Clooney George

Confessioni di una mente pericolosa

Autore: 
Clooney George

L’esordio di George Clooney alla regia non è memorabile: il film è fondamentalmente confusionario e disordinato, mal strutturato e non uniforme. L’argomento, del resto, non si prestava a una traduzione facile e lineare: il film si basa sulla “autobiografia non autorizzata” del produttore televisivo Chuck Barris, ex autore di canzoni pop e ideatore di format televisivi. Barris ha raccontato, nel suo libro, strani e contorti eventi della sua vita, di dubbia attendibilità: ha sostenuto d’aver colmato i periodi vuoti e le crisi di creatività con non infrequenti missioni per conto della Cia, nel corso delle quali si è scoperto prezzolato sicario.

Ora: che si sia trattato di un divertissement di dubbio gusto di un annoiato produttore televisivo o dell’autentica confessione di un ex agente Cia non ha troppa importanza, considerando poi che nel film si fa davvero difficoltà a capire se si tratti di un delirio tutto immaginifico o di una reale carriera da assassino di Stato.

Per una imprevedibile coincidenza, nel corso della proiezione della pellicola al cinema Savoy di Roma, qualche giorno fa, il film è stato ulteriormente rovinato dalle disattenzioni dei tecnici: il primo tempo è apparso in 16:9, il secondo in wide screen; il film ha avuto, in sostanza, due interruzioni prima del primo tempo, e questo ha indubbiamente causato difficoltà e disordine nella percezione. Questo va detto non solo per lamentare l’inadeguatezza del servizio offerto dalla sala, ma per giustificare l’irritazione del povero spettatore.

Il film, del resto, lineare non era: ma così spezzettato è apparso davvero poco più di un pretenzioso e ambiziosetto clip musicale, ornato da comparsate di varie personalità hollywoodiane e contraddistinto da un compiacimento piuttosto irritante.

 

Per restare fedeli ai meccanismi narrativi ormai canonici nella cinematografia odierna, c’è la solita, prevedibile e stucchevole analessi a guidare lo spettatore: tutto il film è narrato a partire dalla crisi esistenziale di Barris, a partire da qualche flashback della sua giovinezza.

Sam Rockwell interpreta lo stravagante produttore: l’interpretazione è leziosa e sopra le righe, camaleontica ma tendenzialmente artefatta. Drew Barrymore, la compagna di Barris, è cianotica e nevrastenica; tondeggiante e crepata dai vizi, è una maschera di dannazione e pressappochismo tardoadolescenziale. Clooney, nel ruolo dell’agente Cia-guida di Barris, offre un’interpretazione lenta e prevedibile; neppure il tentativo di invecchiamento, sorretto da un trucco kitsch e fatiscente (che ci si sia rivolti agli esperti di Arcore?), è utile a evitargli d’apparire gigione e para-viriloide come non capitava da anni. In altre parole, un clamoroso passo indietro rispetto alle ultime, interessanti evoluzioni artistiche di Clooney: la cura Coen-Soderbergh, stavolta, non ha funzionato.

 

Non si riesce a determinare, al termine della visione, se la pellicola abbia rappresentato una riflessione sul sistema televisivo(nausea di chi s’è servito del sistema stesso per una vita), una caotica sovrapposizione di considerazioni sulla natura stessa della creatività o una timida digressione allucinatoria, tiranneggiata, come da costume paranoide, dalla presenza della Cia.

E dire che la presenza di Julia Roberts come agente segreto prometteva discretamente: quantomeno per la curiosità legata alla caratterizzazione del personaggio. Niente da fare: si alternano buone intuizioni e riprese piuttosto ordinate a tracolli didascalici, curiose ossessioni per i glutei maschili del protagonista(confezionate ad arte per il pubblico femminile?) a interruzioni narrative atte a suddividere in capitoletti il film; sembra si vada a sfiorare l’intellettualismo, poi si sfora nel più deprecabile kitsch.

 

Per la cronaca: Barris sarebbe l’inventore di format degradanti come “Il gioco delle coppie”, “La Corrida” e via discorrendo; una creatura catodica che, in fin di vita, s’è dilettata di letteratura. Clooney ha giudicato la sua “autobiografia non autorizzata” degna del suo esordio da regista. Ci si attendeva qualcosa di diverso. Senza dubbio.

 

Per quanti fossero interessati a una più lirica riflessione sul sistema televisivo, è d’obbligo ricordare almeno “Ginger e Fred” di Fellini; per le spy-stories, l’elenco è interminabile e superfluo. Questo film è un ibrido malriuscito.

Non posso stroncare senza suggerire almeno una visione domestica, bibite e salatini alla mano, all’insegna del disimpegno più totale; magari si può gareggiare a riconoscere le comparse, c’è qualche nome di livello.

 

Trascurabile.

 


 

Lankelot, G.F., maggio del 2003. Donec ad metam. Prima pubb: Lankelot.com


 


Regia: George Clooney.

Sceneggiatura: Charlie Kaufman.

Tratto da un romanzo di: Chuck Barris.

Direttore della fotografia: Newton Thomas Sigel.

Montaggio: Stephen Mirrione.

Interpreti principali: Sam Rockwell, George Clooney, Drew Barrymore, Julia Roberts, Rutger Hauer. Comparsata di Brad Pitt.

Musica originale:  Alex Wurman.

Produzione: Amy Minda Cohen, Stephen Evans, Jonathan Gordon, Steven Soderbergh e altri.

Origine: Usa, 2002.

Durata: 113 minuti.

Info Internet: http://vgn.ifilm.com/confessions

ISBN/EAN: 
8031179208791

Commenti

D'accordo con te, niente di che il primo Clooney. Invece Good Night And Good Luck è uno dei film americani più precisi e asciutti degli ultimi anni. Se non l'hai ancora fatto, guardalo.

A me non sono piaciuti nessuno dei due, in realtà. Vidi al cinema all'uscita "Good Night And Good Luck" e, anche complice una giornata faticosa e l'ultimo spettacolo (anche se, e sono sempre assai sveglio, vedo quasi sempre l'ultimo spettacolo), ho visto nel dormiveglia l'ultima mezzora. In ogni caso, l'ho trovato pesante e noioso, immotivatamamente quasi documentaristico. Comunque lo rivedrò, prima o poi. Più poi, mi sa.

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