“Son Frère” è una storia di malattia, di dolore e di fratellanza.
Thomas (Bruno Todeschini) è vittima di uno sconosciuto morbo che impedisce alle piastrine del sangue di formarsi: sempre più debole, sta combattendo da anni, al fianco della sua compagna Claire (Nathalie Boutefeu), nella speranza che l’equipe di medici che lo sta curando indovini finalmente la terapia.
Entriamo nella vita di Thomas nel momento in cui, estenuato dall’inutilità delle cure, torna a cercare il fratello, Luc (Eric Caravaca), per chiedergli sostegno.
I due avevano vissuto una giovinezza sostanzialmente simbiotica, salvo poi separarsi da adulti e perdere i contatti.
Lentamente, ritrovano confidenza ed empatia; Thomas sente vicina la morte, e chiama al suo fianco il fratello perché possa accompagnarlo alla fine del viaggio. Luc è dunque testimone: testimone del decadimento del corpo del fratello, del suo progressivo abbandono alla rassegnazione, dell’allontanamento della sua compagna, fiaccata dalla sofferenza.
Soprattutto, Luc è testimone dell’accanimento terapeutico dei dottori, che pur consapevoli dell’oscurità del male di Thomas, continuano a intervenire e a fare esperimenti sulla sua pelle.
La malattia e la decadenza di Thomas sono narrate non soltanto attraverso insistite riprese del suo sguardo e del suo corpo, sempre più esausto e svuotato: ma, con vera intelligenza, attraverso l’abbattimento e lo scoramento dei famigliari e di quanti sono rimasti vicino al sofferente.
Centrale nel film di Chèreau è il legame tra i due fratelli: Luc è omosessuale, e manifesta una maggiore sensibilità nei confronti della corporeità di Thomas. La storia sembra anzi fondamentalmente surclassare qualunque figura femminile, cadendo a volte preda di una retorica “fondamentalista gay” che non è propriamente condivisibile perché pretende e impone sessismo.
Nel dettaglio: la madre dei due fratelli (Antoinette Moya) è una figura silenziosa e borghese, mai importante, mai risolutiva e mai propositiva. La compagna di Thomas la si incontra quando, già estenuata dal decorso della malattia, s’appresta a tagliare la corda: fragile e lacrimosa, è una figura di passaggio.
L’unica sua funzione sembra essere quella di permettere a Luc di raccontare le sue adolescenziali avventure erotiche col fratello.
La dottoressa (Catherine Ferran) è una figura algida e disumana: l’accento tedesco sembra suggerire sinistre assonanze con certi atroci “esperimenti” di nazionalsocialista memoria. Al di là di questa(non lecita, o forse involontaria) assonanza, si può concludere che, al pari delle altre figure femminili, quella del medico sia sostanzialmente negativa(distruttiva), quando non del tutto assente.
All’opposto, sarà il compagno di Luc, Vincent (Sylvain Jacques) a incarnare la comprensione e la sensibilità che ci saremmo attesi da almeno un personaggio femminile: Vincent si trova spesso a visitare Thomas, interiorizza il dolore di Luc e lo assimila, ritrovando nella memoria tracce di un’analoga esperienza tragica vissuta da un amico.
Clamorosa la fisicità, la “corporeità” dei personaggi di “Son Frère”: rispettando le intenzioni del regista, questo film insiste, a volte in maniera talmente ossessiva da risultare morbosa e sgradevole, su dettagli del corpo maschile. Quando non si tratta di mostrare i rapporti sessuali di Luc e Vincent, si ostentano dettagli del corpo di Thomas. Una scena, in particolare, merita d’essere ricordata, a questo proposito: la lunghissima, fredda e mantegnana scena della depilazione pre-intervento. La tela di riferimento è “Il Cristo morto”: Thomas, abbandonato e passivo, rasato dalle due infermiere, rimane per minuti e minuti sotto lo sguardo del pubblico. Le voci delle giovani donne sono gracili pigolii: l’operazione è meccanica e tutta automatismi e accortezze, l’umanità impietrita e sacrificata del malato è tutta nella sua passività e nella sua immobilità.
Ancora una volta, a pagare la macro-fisicità della pellicola è la femminilità: le uniche volte che una donna s’appresta a divenire centro delle attenzioni del regista non si trovano tracce di bellezza, né di erotismo. Alludo al tentativo di Thomas di scostare il reggiseno di Claire, in ospedale: la totale franchezza mostrata da Chèreau nell’esibire il corpo maschile si dissolve. Egualmente, quando Claire si scambia un bacio (disperato o avvilente?) con Luc, l’unica sensazione che emerge è quella di una freddezza e di una incompatibilità che lasciano scivolare la qualità del film. In altre parole, la pecca di “Son Frère” è nel suo ineluttabile rifiuto di qualunque forma di femminilità.
Superlativa invece la denuncia dell’accanimento terapeutico: in particolare, un dialogo tra un paziente diciannovenne e Luc, nei bui corridoi dell’ospedale, spiazza e concentra in poche battute la protesta dell’autore nei confronti di una medicina che sembra non voler più, o non voler solo, guarire esseri umani, ma sconfiggere chimere.
Patrice Chèreau (“Intimité”) ha conquistato, con questo film, l’Orso d’Argento per la Miglior Regia al Festival di Berlino del 2003. Premio meritato per una tecnica di narrazione per salti temporali che convince e colpisce. La durata del film si risolve in pochi mesi: ogni singola scena sembra cogliere una tappa essenziale del processo di avvicinamento di Thomas alla morte e di ritorno alla primitiva simbiosi tra i due fratelli, finalmente liberi di comunicarsi qualunque sentimento e qualunque sensazione. Eccellente la fotografia; pregevole, soprattutto, nelle scene ambientate in Bretagna.
Il pensiero va certamente a “Philadelphia” di Jonathan Demme. Dieci anni fa, Tom Hanks aveva interpretato la storia di un malato terminale di Aids, commovendo le platee e contribuendo in maniera sensibile a smottare certi pregiudizi, diffusi e pericolosi. “Son Frère” è ancora più diretto di “Philadelphia”, più estremo e più disperato.
Da vedere. Nonostante sia un film che, spesso in modo desolante, rifiuta qualunque decorosa(umanoide) rappresentazione della femminilità.
Eccessivo, ma apprezzabile, perché mai isterico e mai gridato.
Regia: Patrice Chèreau.
Sceneggiatura: Patrice Chèreau, Anne-Louise Trividic.
Tratto da un romanzo di: Philippe Besson.
Direttore della fotografia: Eric Gautier.
Montaggio: François Gedigier.
Interpreti principali: Bruno Todeschini, Eric Caravaca, Nathalie Boutefeu, Sylvain Jacques, Robinson Stevenin, Maurice Garrel, Antoinette Moya, Fred Ulysse, Catherine Ferran.
Musica non originale: Angelo Badalamenti.
Produzione: Joseph Strub.
Origine: Francia, 2002.
Durata: 95 minuti.
Info Internet:
Patrice Chèreau. http://www.ecrannoir.fr/real/france/chereau.htm
Lankelot, Franchi, agosto 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
"Patrice Chèreau (?Intimité?) ha conquistato, con questo film, l?Orso d?Argento per la Miglior Regia al Festival di Berlino del 2003. Premio meritato per una tecnica di narrazione per salti temporali che convince e colpisce. La durata del film si risolve in pochi mesi: ogni singola scena sembra cogliere una tappa essenziale del processo di avvicinamento di Thomas alla morte e di ritorno alla primitiva simbiosi tra i due fratelli, finalmente liberi di comunicarsi qualunque sentimento e qualunque sensazione. Eccellente la fotografia; pregevole, soprattutto, nelle scene ambientate in Bretagna".
Un filmone, da quanto scrive. Questo mi manca.
Da quanto scrivi, ovviamente (non scrive, oggi sto nel pallone)
E' stata una grande esperienza estetica, sì.
(pensavo dessi del lei all'autore della pagina, che abbiamo conosciuto entrambi:) )
Beh, allora lo rimedio.
locandina!
locandina!