapace, se adesso voleva mantenere inalterato il livello di vita delle due amate figliole, doveva cercarsi un lavoro nel mondo esterno: fuori dal posto in cui era stata chiusa da sempre, la casa. Non fa fatica a trovarlo, in fondo, affidabile e piena di buona volontà com’è. La assumono come cameriera in un ristorante del centro. Impara presto il mestiere, nel giro di qualche mese supera le sue colleghe (non un cameriere maschio) in efficienza e rapidità. Con i soldi che guadagna, paga alle figlie corsi di pianoforte e di ballo. Veda (Ann Blyth), che è la maggiore, dimostra però una natura ingrata, imbevuta di ambizione e di insaziabile avidità. Quando scopre il lavoro della madre, reagisce con offese crudeli: «Non ti è bastato fare la serva in famiglia per una vita. Adesso lo fai anche fuori».
Per Mildred non è ancora il momento adatto per sbattere Veda fuori di casa. Non lo sarà nemmeno quando quest’ultima ucciderà il secondo marito di lei, il già noto Beragon, con cui peraltro la diabolica ragazza flirtava. Fino all’ultimo, pressata dalle interrogazioni della polizia, Mildred farà di tutto per addossarsi la colpa. Si era arricchita, giungendo ad aprire una catena di ristoranti e sposando senza amore il ricco erede, solo per compiacere la figlia; per darle possibilità di fortuna e successo; per evitarle, in altre parole, il destino di serva che era stato suo. Veda aveva ricevuto la vita che Mildred non aveva potuto conoscere; ma aveva ripagato la madre inanellando un’azione maligna dietro l’altra. A voler trovare per forza una dark lady, dunque, questa è Veda: arrogante, duplice, distante dall’indefesso altruismo di Mildred, e per di più adolescente e famelica di beni sempre nuovi da comprare: vestiti, accessori, perfino automobili. È un personaggio davvero interessante, che mescola i tratti classici della femmina fatale con il timore per i giovani diffuso nel dopoguerra: la gioventù bruciata, insolente e problematica, che si era appena accostata alle delizie del consumo, e che riuscì a convertire, inaspettatamente, l’esperienza del nuovo potere d’acquisto – sul mercato – in una specie di potere di rivendicazione – in famiglia. Ann Blyth è molto efficace ad illuminare Veda di questa superbia luciferina, anche se l’Oscar, l’unico vinto dalla pellicola nonostante la pioggia di nominations, premiò la bravura consumata di Joan Crawford.
Regia: Michael Curtiz.
Titolo originale: Mildred Pierce.
Tratto da un romanzo di: James M. Cain.
Sceneggiatura: Ranald MacDougall.
Direttore della fotografia: Ernest Haller.
Montaggio: David Weisbart.
Interpreti principali: Joan Crawford, Jack Carson, Zachary Scott, Eve Arden, Ann Blyth, Bruce Bennett.
Musica originale: Max Steiner.
Produzione: Warner Brothers.
Origine: Usa, 1945.
Durata: 113 minuti.
Patrick Karlsen.
Commenti
Qui vi voglio.
"All?ultimo momento, allora, si decise di intervenire con robuste manipolazioni sul romanzo di James M. Cain,"
> prassi inalterata, a ben guardare... quali libri ti sembrano tradotti fedelmente in un film? Pensaci. Non vale dire "Barry Lyndon" e "Arancia Meccanica" e "Jules e Jim"
e nemmeno "Fight Club" di Palahniuk
Cazzuto.
L'isola misteriosa da Verne con Walter Matthau.
E ti dico: nemmeno "Il paziente" di Ondaatje, ma qui ne abbiamo parlato in privato a lungo, molto prima degli articoli e poi in seguito (cfr. suicidio in chiesa del grande geografo...)
5. Mi manca. Mi hai spiazzato! Quando è uscito? Regista?
6. Maddox si è sparato in chiesa urlando: Fuck the nations!
7. No me ricordo, xe tanto tempo fa che lo go visto. Ma me par che sia de Bertolucci.
Maddox aveva letto "La scimmia e l'essenza" del grande Aldous. Pensa a quando nomina i tre nemici veri dell'uomo: la paura, e...