Un’isola senza confini e senza identità, dove il mare si fa collante e sentiero per una nuova dimensione, quella che sfugge ai residenti, inchiodati ai loro ruoli tradizionali e incapaci di progredire, esistenzialmente e culturalmente.
Un’isola segnata da una luce bianca e accecante, sintomo di una purezza che è dietro l’angolo, ma che nessuno è in grado di cogliere, tranne Grazia – Valeria Golino: l’eroina del film.
Ha un marito, Pietro, e tre figli: Marinella, Pasquale e Filippo. Ha un lavoro e un ruolo di mamma da portare avanti con dignità. Ha uscite stravaganti che la rendono unica nella routine del posto, è ipnotizzata dal mare e dai suoi segreti, ha uno spirito istintivo che imbarazza e squarcia il quieto vivere del marito – vive all’insegna del carpe diem; si ribella ai codici di comportamento indigeni: quando Pietro sculaccerà il figlio per soddisfare il proprio orgoglio paterno.
E nel momento in cui il marito, d’accordo con alcuni parenti, si risolve per farla ricoverare in una clinica di Milano, lei, oppressa e soffocata da una comunità che non gli dà tregua, fuggirà. Seguita e aiutata da Pasquale, si rifugerà in una caverna. Gli abitanti dell’isola, dopo aver scorto il suo vestito in riva al mare, la credono morta. Ma è davvero così? Il regista preferisce non dire. L’incapacità di vivere i rapporti umani secondo uno standard omertoso e convenzionale, essere liberi in simbiosi con il mare e con il vento e dirsi che solo la natura può innalzarci alla quintessenza della vita. L’impossibilità di andare oltre quello che vedono i nostri occhi e giudicare, afflitti da pregiudizi e preconcetti – Grazia è marchiata come “diversa” a causa di un carattere poco contestuale ai canoni del posto in cui abita. Questi, pressappoco, i temi che contrassegnano la pellicola di Emanuele Crialese, giovane autore – scrive e dirige - alla sua seconda opera.
Respiro è un film eccitante che fa la spola tra indagini sociali – mai troppo approfondite, per fortuna – e afflati surreali – la fotografia di Fabio Zamarion, così stilizzata e così espressiva, induce lo spettatore a sentirsi parte di un sogno. Trascende la bieca e amara realtà contenuta nel racconto. Il regista opta per un finale ambiguo, che non necessita di spiegazioni – che fine ha fatto Grazia? - e fa bene, perché sprona lo spettatore a lavorare col cervello, a porsi delle domande, a essere attivo quando le leggi del cinema lo obbligano a una passività non voluta. Se l’opera abusa di citazioni – quella dell’Atalante, dove Pietro ritrova Grazia, o verosimilmente la proiezione di sua moglie, è smaccata e didascalica e senza stile – riesce, in ogni caso, a dipanare l’intreccio in modo originale: la contrapposizione simmetrica tra i silenzi e il parlato è una scelta azzeccata, che garantisce un’adesione emotiva ai protagonisti e una giusta contemplazione delle sequenze. Anche la scelta di far parlare i personaggi nel dialetto indigeno risulta avvincente e mai folcloristica, funzionale alla percezione del sentimento collettivo.
Il regista ha talento da vendere: storna con convinzione gli stereotipi della cinematografia nostrana, che dipinge il sud con fare grottesco e macchiettistico – si veda a proposito l’imbarazzante resa de Il miracolo. Coltiva in segreto, ma non troppo, una tensione verso una messa in scena onirica – il respiro sott’acqua della Golino (le bolle d’aria che escono dalla sua bocca, dopo una lite con le colleghe al lavoro) travalica i confini dell’immagine, è una chiara sottoscrizione a un manifesto che va oltre il minimalismo e la quotidianità. Crialese ha doti robuste e da non sottovalutare: un’indole contraria alle squinternate e semplicistiche trame del cinema italiano, una rara sensibilità formale e visiva – inciampa in qualche manierismo, ma negli anni della macchina a mano e degli stacchi a mo’ di videoclip, tutto sommato ha il merito di perseguire la strada meno battuta: la classicità –, crede nel lavoro sugli attori, quello che i nostri registi – tranne Marco Tullio Giordana – sembrano aver dimenticato.
La Golino non è mai stata così credibile e trova finalmente le sue corde migliori. I non attori del posto sono la dimostrazione che il neorealismo non è un miracolo o un miraggio: il terzogenito – Filippo Pucillo - è un’autentica sorpresa, un misto d’improvvisazione e di spontaneità: ricorda, per attitudine alla recitazione, il piccolo Bruno - Enzo Stajola - di Ladri di biciclette.
Febbraio 2004
Regia: Emanuele Crialese. Soggetto e Sceneggiatura: Emanuele Crialese. Direttore della fotografia: Fabio Zamarion. Montaggio: Didier Ranz. Interpreti principali: Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Veronica D’Agostino, Filippo Pucillo, Elio Germano. Musica originale: John Surman. Produzione: Domenico Procacci, Anne-Dominique Toussaint. Origine: Italia / Francia, 2002. Durata: 95 minuti. Info Internet: Sito Ufficiale. Approfondimento: Drammaturgia. it / Altrocinema / Ondarock / Gli Spietati.
Commenti
Quando l'ho visto per la prima volta mi ha ricordato "A woman under the influence" di Cassavetes, almeno una versione mediterranea... Anche per la grande forza espressiva delle due protagoniste.
Sempre un piacere rileggerti:). Ave Degra!
E' un grande film, secondo me superiore al tanto decantato "nuovomondo". Se ne vedono pochi di questi film in Italia: e infatti se ne sono accorti solo in Francia. Ma ormai si sa, culturalmente siamo da terzo mondo...
locandina!
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[crialese] eliminato doppio
[crialese] eliminato doppio incipit