Wenders Wim

Così lontano, così vicino

Autore: 
Wenders Wim

Voi… Voi che noi amiamo, voi non ci vedete, non ci sentite, ci credete molto lontani... eppure siamo così vicini. Siamo messaggeri che portano la vicinanza a chi è lontano. Siamo messaggeri che portano la luce a chi è nell'oscurità. Siamo messaggeri che portano la parola a coloro che chiedono. Non siamo luce. Non siamo messaggio. Siamo i messaggeri. Noi non siamo niente. Voi siete il nostro tutto

 

Berlino, 1993, pochi anni dalla caduta del muro.

L’angelo Cassiel (Otto Sander), in piedi sulla spalla della Grober Stern (Statua della Vittoria) sulla sommità della Siegessäule (Colonna Trionfale), osserva il mondo sotto di sé, scruta dall’alto i piccoli esseri umani, frenetici e terribilmente soli, che si muovono sulla terra, apparentemente senza una meta precisa. Si tuffa, lasciando che le sue ali lo trasportino sulla terra dopo una breve evoluzione nel cielo della città tedesca.

Così si apre la splendida sequenza iniziale di “Così lontano, così vicino”, in un caldo bianco e nero: il fremito dell’ala di un angelo, che attraversa per pochi secondi l’inquadratura per svanire rapidamente nel buio. Sulla spalla della bronzea scultura un uomo, stretto nel suo cappotto scuro, osserva in basso tutto ciò che avviene sulla Terra. La musica, impreziosita da uno splendido violino, è celestiale, angelica come la materia trattata.

Voi, voi che noi amiamo…”, sussurra il malinconico protagonista: si rivolge agli esseri umani, sempre così agitati, che non si accorgono mai della presenza degli angeli, custodi dell’umanità, che sembrano “così lontani, ma in realtà sono così vicini”. Una volta giunto a terra si sofferma ad indagare i pensieri degli automobilisti che passano davanti ai suoi occhi: tante riflessioni, idee, considerazioni sul nostro pianeta, con le quali l’angelo gentile analizza l’incredibile complessità dell’essere umano.

Cassiel è un angelo. Proprio così, un angelo dalle grandi e candide ali piumate. Abbiamo avuto già modo di incontrarlo ne “Il cielo sopra Berlino”, capolavoro di Wim Wenders del 1987, in compagnia di Damiel (Bruno Ganz), in giro per una Berlino malinconica e incredibilmente poetica. Al termine del film il regista ci salutava con un “Fortsetzung folgt” (“Continua”), lasciandoci immaginare ulteriori sviluppi futuri.

In weiter Ferne, so nah!” del 1993, in italiano “Così lontano, così vicino!”, è, infatti, la seconda puntata della saga dei messaggeri divini, stavolta dedicata al delicato angelo dagli occhi tristi, interpretato da uno splendido Otto Sander.

Ora che Damiel è diventato un umano ed ha sposato la bella trapezista incontrata nel film precedente, l’angelo Cassiel è rimasto solo, con l’unica compagnia di Raphaela (Nastassja Kinski), meraviglioso angelo dagli occhi dolci, con la quale osserva dall’alto una città che sembra non aver più bisogno di lui.

Cassiel è ancora presente al fianco dell’ex angelo Damiel, sotto forma di spirito, e manifesta la sua presenza con un soffio nel suo orecchio: ma non sarà così ancora per molto tempo, poiché Cassiel, per salvare una bambina precipitata da un palazzo, diventa magicamente uomo. Incontra il vecchio amico Damiel, ora pizzaiolo spensierato e gentile, la bella moglie Raissa (Solveig Dommartin) e la piccola figlia, per la quale diventa “lo zio Karl”.

Dopo un breve periodo di adattamento, giunge anche per lui il momento di crearsi una nuova vita sulla Terra. Ma la vita, tra gli umani, è davvero molto difficile, amara e senza una meta precisa. E lo è ancora di più, per un innocente ex angelo ignaro della malvagità degli uomini. Lo scoprirà sulla propria pelle, il povero Cassiel, dapprima entusiasta della nuova situazione e della possibilità di praticare il bene “sul campo”, ma poi incapace di cogliere il senso e il fine della cattiveria perpetrata dagli esseri umani, adulti o bambini che siano.

Il mondo, visto con gli occhi di un nuovo essere umano, è squallido e senza poesia. Gli uomini, privi di un qualsiasi spontaneo slancio di bontà, non possono essere protetti e guidati da Cassiel, ormai in carne ed ossa e in balia degli eventi troppo difficili da controllare, un povero ex angelo confuso e smarrito, che non riconosce il bene ed il male e, ingenuamente, si fa trascinare nelle peggiori situazioni.

Conosce dapprima Emit Flesti (Willem Dafoe), Time Itself letto al contrario, il tempo stesso, ambigua figura rappresentante gli angeli convertiti alla malignità sulla Terra. Con lui si ubriacherà, da lui verrà spinto a compiere azioni meschine e ad utilizzare la forza per ottenere ciò che vuole, sarà lui ad uccidere Konrad, l’ex autista nazista, personaggio chiave dell’intera vicenda e sarà lui a spingere il povero Cassiel verso le inimmaginabili vicende finali.

 

 

Dopo aver conosciuto la tristezza, la solitudine e lo sconforto, Cassiel, sul punto di abbandonare la sua “missione sulla Terra” e con poca voglia di continuare a vivere in un mondo così pieno di odio, sembra ritrovare gioia e vitalità perduta dopo l’incontro casuale e inaspettato con Tony, un boss della mala per il quale comincerà a lavorare non conoscendo la reale e malsana attività del criminale.
Una vicenda aperta che segue mille percorsi narrativi, che intreccia storie, amori, cattiveria e bontà umana, ma mantiene sempre un sottile filo di poesia nelle immagini, sempre bellissime e toccanti.

 

 

Un film, questo “Così lontano, così vicino!”, che, pur non raggiungendo l’inarrivabile vetta artistica de “Il cielo sopra Berlino”, è un commovente e imperdibile film di uno dei migliori registi degli ultimi trent’anni, Wim Wenders, sempre capace di stupire per stile e capacità di trasformare le immagini filmiche in emozioni e viceversa, offrendo spunti riflessivi sempre interessanti e mai banali.
Il film, pur essendo una “seconda puntata”, è molto diversi dal primo, sia nello stile che nel modo di rappresentare la stessa città, Berlino, prima e dopo la caduta del muro. Così lontano, così vicino!” si caratterizza per lo splendido uso del bianco e nero e del colore, per le intense interpretazioni dei protagonisti, per le affascinanti storie che si intrecciano all’interno del lungo percorso narrativo (147’ di film) che abbraccia molteplici tematiche senza mai annoiare, ipnotizzando con la consueta armonia e poesia visiva.

Dopo la parentesi americana, Wenders torna nell’amata Germania, e non delude affatto, sebbene critica e pubblico si siano spesso divisi giudicando il film non all’altezza del Wenders della “Trilogia della città”.

Noi crediamo, semplicemente, che siano cambiate le tematiche, e che il cinema del regista berlinese non voglia soltanto parlarci di eventi slegati e casuali, non voglia più limitarsi ad un messaggio cinematografico basato sul “viaggio”, inteso come continuo spostamento, reale e interiore. Il cinema dell’eterno flâneur, dell’instancabile viaggiatore che cammina senza meta per le strade del mondo, che vaga inebetito nel deserto del Texas dopo aver perso l’amore (come Travis, il protagonista di “Paris, Texas”), ha lasciato il posto ad una narrazione più compiuta, allo stesso tempo più filosofica e riflessiva, ma sempre elegante e affascinante come poche nel cinema moderno.

Da sottolineare l’ottima interpretazione di tutti gli attori, a partire da Otto Sander / Cassiel, tenero e malinconico angelo dall'espressione ingenua, Bruno Ganz / Damiel, sorridente ed espressivo, la splendida Nastassja Kinski / Raphaela, il simpatico Peter Falk nella parte di se stesso, come ne “Il cielo sopra Berlino”, Rüdger Vogler / Philip Winter, l’uomo del boss, protagonista anche di Lisbon Story, Horst Buchholz / Tony, il boss della mala dal passato oscuro e dal presente ancora più losco, il simpatico e anziano chauffeur Heinz Rühmann / Konrad, un ghignante Willem Dafoe nella parte del malvagio Emit Flesti. E ancora l’imbronciato Lou Reed che interpreta se stesso e ci delizia con un suo concerto, addirittura Mikhail Gorbaciov che filosofeggia sul mondo e sull’umanità, e tanti altri piccoli interpreti, utili ed indispensabili all’interno della pellicola, un piccolo capolavoro in bilico tra realtà e magia, un gioiello cinematografico di inestimabile poesia.

Una vicenda intricata e complessa, quella di “Così lontano, così vicino”, dal finale aperto ma obbligatoriamente triste. Un’opera che testimonia la mancanza di fiducia, da parte del regista, nella società contemporanea, nei suoi falsi valori, nella cattiveria che si manifesta ad ogni angolo di strada, e la presa di coscienza, dell’autore ma anche nostra, del fatto che viviamo nella “civiltà dell’immagine”, ma non per questo riusciamo ad apprezzarne il vero valore, e finiamo per essere travolti dal suo lato oscuro e violento, e non essere nient’altro che gli individui blasé teorizzati da Simmel, gli abitanti delle metropoli disincantati e indifferenti nei confronti della varietà qualitativa delle cose, derivante dalla sovrabbondanza degli stimoli che ci offre il mondo ipertecnologico in cui viviamo.

Ed ecco che, quindi, “Così lontano, Così vicino”, di Wenders, risulta essere, secondo il nostro parere, un’opera matura, completa, profonda e ricca di spunti di riflessione. La pellicola affascina e coinvolge grazie allo splendore delle immagini, e riesce, allo stesso tempo, ad offrire un messaggio appassionato allo spettatore: comprendere, nell’assurda società in cui viviamo, dove si trovi il bene. Sta agli uomini cercarlo con tutte le loro forze, scovarlo nell’orrore del mondo, abbracciarlo con passione e farsi portavoce di bontà e rispetto verso il prossimo. Solo così, comprendendo i propri errori e pagandoli sulla propria pelle, gli uomini potranno offrire, alle future generazioni, ciò che per vivere è maggiormente necessario: l’amore, per gli altri e per la vita.
 
Regia: Wim Wenders.
Soggetto: Wim Wenders, Ulrich Zieger, Richard Reitinger.
Sceneggiatura: Wim Wenders, Ulrich Zieger, Richard Reitinger.
Direttore della fotografia: Jürgen Jürges.
Montaggio: Peter Przygodda.
Interpreti principali: Otto Sander, Bruno Ganz, Nastassja Kinski, Peter Falk, Willem Dafoe, Solveig Dommartin, Lou Reed.
Musica originale: Laurent Petitgand, David Darling, Grame Revell.
Produzione: Road Movies Filmproduktion, Tobis Filmkunst, Berlino.
Origine: Germania, 1993.
Durata: 147 minuti.
Approfondimento in rete: mymovies / italway / hideout / castlerock / sito ufficiale di Wenders / cinematografo.it.

Titolo originale: “In weiter Ferne, so nah!”

Antonio Benforte, 3 gennaio 2005.

Recensione pubblicata originariamente su ciao.com e lankelot.com.

WENDERS in LANKELOT:

Wenders Wim - Così lontano, così vicino a cura di Benforte
Wenders Wim - Il cielo sopra Berlino a cura di Migliore
Wenders Wim - Il cielo sopra Berlino a cura di Benforte
 


ISBN/EAN: 
8032134031775

Commenti

editai

lo so, lo sto facendo ora. :)

Ma mi dà anche problemi con le foto all'interno dell'articolo, ora.

Ecco, forse ora ci siamo.
Ma che fatica.

L'ho trovata un'opera incompiuta. Ho preferito di gran lunga "Il cielo sopra Berlino". E altri film di Wenders passati, naturalmente.

Io l'ho trovato molto poetico, nonostante la critica (?) l'abbia quasi sempre stroncato.
Quel bianco e nero iniziale e le espressioni di Cassiel mi fanno sempre commuovere.
Non il migliore di Wenders, ma per me tra i primi 5, di sicuro.

Comunque, non il peggior Wenders: a mia memoria il peggiore è "Fino alla fine del mondo". Tra i primi cinque? non so. Gli preferisco, oltre al film citato, Paris Texas, La terra dell'abbondanza, Nel corso del tempo, Million dollar hotel, L'amico americano e Alice nelle città. Il bianco è nero è azzeccato, alcuni quadri pure, è la storia che mi ha convinto poco.

Sono di parte anche qui, io adoro "Fino alla fine del mondo".
Versione originale, 3 dvd, con sottotitoli.
Impossibile farne una classifica, poi la visione è soggettiva e ciò che ti trasmettono i film dipende anche dal tuo animo in quel momento.
Lisbon Story, l'hai mai visto?

Lisbon Story? è un film di lesbiche?

E' un altro dei capolavori di Wenders, a mio parere. :)

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