Coppola Francis Ford

Un sogno lungo un giorno

Autore: 
Coppola Francis Ford

Hank è uno sfasciacarrozze, Frannie è vetrinista in un’agenzia di viaggi. È il 4 luglio, il giorno del quinto anniversario del loro primo incontro. Ma le cose non vanno come da copione e i festeggiamenti si risolvono in fallimento, in abbandono e in tradimenti
I due si confrontano: lei lo ha tradito in passato con il suo migliore amico, lui ha passato una notte di sesso con un’amichetta. I due si lasciano, e senza perdere tempo, nella stessa notte, Hank seduce una ballerina-acrobata, mentre Frannie si lascia conquistare da un gentiluomo che canta in un piano bar e che tira avanti facendo il cameriere.
Eppure lui non riesce a dimenticarla e nel corso della stessa notte fa carte false per rivederla: quando la ritrova, all’aereoporto, che si accinge a partire in compagnia del nuovo amante verso Bora Bora, il viaggio che avrebbero dovuto fare insieme per festeggiare il loro anniversario, le canta una canzone d’amore, stonata e sgraziata, per convincerla a non andare.

È il film delle persone normali, che fanno cose normali, protagoniste di una storia diretta in modo magistrale e straordinario, una storia che si trasforma in un sogno, perché dura un giorno che sembra un anno e/o un mese, perché succede tutto quello che Hank e Frannie non avevano mai vissuto in cinque anni di fidanzamento, perché forse Hank e Frannie non si sono mai conosciuti e quei due che sembrano loro, sono solo il frutto dei loro sogni.
È il film del “Vorrei cantare, ma non posso”, come quello che Hank, con gli occhi gonfi di dolore, urla a Frannie, quando lo sta lasciando. Le urla la sua normalità, quello scarto tra lui e il terzo incomodo che vuole portarla via: quello scarto di umanità che alla fine, e forse a malincuore, la persuaderà.
È il film che ha mandato a carte quarantotto gli Zoetrope Studios di Francis Ford Coppola, teatri costosissimi e innovativi rivelatisi un clamoroso flop commerciale.

Sperimentazione metalinguistica sul tempo narrativo e cinematografico, Un sogno lungo un giorno è una di quelle opere che la critica ha archiviato come gioco accademico e sperimentazione fine a se stessa, mal giudicando il barocchismo della scenografia e della messa in scena, fraintese come sperpero di soldi ed esibizione di pura tecnica. 
Se è vero che Coppola, come altri suoi colleghi – si vedano, in proposito, le carriere di Lucas e Spielberg – ama la figura del regista-produttore, come giusta sintesi tra spettacolo e autorialità, e che gli studi e i teatri di posa furono costruiti appositamente per questo film, è anche vero che l’intreccio è drammaturgicamente all’avanguardia per come riesce a organizzare lo spazio, il tempo e i personaggi in coordinate spazio-temporali non convenzionali – si ha la sensazione che la storia si snodi nel corso di molto tempo, quando alla fine ci si rende conto che è passato solamente un giorno. Ma d’altronde è un sogno.

E d’altronde Coppola è un autore e uno dei rappresentanti di quella New Hollywood, che assieme a Scorsese, a Bogdanovich, a Rafelson e a molti altri, è riuscita a imporre in America la legge autoriale su quella commerciale e/o ha comunque fuso i due aspetti. C’è in questo film una poetica che vive sulla convivenza reciproca tra forma e contenuto: l’immagine è spettacolare e supportata da tutti gli arsenali scopici a disposizione, l’immagine non è scevra di spessore narrativo e metaforico. Estetica e sostanza vanno di pari passo. C’è forse un leggero abuso di effetti speciali, ma è comunque un sogno che sembra una storia e viceversa e i due piani narrativi si confondono a tal punto che la messa in scena appare giustificata e funzionale.

Il regista è abile poi ad alternare prosa, musical, commedia e dramma: un pastiche di emozioni e generi, quasi postmoderno, che necessita di ballerini presi dalla strada – si parlò di conflitti insanabili tra il regista e il coreografo Gene Kelly che esigeva per i suoi balletti attori professionisti – per sviluppare coerentemente la sintesi tra i livelli differenti. La stessa sintesi effettuata dalla magnifica fotografia di Vittorio Storaro: la luce danza e vibra all’interno delle inquadrature e assurge, per la prima volta in un film, al ruolo di montaggio: le scene si miscelano fra loro e gli stacchi sono solo un futile pretesto narrativo. Missaggio più che montaggio!

Bravissimi i due protagonisti – Frederic Forest e Teri Garr -, sconosciuti al grande pubblico, rientrano in quella operazione prima accennata che vive sul sincretismo tra spettacolo e autorialità, che preferisce al divo l’attore-personaggio. Una giovanissima Nastassja Kinski è l’acrobata che ama Hank per una notte. Le splendide musiche sono di Tom Waits.


Ottobre 2005.

 

Regia: Francis Ford Coppola.
Soggetto: Armyan Bernstein.
Sceneggiatura: Armyan Bernstein, Francis Ford Coppola.
Direttore della fotografia: Vittorio Storaro, Ronald Victor Garcia. 
Montaggio: Rob Bonz, Rudi Fehr, Anne Goursaud, Michael Magill, Randy Roberts. 
Interpreti principali: Frederic Forrest, Teri Garr, Nastassja Kinski, Raul Julia.
Musica originale: Teddy Edwards.
Scenografia: Dean Tavoularis. 
Costumi: Ruth Morley.
Produzione: Fred Roos, Armyan Bernstein, Gray Frederickson.
Titolo originale: “One from the Heart”. 
Origine: Usa, 1982.
Durata: 107 minuti.

Info: American Zoetrope.

ISBN/EAN: 
8007038053475

Commenti

"È il film che ha mandato a carte quarantotto gli Zoetrope Studios di Francis Ford Coppola, teatri costosissimi e innovativi rivelatisi un clamoroso flop commerciale". > mi ricordo di questa storia, me ne avevi raccontato tempo fa. Incredibile...

"La stessa sintesi effettuata dalla magnifica fotografia di Vittorio Storaro: la luce danza e vibra all?interno delle inquadrature e assurge, per la prima volta in un film, al ruolo di montaggio: le scene si miscelano fra loro e gli stacchi sono solo un futile pretesto narrativo. Missaggio più che montaggio!"

> qui avremmo bisogno di approfondimenti e delucidazioni: spiegaci meglio la distanza tra missaggio e montaggio.

Il missaggio, o mix, è l'ultima fase di lavorazione: e riguarda esclusivamente la parte sonora. Gli effetti, la presa diretta e tutto ciò che concerne il suono vengono elaborati un'ultima volta e amplificati, effettati e riverberati fino a ottenere la miscela perfetta che tiene su tutto il film. Nel film di Coppola, ho come avuto la sensazione che la luce surrogasse il suono e facesse da collante a tutte le scene. Per capire bisogna vedere, è difficile spiegarlo.

(a posto. Molto chiaro e ispirato. Danke Degra!)

locandina & archivio coppola

locandina & archivio coppola in calce!

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