Eastwood Clint

Gran Torino

Autore: 
Eastwood Clint
 Il volto di Kowalski, nelle prime scene, mette un po’ paura. E’ vecchio e vedovo, ha passato decenni in fabbrica e non ha nessuna intenzione di lasciare il suo quartiere pieno di stranieri, nonostante i figli si prodighino per portarlo via e mettere poi le mani sulla sua casa. Il suo quartiere sembra una sorta di ultima frontiera, dinnanzi al progressivo ma inarrestabile fenomeno dell'invasione di una moltitudine di, per dirla alla sua maniera, “musi gialli”. Kowalski vuole essere lasciato in pace, cioè solo nella sua proprietà; con le sue birre, le sigarette, la bandiera americana, il cane e soprattutto la Ford Gran Torino del 1972. Ha fatto la guerra di Corea ed ha ucciso: al prete che insiste per confessarlo, risponde di conoscere la morte più della vita. Quest’immigrato polacco, che definisce tutti a partire dalla provenienza geografica, è un urticante borghese che tiene soprattutto alle sue cose, al suo giardino pulito e ordinato, alla sua smagliante automobile d’epoca, ai suoi mille attrezzi di lavoro. Circondato dagli oggetti di una vita, non vuole essere disturbato da presenze umane.
        La descrizione della situazione non è per niente apolitica. Il mondo è tribalizzato, tutti contro tutti, il leviatano è assente. Non possiamo dimenticare che la riduzione al minimo dei contatti con l’altro è il risultato non semplicemente di una xenofobia personale, ma di un consapevole progetto politico effettivo nelle democrazie occidentali: ognuno dev’essere libero di costruire un cosmo personale e autarchico, dal quale escludere tutti gli indesiderati. Ha successo solo chi ci riesce, solo chi realizza questo sogno della creazione del proprio mondo; solo gli sfigati avranno qualcosa da condividere con gli estranei. Ora vediamo come può essere considerato un tale personaggio da uno spettatore di oggi. Per il pubblico attuale non è in questione l’atomismo sociale, nel quale sguazza e sopravvive, ma l’eccessivo eremitismo del protagonista. Va benissimo il razzismo, tanto è legittimato anche dalla vecchiaia e più ancora dall’umorismo, va bene il materialismo becero e banale; ciò che non va è la mancanza di amori ed amicizie (“Poverino!”). Avrà conosciuto certo la morte, ma la vita l’ha visto perdere: è solo, i figli sono bestie venali e individualiste. La legge che assegna ad ognuno il proprio piccolo universo funziona solo quando è retta sulle relazioni primarie: familiari, amicali o dettate dall’utilità. Fuori da questi sacri confini governa sovrana l’indifferenza. Dunque ciò che ci si attende è la spiegazione di questa incapacità di riscaldare la casa, di affermare l’interno come identità; ci si aspetta insomma la redenzione del razzismo attraverso l’affettività (ecco la necessità di divenire padre di Thao). Il duro deve mostrare il cuore, così potrà restare duro (e continuare a raccontare barzellette stupide su ebrei e ispanici che rubano).
          C’è un elemento che rende il misantropo Kowalski degno d’essere amato, perfino scusato come un reazionario in fondo mite. Il vecchio tollera, ossia non vede, i suoi vicini cinesi fino a quando non violano il perimetro della sua proprietà privata. Viene presentato dapprima come uno che tratta male o tiene alla larga un po’ tutti, parenti o sconosciuti. Non ha amici. A questo punto la strada è segnata. Non resta che mostrare la propria irresistibile ironia e trasformarsi da censore dei costumi in seduttore affascinante. Il cinema ride gioioso e gode così di questa rapida luna di miele col personaggio che all’inizio sembrava respingente e pieno d’odio. Le sue uscite taglienti rivolte all’amico barbiere, all’insistente prete, al giovane Thao, all’intelligente sorella, subito sciolgono l’imbarazzo, vincono la tensione generata dall’atteggiamento da burbero fustigatore dei costumi, rivelano insomma la sua nulla pericolosità, il suo corpo molle dietro il rigido esoscheletro fatto di diffidenza e facce ringhianti. La canaglia è in realtà una simpatica canaglia, capace di affascinare o intenerire qualunque istinto femminile o materno gli capiti sotto tiro. Il razzista è spiritoso, sputi e parolacce fanno colore, ha raggiunto l’innocenza. Quest’uomo comune, questo bel nonnetto dalla battuta pronta, sa come farsi perdonare la facilità nel ricorrere al fucile ed espellere l’alterità. Il pubblico, come la comunità Hmong, ringrazia Kowalski di aver mostrato finalmente la sua anima bella.
           L’incoronazione avviene con il sacrificio finale. Consapevole di andare a morire nel momento in cui decide di affrontare la ferocia degli stupratori della sua amica, va dal sarto per un abito su misura e dal suo amico barbiere a chiedere per la prima volta di farsi fare la barba; tutto per il suo funerale. La legge della faida è un rottame di una civiltà sepolta, il proprio sangue lava quello delle vittime, il ridicolo prete impara dal cinico omicida di guerra come essere cristiani. Lo spettatore piange di fronte all’immagine ripresa dall’alto della sua simbolica crocifissione; così non si chiede che cosa ha trasformato questo egoista in un eroe, quando avvenga questo fondamentale passaggio, se basti essere vedovi ed emarginati dai figli, se sia sufficiente dover pagare il senso di colpa d’aver ucciso in guerra. L’eroe è caduto, la lacrima è garantita, ma il male sembra sopravvissuto e vincitore. Emerge dal nulla la Legalità, surrogato catartico della vendetta, deus ex machina mai apparso prima in una città spezzettata in frontiere invalicabili. La via salvifica del sacrificio cristiano cancella sì la violenza del passato, ma non ha nulla di redentivo per un finto burbero chiuso in se stesso che s’è portato tutta l’esistenza il rimorso di avere ucciso, e poco di emancipativo per lo spettatore medio. Permane alla fine la guerra implicita tra i microcosmi, gli Hmong ed i Kowalski restano soli. E quel Thao finale chiuso nella Gran Torino non sa dove andare, e sembra destinato a diventare anche lui un reazionario casualmente provvisto di cuore, con qualche delitto nel curriculum che gli consenta una postuma penitenza umanizzante.

Luca Tedoldi

Sceneggiatura: Nick Schenk
 
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox
Produzione: Double Nickel Entertainment, Gerber Pictures, Malpaso Productions, Village Roadshow Pictures, Warner Bros
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Paese: USA 2008
Uscita Cinema: 13/03/2009
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 116 Min
Formato: Colore 35mm - 2.35 : 1
 
ISBN/EAN: 
5051891005020

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L'analisi socio-antropologica è centrata, e anche alcune considerazioni psicologiche. Però manca totalmente l'analisi cinematografica, Luca. Questo è un film! Il mio consiglio per il prossimo pezzo, Luca, è di equilibrare l'analisi: non c'è un cenno alla regia, agli attori, alla sceneggiatura, agli elementi tecnici! Dai un'occhiata ai pezzi di cinema qui su Lankelot, e orientati con quelli. Semmai modifica anche questo pezzo, integra, puoi farlo. Ad ogni modo, benvenuto. La mia vuole essere una critica costruttiva, non te ne avere a male;)

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