A King in New York (1957; Un Re a New York)
Probabilmente è il film più polemico e satirico di Chaplin e questa crudezza è ingrandita dalla frettolosa realizzazione, dalla scarsa qualità fotografica, dalla ambientazione poco credibile di una New York scelta come città simbolo degli USA, per lo sfrenato consumismo, le strade affollate da pedoni e automobili, il ritmo frenetico, l’aggressione visiva del mondo pubblicitario, che si impone sempre di più tra slogan e marchi ripetitivi, il denaro utilizzato per creare dei mostri nati sotto il bisturi del chirurgo plastico, l’ossessione puerile per un certo modo di rappresentazione cinematografica, ma soprattutto la battaglia personale di Chaplin contro il maccartismo in tutte le sue forme più virulente, che portano all’infamia delle persone.
C’è dunque un grosso calderone magmatico in ebollizione caricato anche di elementi autobiografici: un umorismo che affonda i denti contro le contraddizioni di una società in crisi.
Non più la “terra delle libertà”, che offre protezione a tutti gli immigranti: possiamo così vedere una profonda ironia, osservando re Shahdov che parla degli USA con enorme trasporto emotivo, mentre vengono prese le sue impronte digitali con suo mal celato sgomento.
Un Paese che se da una parte ha donato fama e ricchezza allo stesso Chaplin, dall’altra lo ha accusato di attività sovversive, assolutamente estranee all’artista.
Forse il film va a cercare esclusivamente gli aspetti negativi della società in una sorta di invettiva che si focalizza dapprima sugli aspetti minori: i gusti per una certa cultura di massa priva di originalità e portatrice di appiattimento culturale (nel cinema il re non riesce a trovare posto a sedere a causa di un gruppo di ragazze in preda a crisi isteriche per un gruppo rock’n roll), che tende alla massificazione, arriva attraverso lo smascheramento della morale delle persone, che farebbero di tutto per il denaro, anche ridicolizzarsi per promuovere un prodotto commerciale.
L’incontro di re Shahdov con il bambino segna la svolta del film.
Il giovane si dimostra subito un precoce politico di estrazione marxista, che parla con grande foga delle proprie motivazioni e difende i suoi ideali di libertà osteggiati dal governo statunitense.
È sbagliato ritenere che nelle parole del bambino ci siano la voce e il pensiero di Chaplin, non è così. È una piccola critica anche all’altra parte della barricata, il bimbo non si mostra così aperto al dialogo: parla solo lui, alza la voce, aggredisce con la mimica re Shahdov e non ascolta che la sua stessa voce; il bambino è certamente precoce ma non va oltre l’essere un concentrato di slogan anarchici e marxisti.
Chaplin ha sempre dichiarato di non essere comunista ma individualista, un sognatore di libertà, una libertà che rappresenta violata nelle scene finali del film, dove il re incontra di nuovo il bambino che si lascia andare in un pianto liberatorio, poiché il suo animo pieno di ideali è stato ferocemente calpestato. È stato obbligato a fornire i nomi dei cospiratori con la promessa di riavere i suoi genitori scarcerati e scagionati.
Con quello sguardo che non riesce a trattenersi dal piangere, Chaplin fruga nella nostra vergogna: quel ragazzo così precoce poteva essere senza dubbio un pericolo per una società allarmata come quella americana in quegli anni, che si è dimenticata che ad ogni modo era solo un bambino che voleva una famiglia a cui subdolamente sono stati distrutti gli ideali.
Re Shahdov stesso viene accusato di filocomunismo a causa dei suoi rapporti di amicizia col bambino; questo aspetto della trama sembra dire che l’isteria del maccartismo è così folle da far ritenere che un monarca possa avere ideali marxisti.
In realtà il re arrivava nel continente con l’intenzione di portare piani per l’utilizzo dell’energia atomica non subordinato ad imprese guerrafondaie, ma per il bene della società.
Ma agli Stati Uniti non sembrano interessare i suoi piani, conta solo la popolarità del sovrano agli occhi della nazione televisiva, che pretende per lui una maschera diversa, un lifting che crea un mostro: il sogno americano in cambio della tua anima.
Regia: Charlie Chaplin
Soggetto: Charlie Chaplin
Sceneggiatura: Charlie Chaplin
Montaggio: John Seabourne
Interpreti principali: Charlie Chaplin
Musica originale: Charlie Chaplin
Scenografia: Allan Harris
Origine: Gran Bretagna
Durata: 109′
Commenti
Un Pieraccioni inedito
"dalla ambientazione poco credibile di una New York scelta come città simbolo degli USA,"
> Perché "poco credibile"?
"una maschera diversa, un lifting che crea un mostro: il sogno americano in cambio della tua anima".
> (clausola molto bella):
perchè il film è girato a londra e non aveva tutto quel budget che poteva permettersi prima, quindi la scenografia non è superba e non sembra affatto una ny caotica
Capito. Danke Ryo, bel lavoro.