Charles Larry

Borat. Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan

Autore: 
Charles Larry
Eppure ci sono parecchi spunti potenzialmente interessanti in questo Borat, snodi narrativi che potevano evolvere con intelligenza, divertenti gag che sembrano – soprattutto nei primi venti minuti – preludere ad un cataclisma comico-demenziale dal retrogusto sarcastico e politicamente scorretto. Eppure, Borat, nonostante le premesse e la dinamica di superficie – una storia “effetto documentario” che mette alla berlina deliri etico-culturali ed esistenziali dell’America bigotta (ovvero, quasi tutto il continente) -, si rivela, ad un' attenta analisi, un film più furbo, meno puro e libero, soprattutto meno corrosivo e politicamente scorretto di quello che vuol dare a vedere.
 
La trama è presto raccontata. Una sorta di bizzarro reporter kazaco parte alla volta degli U.S.A. per conoscere e far conoscere al suo paese la famosa cultura a stelle e strisce. Dopo aver descritto e filmato la sua improbabile famiglia, le inverosimili e surreali usanze del suo popolo, e dopo essersi congedato a passo di danza, l’arrangiato reporter sbarca a New York. Qui scopre l’esistenza delle camere d’albergo, del telecomando, del “gay pride” e di una umanità molto diversa da quella cui era abituato a confrontarsi. E poi c’è una folgorazione: Pamela Anderson. Borat se ne invaghisce follemente, la crede illibata e possibile (se non certa) sua promessa sposa. Scopre che la donna vive a Baywatch, anzi, più precisamente in California. Insieme al suo fido assistente-collaboratore (più che altro finanziatore) acquista un furgoncino e parte in ricerca dell’amata Pamela, prospettando al compagno di viaggio di filmare l’America vera, quella che – lui ne è ignaro – vive di certezze e dogmi, che è religiosa, puritana, razzista, pro guerra in Irak e pro Bush. Borat di suo ha paura degli ebrei, gli ebrei sono considerati dal reporter coloro che fanno del male alla gente: pensa che si trasformino anche in scarafaggi per venirlo a cercare. Il viaggio, come è facile immaginare, sarà pieno di inconvenienti e di bizzarre situazioni colme di eccessi. Fino che si arriva in California, da Pamela, che non è troppo convinta di sposare un tipo come Borat…
 
 
Un film ingannevole, dicevamo, un po’ paraculo, che cerca l’eccesso e lo trova (sfiorando spesso il cattivo gusto), mancando però l’occasione di farsi satira politico-sociale di qualità. Calcare la mano sugli ebrei (con gli inevitabili riferimenti alla brama di denaro), facendoli sembrare – per converso - una minoranza ostracizzata, al pari degli islamici o di altre minoranze etniche, culturali e religiose, non ha molto del politicamente scorretto, considerando le lobby che sostengono e hanno sostenuto le ultime (ma non solo le ultime) amministrazioni U.S.A - del resto il cognome del protagonista-mattatore tradisce la sua origine. Esulando da ciò, tutto sembra un po’ troppo volutamente calcato per creare il caso cinematografico; tutto sa un po’ troppo di finzione pilotata, a dispetto della parvenza documentaristica. C’è da dire che il doppiaggio, in una pellicola del genere, non aiuta, sia perché non restituisce i dialoghi originali, che immagino avessero diverso spessore demenziale, sia perché il doppiatore italiano (Pino Insegno) è un po’ monocorde nell’interpretare un personaggio cosi debordante.
 
Le sequenze più divertenti di Borat sono senza dubbio quelle il cui l’orso, comprato dai due compagni di viaggio per proteggersi dagli ebrei (spauracchio permanente), spaventa a più riprese i ragazzini che lo scorgono esporsi dalla finestra del furgoncino. Più in generale, ciò che risulta maggiormente suggestivo nel film è l’incipit, che premette e promette un qualcosa che in realtà non sono riuscito a trovare: la satira intelligente. Resta il successo nelle sale americane, e il probabile effetto domino (delle visioni e degli incassi) in tutto il vecchio continente, la possibilità di sequel e l’improvvisa notorietà in rete e non solo (vedere anche Youtube) dell’inglese Sacha Baron Cohen.  Forse ci sarà fama e notorietà anche per il regista Larry Charles (sua la regia delle serie tv Senfield e Curb your enthusiasm), che con Borat tradisce proprio un’impostazione fin troppo televisiva, sia nella costruzione della messinscena che nei dialoghi a base esclusiva di gag.
 
 
E alla fine resta un altro dato che mi pare nessuno abbia messo nella giusta evidenza: misogini, razzisti, quasi animali, cosi vengono descritti i kazaki incarnati da Borat. Kazaki i quali avranno pur protestato, immagino. In realtà non se ne è mai saputo nulla: che siano degli spiritosoni talmente autoironici da passarci sopra o – addirittura – ridervi su? Che siano dei poveri ignoranti che si possono tranquillamente prendere per il culo? Mi sa di no, cari lettori. Io ho un’altra teoria: sono ancora lontani dal diventare una minoranza d’elite.
 
Pellicola per curiosi, ma se volete percorrere il sentiero che porta ai film demenziali politicamente scorretti, è giusto avvertirvi che l'opera omnia dei Monty Python o Tutti pazzi per Mary dei fratelli Farrelly, tanto per citare lungometraggi davvero riusciti, erano di ben altro spessore, sotto tutti i punti di vista. 
 
Regia: Larry Charles. Soggetto: Sacha Baron Cohen, Anthony Hines, Peter Baynham, Todd Phillips. Sceneggiatura: Sacha Baron Cohen, Anthony Hines, Peter Baynham, Dan Mazer. Direttore della fotografia: Luke Geissbuhler, Antony Hardwick. Montaggio: Craig Alpert, Peter Teschner, James Thomas. Interpreti principali: Sacha Baron Cohen, Ken Davitian, Luenell Cambell, Pamela Anderson. Musica originale: Erran Baron Cohen. Scenografia: David Maturana. Costumi: Jason Alper. Produzione: Everyman Pictures / Gold/Miller Productions / One America. Origine: Usa, 2006. Durata: 82 minuti.
 
Approfondimento in rete: www.borat.tv
 
Léon, marzo 2007. 
 


ISBN/EAN: 
8010312071126

Commenti

L'ho visto per caso, ma con curiosità. Chi l'aveva visto al Festival del cinema di Roma non me ne aveva parlato male, anzi. E invece...

Ne ho sentito parlare benissimo da diverse persone, per via dell'ironia caustica e via dicendo. Questa è la prima impressione contrastante che registro in proposito. I kazaki di questo film sembrano gli uzbeki che citavo in Disorder, se non ho capito male. Misteri dell'Est.
Sarei tentato - dopo la lettura - di domandarti nomi e cognomi dei protagonisti delle lobby che nomini, o almeno i nomi dei grandi gruppi di riferimento. E' una tua antica convinzione che sarà, immagino, fondata anche su uno studio accorto e puntuale. Ma non ci casco, evito l'OT e al limite ti invito, se ne hai tempo e voglia, ad aprire un thread nel forum dedicato alle lobby ebraiche. Magari imparo qualcosa di utile o di nuovo, no?
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Concludo. Mi sa che anche questo me lo pappo in dvd.

Be, viene chiamata semplicemente "lobby israeliana", il cui organo rappresentativo è il New York times, noto quotidiano filo sionista. Potentissima nel parlamento U.S.A. è comunque minoritaria negli Stati Uniti, ma conta e influisce come una maggioranza. Condiziona da anni il parlamento U.S.A con una politica incondizionatamente pro Israele. é temuta sia dai Democratici che dai Repubblicani ed ha influenzato governi di qualsiasi colore. Chi va al potere lo deve a lei o, quantomeno, deve sempre farci i conti. Ci sono più di sessanta organizzazioni legate direttamente o indirettamente a questa lobby che hanno il solo obiettivo di promuovere gli interessi di Israele in America (e di annientare politicamente i critici di questo tipo di politica). una cinquantina di queste associazioni appartengono alla Conferenza dei Presidenti Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane (nota come AIPAC). Sono tutte evidentemente sioniste.
La sostanza, caro Franco, è che le lobby ebraiche decidono la politica U.S.A. I Presidenti U.S.A. sono pressochè dei fantocci loro asserviti.

ok:). Questo volevo sentire. Adesso però invito tutti quelli che volessero parlare di questo argomento e non di borat a intervenire nel forum, magari in "discussioni politiche".
grazie!

Di nulla. E comunque ti confermo, meglio che lo guardi in Dvd;)

4. ... linkate qua il thread, per completezza

"Eppure ci sono parecchi spunti potenzialmente interessanti in questo Borat, snodi narrativi che potevano evolvere con intelligenza, divertenti gag che sembrano ? soprattutto nei primi venti minuti ? preludere ad un cataclisma comico-demenziale dal retrogusto sarcastico e politicamente scorretto. Eppure, Borat, nonostante le premesse e la dinamica di superficie ? una storia ?effetto documentario? che mette alla berlina deliri etico-culturali ed esistenziali dell?America bigotta (ovvero, quasi tutto il continente) -, si rivela, ad un? attenta analisi, un film più furbo, meno puro e libero, soprattutto meno corrosivo e politicamente scorretto di quello che vuol dare a vedere."
Hai centrato il film, Fede. Il film è qui. I primi venti minuti sono esilaranti e eccezionali, perchè quasi scevri di trama e pieni di non sense. Poi subentra la storia - il viaggio in California per cercare Pamela Anderson - e il film si scioglie e diventa una banale commediola con qualche spunto interessante. Secondo me doveva restare "documentario" e non evolvere in storia, a suon di interviste e candid camera, perchè la trama contestualizza e smussa al contempo gli spunti politicamente scorretti e alla fine non resta che farci una bella risata, niente di più.

Ave, Ian. Ho piacere che condividi. Ne avevo letto e sentito parlare fin troppo bene, ed effettivamente qualcosa non mi è tornato dopo la visione. Si, bravo, commediola; davvero paracula, aggiungo io. Se fosse stato un vero documentario il film ne avrebbe guadagnato enormemente. Cosi non è stato: nel complesso gli darei un cinque e mezzo (sette per i primi venti minuti, quattro per il resto), se fossimo a scuola - e se fossi buono;)

Vado al film, o meglio, ai Kazaki. Avevo sentito che si erano abbastanza incazzati, c'era anche sui giornali la incazzatura di un loro esponente politico (scusate l'imprecisione, ma son cose lette di sfuggita, ahimè). Solo che dopo il successo del film, e dopo che, sembra, centinaia di migliaia di persone hanno chiesto info alle agenzie di viaggio per andarci....come dire. Hanno abbassato la voce. il film è pubblicità anche per loro. Quanto a Cohen, beh, mi sembrava più comico da tempi televisivi, e a quel che leggo non ho fatto male a non andarlo a vedere al cine. Molto probabile che sullo sketch secco, o su una serie di pochi sketch, sia molto meglio, anche più "cattivo" che non in un film di questo genere. Grazie per la bella lettura.

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