Chow Stephen

Shaolin Soccer

Autore: 
Chow Stephen

Pellicola divertente, all’insegna del disimpegno, della football mania e della progressiva contaminazione dai cartoon? Prima di accennare alla trama e di intraprendere un almeno superficiale cammino di lettura critica del film, trovo filologicamente corretto muovere una serie di osservazioni: fondamentali, perché mi pare non se ne parli volentieri in rete, né sugli organi di carta stampata.

“Shaolin Soccer” è il nome della traduzione (non dico edizione, attenzione) italiana dell’altrimenti impronunciabile film di Stephen Chow. “Arbitri, rigori e filosofia zen” è il solito, pleonastico sottotitolo d’origine tutta italiota. Prima corruzione del film: non tanto nel titolo (abbiamo sopportato di peggio), ma nell’adozione del sottotitolo. Lo spettatore più accorto può iniziare a sentire puzza di bruciato: sappia che non è che l’inizio.

Al di là del preteso valore estetico del film, mi sembra francamente inaccettabile che in Europa circoli la versione statunitense della pellicola, mozzata di circa venticinque minuti di narrazione.

Se è inaccettabile che sia circolata, in vhs, per due decenni, una versione tagliata di “Solaris” di Tarkovskij, è egualmente inaccettabile – e ripeto, per ragioni meramente filologiche, non si va a discutere dell’abissale distanza estetica tra i due film – che circoli adesso nei cinema una versione di questo “Shaolin Soccer” dal sapore più videogiochistico che cinematografico,tout court.

Sorte vuole che buona parte di quei venticinque minuti siano quelli meno “leggeri” e “frivoli” del film: ma che compongano, in realtà, quell’antefatto della storia, e cioè l’origine della rivalità tra Fung e Hung, al tempo compagni di squadra, che dà colore e senso altro alla pellicola.

Nella storpia edizione italiota, distribuzione Miramax, l’antefatto si risolve in pochi fotogrammi; è necessario visitare il sito e leggere la sinossi per capire di più. E cioè per sentir parlare della “bustarella” ricevuta dal compagno di squadra, per scoprire che Fung non ha avuto solamente la carriera distrutta, ma ha subito rovine familiari di vario tipo e via dicendo. Si omette, ad esempio, nel film, una scena che avrebbe dovuto echeggiare vari minuti dopo: una sorta di atto di sottomissione di Fung nei confronti di Hung, da “lustrascarpe”, che noi osserviamo per la prima volta senza sapere che è un elemento simbolico.

Ribadisco: sarà pure simbolismo primitivo. Ma è inaccettabile tagliare in questa maniera. Il simbolismo, così, cessa di esistere.

 

Una volta appurato lo scempio della pellicola, l’invito da rivolgere al pubblico dovrebbe essere semplice: reperire, se interessati, il dvd in inglese e boicottare il botteghino. Ma voglio essere più persuasivo e insistere sulle volgarità tutte italiane contenute in un film che lo spettatore rischia di vedere in una versione non corrispondente agli intenti del regista: procedo.

Il doppiaggio del film è semplicemente allucinante. Come già osservava Patrick Karlsen sulle pagine di lankelot.com, l’effetto estraniante di sentire i personaggi del film parlare chi in toscano, chi in romanesco, chi in napoletano, chi in milanese e chi in siciliano è micidiale.

Scelta non solo discutibile, ma a dir poco volgare e offensiva nei confronti del regista. Dubito che gradisca che i suoi personaggi parlino in tanti dialetti diversi, irrigiditi in macchiette tipiche che certamente Chow non aveva immaginato.

Il timore è che nessuno abbia avuto intenzione di rispettare la sceneggiatura. Il tragico sospetto è che qualcuno abbia adattato le battute alle immagini, casualmente. Senza criterio.

Morale della favola: se la lingua è stata inventata (e prova credibile ne è l’artificio grottesco dei tanti dialetti italiani,adottati dai cittadini di Hong Kong), quale film siamo andati a vedere? Una riscrittura?

Una riscrittura non è una edizione italiana di un film straniero. È una traduzione personale e un adattamento altrettanto personale. Ben diverso.

Come se ciò non bastasse, qualche cretino dai lampi d’imbecillità ha ritenuto illuminante l’idea di far doppiare gli attori ad alcuni calciatori della Lazio (mio dio, c’è il simpatico Pancaro! Che scelta intelligente!) e della Roma. Non me ne vogliano Candela e l’ex giallorosso Sinisa M., ma mancavano solo un francese e un serbo per rendere ancor più kitsch e fracassona la lingua dei personaggi del film. Non me ne voglia il buon Tommasi, ma che sia un calciatore a doppiare il protagonista principale del film è a dir poco allucinante.

O meglio: la dice lunga sul lassismo di questa “edizione” italiana (e lo strapiombo si riconosce individuando il nome di Pino Insegno tra i doppiatori: al peggio non c’è mai fine, si credeva. Illusione).

 

Detto della scadente e squallida scelta di doppiaggio, detto degli inaccettabili tagli, detto del sottotitolo pleonastico, rimane da aggiungere qualche dettaglio ulteriore. I nomi delle squadre sembrano inventati di sana pianta dallo stesso genio che ha ideato la confusa sovrapposizione dei dialetti; e non basta. I soprannomi dei personaggi sembrano imparentati con quelli delle squadre. Non so perché, ma ho la vaga sensazione che ci sia lo stesso signore dietro ad ognuna di queste scelte. Chiunque egli sia, torni pure ai polverosi cabaret di quartiere: la gavetta non è bastata, si vede.

 

Morale della favola: non posso sostenere che questa sia la recensione del film di Chow. Perché sugli schermi c’è un film di Chow avvelenato e tradito da chi ha curato l’edizione(non virgoletto più) italiana. Mi impegno a cercare l’edizione originale, sottotitolata in inglese: allora potrò espormi con decisione in merito alla qualità e al contenuto del film.

 

Per adesso, posso confermare quanto scritto da Karlsen nella già citata recensione: ossia, che il logo “Puma” è decisamente troppo appariscente. Concordo in pieno con la sua analisi: tuttavia, aggiungo che nel film c’è una discreta componente autoironica, tant’è che le scarpe vincenti del bomber della squadra si rivelano essere non delle “Puma”, ma delle oscure scarpacce di tela con tanto di toppe e cuciture d’emergenza.

 

Al di là del problema del logo, ho seguito, a volte con divertimento, altre volte con stupore, altre volte con disincantata leggerezza, le immagini del film: ritrovando certe atmosfere da cartone animato, apprezzando certi richiami cinematografici (Protani di Close-up segnala un omaggio a Jurassic Park: guardate bene il bicchiere d’acqua, durante i primi allenamenti della squadra), godendo dell’inventiva del regista.

Vorrei poter commentare altrimenti la storia, star qui a scrivere che c’è dell’altro oltre alla vicenda dei confratelli di kung-fu che decidono di integrare le arti marziali con il calcio per riscattare la sfortunata parabola del loro allenatore, Fung; vorrei poter parlare con maggiore padronanza dell’argomento della relazione tra il centravanti e la triste commessa, magari rilevando, ancora una volta con Protani, lo spirito pienamente kabuki della sua maschera; vorrei poter dire che ho capito l’umorismo della pellicola.

Giudizio sospeso fino alla visione del vero film. Questo spot-videogame, ridotto e corretto e corrotto per un pubblico giudicato evidentemente stupido, è un insulto al lavoro di Chow.

Regia: Stephen Chow.

Soggetto e sceneggiatura: Stephen Chow, Kan-Cheung Tsang.

 

Direttore della fotografia: Pak-huen Kwen, Ting Wo-Kwong.

Montaggio: Kit-Wai Kai.

Interpreti principali: Stephen Chow, Vicki Zhao, Man Tat Ng, Yin Tse, Sarondar Li, Yut Fei Wong, Cecilia Cheung, Karen Mok, Kar-Ying Law.

Musica originale:  Raymond Wong.

Produzione: Kwok-fai Yeung. Star Overseas Production/Universe Entertainment.

Origine: Hong Kong, 2001.

Durata: 111 minuti. Versione Usa, distribuzione Miramax: 87 minuti.

Info Internet: http://www.buenavista.it/film/shaolin/home.htm.

 

Gianfranco Franchi, Lankelot, aprile del 2003. Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8007038052614

Commenti

mmmmmcosss? uooossssi

Questa edizione del film, che ho visto al cinema ahime, l'ho odiata. I motivi sono quelli che hai spiegato, molto bene, tu.
Che schifo!!

La poetica del tarallucci e vino.Ah, Italia, terra di doppiatori e impoeti

Cavolo che analisi, Frà. Ottimo pezzo, davvero, per un film che non ho visto per mancanza d'interesse sul tema.

Marcello Bedetti e Riccardo Protani - quando passano di qua - potranno dare nuove e preziose integrazioni.

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