Costanzo Saverio

In memoria di me

Autore: 
Costanzo Saverio

La pellicola apre sul primo piano di un ragazzo. Un volto ci guarda fisso negli occhi, sembra non tradire alcuna emozione, ci parla con misura, quasi con distanza. Ci spiega le motivazioni per cui ha deciso di intraprendere il cammino del noviziato, ragionando sul tema della ricerca della propria identità. L’identità nella ricerca di Dio, del suo mistero, del suo Verbo lasciato in terra e tradotto dagli uomini. Andrea è un bel ragazzo, deciso, curioso, colto, apparentemente privo di dubbi sull’importante scelta di vita che sta per compiere. Lo accoglie un monastero di Padri gesuiti situato in un luogo incantevole, sufficientemente lontano dal mondo, grazie alla sua particolare ubicazione: siamo nei pressi di Venezia, nella piccola isola di San Giorgio Maggiore. Qui Andrea scopre tempi e ritmi dilatati a dismisura, il silenzio, l’importanza della preghiera, la costruzione dell’omelia e i dogmi palesi della Compagnia di Gesù: “impara a dissimulare” – dice ai novizi un Padre Superiore. Alla fine del percorso si sarà privi d’ogni emozione manifesta; la gioia, il dolore, la sofferenza, il buonumore, le paure, le certezze, ogni cosa dovrà essere invisibile agli occhi del mondo: il prete gesuita è – in sostanza – un soldato di Cristo, pronto a prestare la sua opera in un contesto di dolore e sofferenza, sempre restituendo il medesimo volto. Andrea sembra convinto della scelta fatta, ma non può – per natura, evidentemente – accettare le cose che gli si dicono senza comprenderne il senso ultimo, il motivo. Si ritrova a seguire altri novizi per carpirne i tormenti dell'anima, cui comunque nessuno presta particolare attenzione. Ecco che i dubbi esistenziali si trasformano in dubbi di fede, per qualche ragazzo. La paura della libertà imprigiona, trattiene, corrode l’anima, lo spirito, induce a martoriare il corpo (è il caso del primo novizio che fugge in piena notte). Superiori e novizi si accorgono della curiosità di Andrea, sostanzialmente guardandolo con circospezione; ma il ragazzo, apprezzato per le sue doti di scrittura e studio dai propri superiori, comincia ad avvertire i primi dubbi e tormenti in corrispondenza dell’avvicinamento a Zanna, altro novizio inquieto e immobilizzato dalla paura di vivere. Le certezze di Andrea crollano pian piano, lo convincono che quella che ha intrapreso con tanta convinzione non è la strada giusta: “io non amo nessuno” – dice a se stesso. Andrea e Zanna decidono di lasciare il convento, luogo angusto, e oramai prigione più dell’anima che del corpo. Ma il coraggio di sondare le possibilità della vita vera, verrà meno in uno dei due ragazzi; paradossalmente, in colui che era sembrato più convinto e più sicuro di sé.

 
 
Dopo Private, film lodato dalla critica italiana e internazionale, il giovane Saverio Costanzo torna a trattare un tema affatto semplice, quello della fede e della vocazione di un giovane aspirante prete. Tema complesso, che il regista romano sceglie di narrare affidandosi più alle immagini e ai volti che ai dialoghi. La cifra stilistica è più che buona e ricorda (in meglio) vagamente il cinema Di Bellocchio, la scelta tematica e il modo di sviluppo di alcuni dialoghi incontra – per assonanza - il Bergman introspettivo e metafisico di alcune opere (considerate tra le più ostiche del regista svedese) come Il Silenzio o Luci d’inverno, mentre l’impostazione tecnico-registica è ispirata a Pasolini, attraverso l’uso costante dei primi piani come elemento narrativo principe, e la conseguente scelta di volti assai caratteristici, affatto bisognosi di parole. Detto quello che convince, nell’opera seconda di Costanzo, c’è da registrare anche ciò che convince assai meno. Palese è la distanza che Costanzo traccia tra lui e gli eventi narrati; davvero troppa per non far sorgere il dubbio che il film sia un esercizio di stile, una deriva estetica con pretese – nemmeno troppo nascoste – estetizzanti, in cui non solo non vi è alcuna traccia di giudizio (o, quanto meno, presa di coscienza) dell’autore-creatore, ma anche i personaggi sembrano sospesi e imprigionati in un limbo in cui non esistono emozioni. Che sia la messa in pratica del precetto gesuita (dissimulare) accennato nel film? È davvero poco probabile che sia questo il motivo di tanta distanza; distanza che è talmente evidente da non trovare mai la vicinanza, o progressivamente perdendola, con lo spettatore. Alla fine la curiosità scema e l’epilogo risulta essere prevedibile o quanto meno affatto interessante, al contrario di una prima parte in cui il film aveva regalato suggestioni da “thriller dello spirito”, nel quale le parole davvero – se proseguito sulla stessa falsariga – avrebbero potuto essere accessorie. Anche le musiche, dei valzer (scelta davvero curiosa e a tratti dissonante), contribuiscono a creare un'atmosfera straniante.
 
Il protagonista, il bulgaro Christo Jivkov, per chi se lo ricorda, è il Giovanni De’ Medici dell’affascinante Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi. Occhi spiritati, volto glaciale, davvero privo di emozioni, è calzante nel ruolo di un protagonista il cui tormento si manifesta improvviso e dirompente nella riuscita scena di preghiera ad alta voce. Filippo Timi, eclettico e pressoché sconosciuto attore nostrano, è anch’egli in parte, incarnante un personaggio nel quale l’inquietudine risulta, al contrario di quella del protagonista, meno egoica, più umana, più vicina alla comprensione dei più. Anche a livello teologico il suo semplice messaggio è più incline all’idea diffusa del Verbo del Cristo: amore e non ragione. Cristo – per chi ci crede – esiste oltre le scritture che lo rappresentano. Esiste a prescindere.
 
 
E il tema teologico è ben espresso proprio nella sequenza che vede il primo scarno dialogo tra i due ragazzi. Zanna riprende Andrea proprio sul suo modo di spiegare la fede, durante un’omelia: per Andrea la fede è nei versi del Vangelo, nella Sacra Scrittura, mentre Zanna gli rimprovera che il suo è un approccio razionale, privo d’amore. Alla fine fa anche capolino il tema dell’omosessualità, adombrato soltanto lungo l’arco della pellicola, ma in modo talmente poco incisivo che risulta essere un episodio decisamente laterale della storia. Diverso impatto ha l’omosessualità nel libro a cui si ispira il film (Il Gesuita perfetto di Furio Monicelli, 1960. Ripubblicato da Mondatori nel 1999 con il titolo Lacrime impure), nel quale la passione amorosa tra il protagonista e un frate del convento è un elemento fondante della narrazione.
 
Il titolo, In memoria di me, è parzialmente azzeccato; se l’epilogo fosse stato meglio sviluppato avrebbe potuto esserlo del tutto. In effetti una vaghissima suggestione può unire il novizio di questa pellicola con il celebre protagonista de Il deserto dei Tartari, romanzo capolavoro di Dino Buzzati. Drogo e Andrea sembrano difatti "subire" una decisione del destino, dovuta ad un’inquietudine di cui non si conosce e mai si conoscerà l’origine. L’epilogo di Drogo lo conosciamo, quello di Andrea lo possiamo solo intuire ma, anche nel suo caso, l’equivalente dei Tartari per Drogo difficilmente gli si potrà mai manifestare. Film non facile, lento, costruito su una tematica molto particolare, In memoria di me ha un unico ed evidente difetto. O a me sembra tale: è presuntuoso e saccente, proprio perché non sceglie, non coinvolge lo spettatore, rimane distante, troppo distante. Ma Costanzo è bravo, ha uno stile tecnico davvero apprezzabile (notare la fotografia, l’uso splendido delle luci e del bianco e nero), e una predilezione per storie affatto banali. Comunque da vedere, sperando che, sin dalla prossima pellicola, il regista romano lasci la sceneggiatura in mani più esperte e ispirate. Presentato in concorso all'ultimo Festival di Berlino.
 
Regia: Saverio Costanzo. Soggetto e sceneggiatura: Saverio Costanzo. Direttore della fotografia: Mario Amura. Montaggio:Francesca Calvelli. Interpreti principali: Christo Jivkov, Filippo Timi, Marco Baliani, André Hennicke, Fausto Russo Alesi. Scenografia: Maurizio Leonardi. Costumi: Antonella Cannarozzi. Produzione: Offside. Musica originale: Alter Ego. Origine: Italia, 2007. Durata: 115 minuti.
 
Léon, marzo 2007.


ISBN/EAN: 
8010020046843

Commenti

Il tema era interessante e curioso. Qui dentro può interessare un po' di persone. Pertanto ieri sono andato a vederlo, prima che lo togliessero. Per i film mi terrò alla stretta attualità, nei prossimi mesi, immagino.

Ho l'impressione che sin quando non vi sentirò parlare di "capolavoro", a proposito di una creazione del figlio di Maurizio Costanzo, continuerò a leggere con interesse articoli e interviste ma non mi metterò mai a guardare un suo film. E questo a dispetto della chiara coscienza che in due film ha pizzicato corde che pretendono sensibilità e intelligenza e coraggio. Comincio almeno a dargliene atto:).
Il tuo pezzo è intenso e sentito, notevole il richiamo al Deserto di Buzzati e l'analisi tecnica. Danke.

Non è un capolavoro, questo è chiaro. Anzi è lontano dall'esserlo. é un film sufficiente, se vogliamo dargli un giudizio, considerando i meriti (stile registico) e i demeriti (l'assenza di empatia e una sceneggiatura che non convince). Il parallelo con Buzzati è vago, ma l'ambientazione e le motivazioni che intuisco esserci creano vicinanze tra il romanzo e il film (un monastero isolato, una fortezza sperduta - l'attesa - un'inquitudine senza origine palese da parte de protagonista - il possibile epilogo: morte dell'anima prima che del corpo).

Forse è un pezzo sentito perchè, volente o nolente, ho studiato a lungo teologia e Sacra Scrittura (in 4 anni 7 esami teologico-sapienziali): per quanto si può essere distanti, rifiutare i dogmi e quanto ne consegue, non puoi non restarne (inconsciamente) affascinato.

In sostanza, Saverio Costanzo (un po' mi disturba scrivere 'sto nome perchè mi viene in mente il padre...) può fare molto meglio in futuro. Ti terrò aggiornato;)

Ammetto di avere avuto qualche pregiudizio, per via del cognome poco simpatico. Ma se è così bravo da riuscire a realizzare sequenze in cui la parola diventa accessoria, allora dovrò provare a vederlo.
Ha scelto un tema non originalissimo, ma comunque interessante. Peccato per la distanza di cui scrivi, perchè la fede è qualcosa di così intimo, che esige parzialità, altrimenti si rischia di svilirne l'importanza.

Dici a me, Angela? Con quel cognome pregiudizi ne avevo pure io. Ma m'incuriosiva il tema. Eh, la distanza... quello è il vero difetto del film, perchè è una distanza "ideologica", un laicismo-agnosticismo che pero è privo di phatos. Più che la parzialità qui manca l'emozione. Però, come ripeto, come regista Costanzo è davvero bravo. E su questo non ho dubbi.

"non far sorgere il dubbio che il film sia un esercizio di stile, una deriva estetica con pretese ? nemmeno troppo nascoste ? estetizzanti" >> capisco quello che vuoi dire ma non è detto che l'estetismo, specie oggi, se abbia comunque evidenti e sgargianti significati di "protesta" non sia apprezzabile. Ti cito il Sodebergh che ho recensito, ma anche il Lynch che ami. Talvolta anche quello non è estetizzare? mi dirai che sono più bravi, ok :-).

"In effetti una vaghissima suggestione può unire il novizio di questa pellicola con il celebre protagonista de Il deserto dei Tartari, romanzo capolavoro di Dino Buzzati" >> cioé allora tra le righe c'è scritto Baol deve vederlo :-)

"è presuntuoso e saccente, proprio perché non sceglie, non coinvolge lo spettatore, rimane distante, troppo distante" ottima chiosa per giustificare l'impalcatura della recensione.

6 - e c'hai ragione, l'estetismo non è un male in sé. Solo che Costanzo non è Lynch, come hai ben intuito;)

7 - Si, simile senso di vuoto, di "prigionia cercata", di smarrimento improvviso, di rassegnazione, d'attesa di qualcosa di grandioso e sconosciuto (azzardo: i Tartari qui - facendo un ardito parallelo - corrisponderebbero, nel ragionamento da me proposto, nientemeno che al mistero del Cristo e del suo Verbo), che non arriva mai.

8 - Grazie:)

aggiungo il codice ean - è in

aggiungo il codice ean - è in dvd;)

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