Chaplin Charlie

Monsieur Verdoux

Autore: 
Chaplin Charlie

Monsieur Verdoux (1947; Monsieur Verdoux)

Chaplin considerava questa pellicola come la sua creazione più brillante. Fu girata tra notevoli difficoltà causate da un processo di paternità che aveva sicuramente depauperato la sua immagine e dalle illazioni (ancora modeste) sulle sue tendenze filocomuniste. Quello che Chaplin realizza diventa uno schiaffo non solo agli Stati Uniti, ma a tutta l’umanità: un manrovescio che risuona come monito a reagire. Monsieur Verdoux è un assassino, ma ci troviamo schierati dalla sua parte sino al processo: quell’uomo ha ucciso a sangue freddo le sue mogli e noi abbiamo fatto il tifo per lui tutto il tempo, sapendo che cosa aveva in mente e desiderando che riuscisse ad uccidere la moglie nella gita al lago. Perché?

Chaplin ha mostrato la realtà umana e le contraddizioni della società tutta. È stato accusato di aver fatto un’apologia del delitto, ma non è così: il messaggio è chiaro, il mostro è in mezzo a noi. Il singolo riesce a comprendere un gesto estremo, la folla no.

«Un omicidio fa un cattivo, milioni di omicidi fanno un eroe: i numeri santificano». Sono le parole di Verdoux, che accusa chi lo giudica un mostro, di guardare in senso favorevole alle guerre, alle stragi di milioni di innocenti.

Verdoux avrebbe dovuto fare il «fabbricante d’armi», per non finire alla ghigliottina, poiché è un ruolo che nella società è legittimato. L’autore si diverte a ridicolizzare la società a partire dalla sua istituzione pilastro ovvero la famiglia, messa alla berlina sin dalle prime immagini con il quadretto tutt’altro che idilliaco di casa Couvais, parenti di una delle vittime di Verdoux.

L’unico vero nido sincero è rappresentato dalla famiglia dello stesso Verdoux, anche se si regge sotto la menzogna di un uomo che possiamo intuire non aver trovato il coraggio di confessare alla moglie e al figlioletto la sua vera “occupazione” vivendo continuamente sul filo di una doppia e tripla identità sottolineata dalla battuta dello stesso Verdoux, che rimprovera il figlio di maltrattare il gatto denunciando il fatto che in lui ci sia un’insolita cattiveria: «violenza chiama violenza», dice.

Non è più solo l’ingenuo sadismo del figlio ad essere chiamato in causa ma è una accusa contro la società che produce gli assassini ma trova il coraggio di esaltare i genocidi e le armi di distruzione di massa.

Chaplin evita opportunamente di rappresentare il sacerdote come un corollario di ottusità, mostrandolo invece comprensivo, ma la posizione di  Verdoux è ormai circondata da un’aurea di superiorità intellettuale: quando il reverendo entra per la confessione, il condannato risponde «come posso aiutarla?».

 Il regista non santifica Verdoux, lo comprende, capisce a cosa può arrivare la disperazione di un uomo.

«Charlot si è rivestito del simulacro del suo contrario»[1]ovvero Verdoux  è in realtà l’esatta contrapposizione del vagabondo che la società ha reso un mostro.

Baffi e capelli sono cambiati (sono i veri baffi di Chaplin), la camminata è ordinaria ma permane qualche tizzone sopito nella gestualità, nei guizzi dello sguardo, nei sorrisi che rimandano al suo personaggio, al vagabondo, anche nel modo di prendersi cura della donna che davvero ama, che ricorda tanto Luci della città, e infine nella camminata finale di spalle c’è un lieve caracollare che Bazin sottolinea come la volontà di Charlot di andare sul patibolo deluso e nauseato dalla società.

Sarà Verdoux, infatti, a consegnarsi volontariamente nelle mani dei poliziotti.

Quello che vediamo è insomma un vagabondo imborghesito, che ha provato ma ha fallito nel tentativo di rientrare negli schemi di una società piena di contraddizioni, che rifiuta il diverso: ma in questo caso il diverso è nato come figlio di una società in sfacelo (crollo della borsa e conseguente licenziamento).

La grandezza di quest’opera è direttamente proporzionale allo scandalo suscitato nell’opinione pubblica: l’autore lancia il suo grido d’accusa alla società ed essa colpevolizzata attua un attacco mediatico nei confronti del regista. A finire sul patibolo dunque non è solo Verdoux o Charlot, ma lo stesso Chaplin che così esordiva alla conferenza stampa del 12 aprile del 1947 indetta dalla United Artist per parlare di Monsieur Verdoux:

 «Grazie, signore e signori della stampa. Non ho intenzione di farvi perdere tempo. Direi…che possiamo dare il via al massacro. Se ci sono domande che qualcuno vuole rivolgermi, eccomi qui, sparate a questa vecchia testa grigia»[2]

 

[1]ANDRE BAZIN, Che cosa è il cinema? Il film come opera d’arte e come mito nella riflessione di un maestro della critica, tr.it, Cernusco s/N (MI), Garzanti, 2000, 227

[2] CHARLIE CHAPLIN, Opinioni di un vagabondo Mezzo secolo di interviste, tr.it, a cura di Kevin J. Hayes, Roma, Minimum Fax, 2007, 158

Regia:  Charlie Chaplin
Soggetto: Orson Welles
Sceneggiatura: Charlie Chaplin
Direttore della fotografia: Totheroh
Montaggio: Willard Nico
Interpreti principali:   Charlie Chaplin
Musica originale: Charlie Chaplin
Scenografia: John Beckman
Costumi: Drew Tetrick
Origine: USA
Durata:.124'

 

ISBN/EAN: 
7321958376522

Commenti

Un lapo elkan nuovo stile

Sistemata locandina & integrato archivio.
E' un ryo in stato di grazia.

"«Un omicidio fa un cattivo, milioni di omicidi fanno un eroe: i numeri santificano». Sono le parole di Verdoux, che accusa chi lo giudica un mostro, di guardare in senso favorevole alle guerre, alle stragi di milioni di innocenti."

> Che stesse parlando di Hiroshima, Dresda e via dicendo?

"«Charlot si è rivestito del simulacro del suo contario»"

> ocio, "contrario"

"Quello che vediamo è insomma un vagabondo imborghesito, che ha provato ma ha fallito nel tentativo di rientrare negli schemi di una società piena di contraddizioni, che rifiuta il diverso: ma in questo caso il diverso è nato come figlio di una società in sfacelo (crollo della borsa e conseguente licenziamento)."

> Totalmente attuale. Certe dinamiche si stanno ripetendo...

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