Autore:
Ciprì Daniele & Maresco Franco
“Totò che visse due volte” è diviso in tre episodi.
Paletta è protagonista del primo. Egli è un povero diavolo senza denaro, sbeffeggiato da tutti, vittima di goliardici scherzi escrementizi, con un acceso istinto sessuale. Non trova sfogo nell’onanismo (che nel film è rappresentato con un insolito “sfregare” la zona erogena) e quando viene a sapere dell’arrivo di una prosperosa e vogliosa meretrice, fa di tutto pur di riceverla. Nel frattempo in un’edicola sacra, adorata da anziane donne in preghiera, alcuni malavitosi uomini d’onore rendono omaggio al mezzobusto del Cristo: una collanina con la foto della madre del boss.
Paletta, non trovando “piccioli”, nel cuore della notte decide di appropriarsi della collana e si dirige poi al bordello. Prima che possa sfogare le sue voglie, è rapinato: ma il boss viene a sapere del furto all’edicola e Paletta è spacciato.
Secondo episodio. Petrino è morto, alla veglia ci sono tutti, manca solo una persona: Fefè, ex amante del defunto. Fefè però ha paura di essere aggredito dal fratello del morto, Bastiano, che non ha mai condiviso la storia d’amore dei due: ma la madre di Petrino desidera la presenza di Fefè, il quale alla fine decide di andare. Affiorano i ricordi e variano i punti di vista: si scopre che Fefè è un ladro che ruba per fame e si è finto omosessuale: appena può, toglie via l’anello dalla mano del morto, agguanta una forma di formaggio e scappa. A casa si consola col bottino, ma l’invasione d’un esercito di ratti porrà fine ai suoi giorni.
Nel terzo episodio un decrepito Messia turpiloquiante e scorbutico è inseguito da una Giuda storpia in attesa di un miracolo. In realtà l’unico che il vecchio Totò, questo il nome del Messia, riesce a compiere è la risurrezione di Lazzaro, ucciso dalla mafia poco prima. Lazzaro grida vendetta e giustizia gli uomini di Don Totò, il boss mafioso, provocando l’ira di quest’ultimo. Il Messia Totò viene catturato e sciolto nell’acido.
Tre croci si innalzano sul colle: la prima detiene Paletta, la seconda Fefè e la terza...
Dopo l’insuccesso del singolare (e indigesto) Lo zio di Brooklyn, Ciprì e Maresco ci riprovano. Accusati di fare sensazionalismo gratuito, i due autori rifanno il verso alla critica nella prima sequenza del nuovo film: in un cinema da quattro soldi gli attori protagonisti dello “Zio” si riguardano insultando la pellicola, schifati. E nello schermo è proiettata la scena che più fece scalpore: un uomo che sodomizza un’asina.
Il film ha avuto una gestazione travagliata; processati per vilipendio alla religione di stato, Ciprì e Maresco ne sono usciti indenni; la censura non è riuscita a sforbiciare i negativi ma ha marchiato col divieto i per minori di 18.
La rabbia dei due autori si sfoga spesso in trovate che sconvolgono lo spettatore, non solo per la scelta di immagini shock, quanto per l’alternarsi di trovate umoristiche – o per lo meno battute talmente pecorecce e oscene da essere irresistibili – e, appunto, le immagini “forti”. Lo spettatore quasi si pente d’aver trovato divertente un’espressione, è infatti presto bacchettato con erezioni equine o amplessi blasfemi. (Non si inganni il lettore, il film non è così tremendo). Tutt’altro: lo squallore di una Palermo stracolma di rifiuti, mafia e omosessuali accattoni è emblema di un territorio ben più vasto, si può quasi dire che la Sicilia non sia nemmeno la reale ambientazione del film; la periferia palermitana della pellicola in realtà non ha confini territoriali. È comunque una realtà distorta, allegorica – per quanto questo termine accostato ai due possa dare fastidio alla maggior parte della critica italiana.
Si parla di poveri cristi, condannati perché infermi mentalmente o omosessuali, costretti a rubare per esigenze fisiologiche e l’unico Cristo “riconosciuto” – vale a dire il terzo protagonista: un cafone, un becero blasfemo, uno che quando le donne gli chiedono un miracolo risponde “non mi scassare la minchia”: è tremendamente viscido, ma non può negare un sorriso allo spettatore – non finisce in croce con gli altri, ma sciolto nell’acido. Al suo posto sarà un malato di mente sessuomane, le sue vittime hanno ali o aureole, viene innalzato. Due vecchie in lutto che vegliano ai suoi piedi si domandano “Ma questo chi è?”, la risposta è un secco e definitivo “Boh”.
Una Palermo senza donne.
Così come nel teatro scespiriano in Totò che visse due volte non ci sono attrici. Queste sono impersonate da uomini – ovviamente – scelta di per sé sconcertante ma divertente. Vedere un vecchio baffuto incappucciato che non si sforza nemmeno di fare la voce femminile è gaudio allo stato puro.
Il sesso è argomento principe, filo conduttore dei tre episodi allo stesso piano con miseria, fame, innocenza. Paletta cerca il sesso, troverà la morte; Fefè per mezzo del sesso cerca di appagare la fame, invano; il terzo è troppo vecchio ma per colpa di Giuda, che invece aspira ad una donna, viene consegnato ai carnefici.
Si parli chiaro: l’umorismo in Ciprì e Maresco è più sottile di quanto essi lascino ad intendere. Nella toletta del cinema decine di vecchi si masturbano e nello sfondo un decrepito obeso imita il cinguettio rivolgendosi ad una gabbia d’uccellini. La scena è lunga, ma godibilissima. Il divieto ai 18 è lecito, ma dai diciotto in poi si eviti di scandalizzarsi per niente.
Il meglio dell’autoironia marescocipriana è nei flashbacks del secondo episodio: i flirt fra Fefè (l’impareggiabile Carlo Giordano) e Petrino. Basti pensare a due uomini anziani che si fanno le fusa l’un l’altro ciancicando stereotipate espressioni d’amore, condite di sguardi dolci e baciamani. È una scena talmente distorta da non poter scioccare nemmeno i bimbi più sensibili.
Totò che visse due volte è un film godibilissimo per chi già conosce il cinema dei due autori. Per questo si consiglia, prima di cimentarsi in questa pellicola, la visione del ben più comprensibile “Il ritorno di Cagliostro”, che riassume le doti dei registi ed è un ottimo saggio sulla loro arte. Così sia Totò che lo Zio sembreranno meno sconvolgenti di quando possa apparire.
Regia: Daniele Ciprì e Franco Maresco.
Soggetto: Daniele Ciprì, Franco Maresco.
Sceneggiatura: Ciprì e Maresco, Lillo Jacolino.
Interpreti principali: Marcello Miranda, Salvatore Gattuso, Carlo Giordano, Fortunato Cirrincione, Gioacchino Lo Piccolo.
Fotografia: Luca Bigazzi.
Montaggio: Daniele Ciprì, Franco Maresco.
Musica: Salvatore Bonafede.
Produzione: Tea Nova – Istituto Luce – Lucky Red.
Origine: Italia, 1998, bn.
Durata: 95 minuti.
Luca Martello, novembre 2004.
Commenti
" Basti pensare a due uomini anziani che si fanno le fusa l'un l'altro ciancicando stereotipate espressioni d'amore, condite di sguardi dolci e baciamani. E' una scena talmente distorta da non poter scioccare nemmeno i bimbi più sensibili"
- siamo rimasti che si deve recuperare pure la loro filmografia, per tempo. Tu guida e insegna, io ascolto e osservo.
Prepara videoregistratore e lettore dvd. Poi mi farai ripetizioni di estetica.
So che ti deluderò, ma Ciprì e Maresco non li digerisco.
Eppure non sono milanesi :)
é vero! :) Chissà ?
Sento sotto di me la voragine gravissima di "Cinico tv". Qualcuno prima o poi dovrà (s)materializzarne le puntate...
Aggiungo questo link, per saper interrogarsi.
http://www.youtube.com/watch?v=si6UIPL9urQ
(occhio che sgrana la pagina :)
done
olè