Solo nel momento del trapasso, gli occhi di Ed Crane cominciano a respirare. Quando il sangue non circola e il cuore non pompa e le palpebre si chiudono, solo allora. Solo quando le scariche elettriche di una sedia letale entrano in corpo, quando i nervi e le vene bruciano, quando il fili del cervello si allentano, solo allora. Solo allora Ed Crane può dirsi vivo. E dalle ceneri di un uomo che non c’era, risorge un uomo che nel suo disfacimento, afferma per paradosso il senso di tutta un’ esistenza. Un uomo che comincia a esistere e a vivere spiritualmente, che riesce ad affermare e a dire tutto ciò che non ha espresso nella vita terrena. Il volto smunto e nero si dissolve nel bianco, nel bianco dello schermo, nel bianco dell’obiettivo, nel bianco di un riscatto finale, covato per tutta la durata del film, nera. Bianco e nero come conflitto tra bene e male, tra oscuro e luminoso, tra ermetico e sincero. Bianco e nero come colori di una fotografia che viene riesumata dal filone noir che fece celebri e illustri i vari Lang, Reed, Siodmak. Dialettica che apre e chiude il varco tra esistenza e profondità. Metodo sempre valido che si fa strumento d’indagine, capace di recuperare le dinamiche latenti della vita. Grimaldello per ripristinare il nero che è dentro di noi, il nero che censura i nostri sogni.
Ed Crane è un uomo comune, un barbiere, un comune mortale. Taglia capelli dalla mattina alla sera, quei capelli che continueranno a crescere anche quando lui se ne andrà. Capelli che sono immagine di vita morta e di morte. Capelli che si fanno elemento visivo e ciclico. Circolare.
Ed Crane ascolta Beethoven suonato ingenuamente da una Lolita di quartiere. La musica e l’infanzia sono l’unico pertugio per evadere da un mondo che non gli appartiene. Un mondo che avanza e procede, meccanico e ineluttabile, senza strappi, senza tumulti. Senza accorgersi di lui.
Ed Crane crede a chi fabbrica sogni, a quelli che propongono un affare in società e poi telano con i soldi in tasca. È disposto a tutto pur di realizzare i propri sogni e i sogni altrui, per riscattarsi da una vita di stenti. Ed Crane è un’ombra. È l’aiuto barbiere del cognato. È un marito tradito. È un socio truffato. Si aggira per i luoghi della città come se non esistesse; un’ombra che non è proiezione di un corpo, è solo un’ombra, e basta. Ed Crane è uno di quelli che si gioca tutto in un secondo. In un momento deve decidere se uccidere per vivere o se uccidere per morire. “Ed Crane è un uomo dei nostri tempi”, si gioca tutto nell’ultima mano, vince. Perde. Poi va oltre.
In questo film i Coen scrivono, osservano, viaggiano verso la classicità. Citano il noir d’autore, recuperano una pellicola e una fotografia andate in disuso, non si servono più di gag improvvise per rompere la narrazione o per stemperare i momenti drammatici. Abbandonano l’inciso grottesco, tendono alla realizzazione classica, e ci riescono. Si soffermano sulla superficie, sulla realtà dell’epidermide, si giocano tutto in superficie. Il volto scavato di Ed, la sua bionda, i capelli dei ragazzini, il fumo, il nero e il bianco. Carrelli che si soffermano sul primo piano, i movimenti di macchina si fanno più puliti, meno forzati; si tende alla contemplazione dei volti umani, al ritmo lento, alla messa in scena del contenuto. Facce di attori che fanno poco per recitare, facce di attori che fanno troppo. C’è sempre conflitto tra i personaggi: i ciarlieri e i cialtroni si contrappongono ai taciturni e agli onesti. Uomini d’affari che si mascherano per contrattare, vedove che credono a vite ultraterrene, avvocati narcisisti che lavorano nei loro interessi, ragazzine che macchiano la loro coscienza con avance spudorate, questo è il contesto in cui vive Ed Crane. È il contesto di cui è vittima e carnefice allo stesso tempo.
In questo mondo, Ed Crane non è nato per vivere, Ed Crane, è nato per morire.
Regia: Joel Coen. Soggetto, Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen. Direttore della fotografia: Roger Deakins. Montaggio: Roderick Jaynes, Tricia Cooke. Interpreti principali: Billy Bob Thornton, Frances McDormand, Michael Badalucco, James Gandolfini. Musica originale: Carter Burwell. Produzione: Ethan Coen. Origine: Usa, 2001. Durata: 116 minuti.
Commenti
Finalmente! Bentornato Degra!
(hai saltato Castellitto e Bertolucci, "Io Ballo da Sola";) )
Eh lo so sembra che lo faccio apposta e invece no...benritrovato a te frater. Dramma mattutino, che ti succede? Passo dopo pranzo. Ricordo ancora le discussioni su questo film, al porto di roma, con Leibniz e Vergahaad..a dopo
Bertolucci è da rivedere..troppo adolescenziale. Castellitto voglio pubblicarla a parte con gli autori italiani.
A voja:). A dopo, sì. Ormai frà metabolismo nuovo, mi sveglio presto (ma ora mi concentro sui commenti veri al pezzo)
"Bianco e nero come colori di una fotografia che viene riesumata dal filone noir che fece celebri e illustri i vari Lang, Reed, Siodmak." > Reed e Siodmak mancano sicuramente, da queste parti...
Chiaramente per adoloscenziale si intende la mia recensione, non il cinema di Bertolucci
Saluto e omaggio Leibniz, Vergahad e Ed Crane!
Un altro mondo è possibile.
Bella scrittura e gran pezzo! Ed Crane è uno dei pochi ruoli in cui Thorton mi ha convinto del tutto. Insieme al Grande Lebowski è il film coeniano che ho amato di più. ;)