Due fratelli. Un dolore nascosto nel passato e nella memoria. Sabina (Giovanna Mezzogiorno) è una doppiatrice in attesa di un figlio dal suo compagno Franco (Alessio Boni), attore teatrale convertito per necessità ai serial televisivi. Una notte, dopo aver fatto l’amore con Franco, in Sabina si insinua un incubo che porta con sé l’amarezza e le suggestioni d’un inquietante ricordo celato nell’inconscio. Sconvolta, il mattino successivo decide di partire per gli Stati Uniti in visita a Daniele, fratello maggiore andato via da tempo e mai più tornato. Daniele è sposato con una donna americana, ha due figli ed insegna letteratura. L’arrivo di Sabina lo rende lieto ma rievoca in lui quel senso di disagio che aveva attraversato la sua infanzia. Dopo alcuni giorni, proprio nella notte di Capodanno, Sabina trova modo di sviscerare a Daniele il suo inquietante dubbio: è reale l’orrore che l’incubo le riporta? Daniele chiarisce i suoi dubbi rivelando l’estremo atto d’amore con cui l’aveva protetta nell’infanzia; il ricordo, così, può riaggiornarsi al presente, Sabina è pronta a tornare a casa. Franco, nel frattempo, l’aveva tradita con una collega di lavoro. Al suo ritorno, accolta la notizia del bimbo in arrivo, il tradimento è da lui presto dimenticato e sostituito dalla gioia per il lieto evento, ma diventa difficile il contatto fisico con Sabina. Sabina, dapprincipio, non rivela il suo angosciante segreto, ed una volta appreso del tradimento subito, fugge, tra dolore e confusione. In treno le si rompono le acque; le tornano in mente, nel medesimo istante, le immagini del dolore dell’infanzia, causando uno svenimento. Si risveglierà in ospedale, con Franco e gli amici più cari ad attendere il suo risveglio. Dal dolore, uno dei più assurdi e intensi, ri-sorgerà la vita. E tornerà l’amore.

Intenso apologo intimista, La Bestia nel cuore, tratto dall’omonimo romanzo di Cristina Comencini, affronta il tema delicato e difficile delle violenze private sui bambini. Lo fa con tocco lieve e sapiente, alternando fasi drammatiche a momenti di humor intelligente affidato ai personaggi che ruotano al margine del nucleo della storia. Vi è, in effetti, una vicenda parallela che interseca il corposo tema di riferimento. Emilia (Stefania Rocca), amica non vedente e innamorata di Sabina, conosce – proprio durante l’assenza della doppiatrice – una sua collega di lavoro molto più anziana (Angela Finocchiaro) e abbandonata dal marito per una ragazza più giovane. L’intimo rapporto che si viene a creare tra le due, costituirà, come detto, il secondo asse portante della storia, regalando momenti ilari venati di piccole malinconie. Il singolare regista della serie Tv (Giuseppe Battiston) in cui lavora Franco, invece, è il personaggio che completa la pellicola e che elargisce sprazzi di disincantata leggerezza e simpatia. Un cast perfetto, che vede i suoi picchi espressivi proprio nelle interpretazioni della Mezzogiorno, della Finocchiaro e di Battiston. Tutto si muove sorprendentemente in armonia in questo film che, comunque, porta sempre al centro della vicenda il suo agghiacciante tema di fondo: come far rielaborare ad un adulto violato nell’anima e nel corpo da bambino la sua dolorosa infanzia? Quella bestia insediatasi precocemente nel cuore, sembra dirci la Comencini, proprio dal cuore può essere vinta. L’amore, la vita che risorge e che nasce, può dunque essere l’irradiante fonte di forza che ci può orientare il domani. Sabina avrà un bimbo, Daniele aveva costruito una famiglia, l’amore tra i due fratelli è cemento del passato e nel passato: per ieri, per l’oggi, per il divenire.


Cristina Comencini, qui alla sua più matura e riuscita opera da regista (non un gran che i suoi precedenti Va dove ti porta il cuore, Matrimoni, Liberate i pesci), sempre incline ad uno sguardo intimo sulle vicende domestiche e familiari, stravolge il finale del suo stesso libro per adattare una storia che respiri i tempi e i modi espressivi cinematografici. Lo fa con garbo e sensibilità, non rinunciando ad indagare tutti i rapporti umani che arricchiscono la narrazione, lasciando, inoltre, un ironico quanto aspro giudizio sulle fiction e la televisione di facile fruibilità - falsa e patetica, involontariamente autoironica, come lascia trasparire nei dialoghi il surreale regista intrappolato nella scrittura televisiva affidatagli. Ciò che mi piace portare all’evidenza di questa riuscita pellicola è, su tutto, l’utilità e l’urgenza del tema trattato.
In un mondo che vive sempre più chiuso nel privato e nelle mura domestiche, l’abominio, ahimè, è sovente nascosto e protetto dai familiari stessi. Un padre, professore amorevole di giorno, si trasforma in mostro notturno nell’omertà della madre e nel silenzio di dolore di un figlio che, ad un certo punto e in preda a rabbia ed odio, si ribella improvviso portando l’astio con sé fino alla morte del genitore in un letto d’ospedale. Difficile non sentirsi vicino a lui quando sceglie di vederlo morire, difficile non comprendere le motivazioni del suo gesto liberatorio e definitivo. Io - e qui mi sento d’aprire una breve parentesi personale -, da educatore a contatto con bambini e ragazzi, ho purtroppo avuto modo di trovarmi di fronte a simili storie. Pertanto, consiglio vivamente la visione di questa pellicola che non è piena di fantasmagorici effetti speciali, né di iperpagate stelle hollywoodiane, ma che respira atmosfere di riflessione - intime, umane e pedagogiche - non perdendo mai il filo della narrazione cinematografica, né l’amore ereditato (Cristina è figlia del regista Luigi Comencini) per la settima arte. E ciò, per quello che siamo abituati a vedere nelle sale oggi, non è affatto trascurabile.
Regia: Cristina Comencini. Soggetto: Cristina Comencini. Sceneggiatura: Francesca Marciano, Giulia Calenda, Cristina Comencini. Direttore della fotografia: Fabio Cianchetti. Montaggio: Cecilia Zanuso. Interpreti principali: Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Stefania Rocca, Angela Finocchiaro, Giuseppe Battiston. Musica originale: Franco Piersanti. Produzione: Cattleya, Rai Cinema. Origine: Italia, 2005. Durata: 112 minuti.
Commenti
Federico, non serve più mettere come tag il proprio nick: altrimenti ci si trova indicizzati vicino a Burton e Pasolini. Ho già provveduto a cancellare i tag con i nostri nomi.
I pezzi sono indicizzati tramite pagina personale.
ok, grazie per l'indicazione.
l'ho visto l'anno scorso in occasione della Biennale: è un bel film, molto intenso, forse ha il difetto di trattare davvero molti argomenti insieme, è un concentrato di spunti di riflessione tra le violenze domestiche, i rapporti di coppia, la fiction televisiva, insomma è denso.
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"come far rielaborare ad un adulto violato nell?anima e nel corpo da bambino la sua dolorosa infanzia?" io non so se esitano risposte, la mia impressione è che l'adulto rimanga per sempre segnato e che avrà molte più difficoltà di altri a costruire rapporti umani e sentimentali. Quando ti odiano e ti violano da piccolo e sei indifeso e inconsapevole rimangono ferite insanabili, secondo me.
Certo che è un segno indelebile. Visto da vicino, tra i più indelebili che possano marchiare un essere umano. Te lo assicuro. Figuriamoci un bimbo. Per questo, in tali casi, bisogna sforzarsi il doppio nel cercare di donare un possibile aiuto e sostegno psichico.
So che è un sentimento giustizialista ed io, in linea di principio, sono contrario alla pena capitale, ma chi viola l'infanzia di un fanciullo si merita, a mio personalissimo avviso, la pena più atroce o annullante (fisicamente) possibile. Fate un po'voi su quale potrebbe essere...
sono pensieri che non dovrei fare, lo so....se presso gli arabi a chi ruba viene tagliata una mano, cosa si dovrebbe tagliare a chi compie violenza sessuale (su bambini, ma anche sulle donne)?
Marina, intendi suggerire il naso?
(tanto pe dì, la rec non l'ho letta)
ehm......veramente no, non aggiungo altro, non vorrei scendere a livelli, come dire, un po' bassi :-)
:p
Tagli per tagli, cominciamo coi ladri che siedono in Parlamento. Tanto per essere chiari. Il nemico sta un po' più in alto.