Park Chan-Wook

Old boy

Autore: 
Park Chan-Wook

Dae-su è un uomo di mezza età. Alza un po’ troppo spesso il gomito, è il classico burlone che non sta mai zitto. D’altronde il suo nome significa “colui che si diverte e va d’accordo con tutti”. Almeno questo è quello che lui pensa. Improvvisamente si ritrova ad essere sequestrato e segregato tra quattro mura, unica compagnia la televisione. Chi, chi mai potrebbe avergli fatto uno scherzo del genere? E per quale motivo? Verrà mai liberato? Dae-su è confuso. La sua prigionia è resa ancor più spaventosa dall’assenza di una causa. Dalla televisione l’uomo apprende inoltre che qualcuno ha assassinato sua moglie e che il principale sospetto è proprio lui. Cinque. Dieci. Quindici. Gli anni passano. Ma proprio quando la sua disgraziata sorte sembra risultare definitiva Dae-su viene liberato. Ed insieme a lui una famelica sete di vendetta. Ma troppi sono gli interrogativi a cui Dae-su dovrà tentare di dare una risposta. A rischio della sua stessa vita.

Regia: Park Chan-Wook
Produzione: Sud Corea - Az./Thriller
Durata: 119′
Interpreti principali: Choi Min-Sik, Yoo Ji-Tae, Gang Hye-Jung, Chi Dae-Han, Oh Dal-Su, Lee Seung-Shin, Oh Gwang-Rok, Lee Dae-Yun
Sceneggiatura: Hwang Jo-Yun - Lim Joon-Hyung - Park Chan-Wook
Fotografia: Chung-Hoo
Scenografia: Oo Seong-Hee
Montaggio: Kim Sang-Bum
Costumi: Ho Sang-Kyung
Effetti Speciali: Ee Jung-Soo
Musiche: Cho Young-Wuk - Shim Hyun-Jung - Lee Je-Soo

Oldboy è il secondo capitolo della Trilogia della Vendetta di Chan-wook Park, punta di diamante della rinascita del cinema coreano. “L’idea della trilogia è nata per caso”, commenta il regista, “Dopo Sympathy for Mr. Vengeance (Mr. Vendetta) non avevo idea che avrei continuato a sviluppare la tesi del primo film. Diciamo quindi che Oldboy rappresenta l’antitesi di Sympathy…”. Pur riprendendo il tema della vendetta, Oldboy è un passo in avanti per il regista. Diverso dal suo predecessore per tesi – appunto – e stile – e budget, direi! Sympathy… era crudo, scabroso, la regia volutamente essenziale e grande fotografia minimalista. La vendetta si mostrava nella sua accezione più nobile, provocata da un amore fraterno leso, la rabbia era ben presente dietro il mutismo del protagonista. In Oldboy la situazione è ben più articolata. Dae-su è mosso dalla sete di vendetta ma il suo è un bisogno molto più profondo, che scivola oltre l’epidermide. Dae-su sa bene che uccidendo il suo antagonista perderebbe la più grande opportunità di soluzione: la conoscenza.  

Uno dei temi centrali del film – e solo uno dei numerosi giochi di contrapposizione della storia; la calma e la tempesta, la violenza e la poesia, l’azione ed il thriller – è il continuo scontro tra violenza (fisicità) e dialettica (conoscenza). Ferisce di più la lingua, quindi. In ogni caso le scene di violenza (mai gratuita) fanno risaltare i momenti di turbante pacatezza. Dopotutto è stata la lingua di Dae-su a metterlo nei guai. E proprio le parole saranno la sua rovina: nell’ultima scena del film sarà proprio la confessione del suo antagonista ad annientare il nostro eroe, a ridurlo in uno schiavo, nell’ombra del duro vendicatore che era fino a pochi minuti prima. Merito della parola.

 E’ a questo punto che la finzione è palese. Quando la parola assume il potere che spetterebbe alla violenza, il potere di tirare i fili della vita di un uomo e di deciderne il destino, è allora cade ogni dualismo, mente-corpo, violenza-conoscenza, pietà-vendetta.

 Ma forse non è tutto perduto. Si può tornare indietro. Sì, se non con il corpo almeno con la mente. Ma ormai è chiaro che quest’ultima può anche dove il corpo deve fermarsi. Si rivelerà prezioso l’aiuto dell’ipnosi, per espiare (dimenticare) colpe e peccati e tornare alla vita.  

Tecnicamente il film non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni americane. E forse questo è un punto a svantaggio del film. Fotografia e montaggio si avvalgono di un gran uso dei colori, della brillantezza e della luce, probabilmente prendendo ad esempio il cinema indipendente americano (Jarmusch, Payne e persino Cronenberg). Il risultato è altalenante ma ci regala indubbiamente almeno un paio di scene indimenticabili: Dae-su che divora una seppia intera ancora viva e combattiva, sotto gli occhi stupiti e inteneriti di Miko – anche se in Corea mangiare molluschi ancora vivi è un’usanza abbastanza comune e per niente scandalosa -, e la scena di lotta nel corridoio, Dae-su contro decine di sgherri nemici. Complice anche una colonna sonora ruffiana e d’effetto – il tema principale, l’ultimo walzer, è commovente nella sua semplicità.

Possibili punti di riferimento? Ran di Kurosawa, Tokyo Fist di Shinya Tsukamoto, diversi b-movie di arti marziali, sicuramente molto cinema americano anni ’90. Ma l’idea di fondo è tratta da un manga di Tsushiya Garon e Minegishi Nobuaki.

-Curiosità- Min-sik Choi (Oh Dae-su), attore feticcio della trilogia di Chan-wook – presente anche nel successivo Lady Vendetta – interpreta un ruolo sopra le righe ed è ben diretto. Frequenti i momenti di improvvisazione, per esempio durante la scena iniziale del film, Dae-su ubriaco alla stazione di polizia che gioca con le ali di carta, regalo per la figlia, mentre canta una canzonetta tratta da un cartone animato giapponese.

Oldboy ci propone un mondo senza umanità, dove la crudeltà sembra essere l’unica moneta corrente. Film pessimista e morboso, rivestito da una confezione luccicante, ferisce ma non brucia. Lascia piuttosto un senso d’amarezza celestiale. Non è Kagemusha Cyclo ma merita di essere visto per il senso di solitudine che si insinuerà nello spettatore. E non è necessariamente un male.

PARK CHAN-WOOK in LANKELOT:

ISBN/EAN: 
8029893063086

Commenti

La recensione di Monnalisa è molto approfondita e racconta la storia molto bene. Ho quindi tralasciato lo svolgimento della trama - che propone vari colpi di scena.

Gianfranco, ho rinunciato ad inserire immagini. Magari mi dai una mano tu.

Problema con il layout del testo!

done!

Trilogia sopravvalutata quella di Chan-wook Park. Old boy, dei tre, è il più interessante. Comunque, niente a che vedere col connazionale Wong Kar-wai, il cui cinema è veramente di classe superiore.

C'è un passo che non mi è chiaro, Paolo:

"E? a questo punto che la finzione è palese. Quando la parola assume il potere che spetterebbe alla violenza, il potere di tirare i fili della vita di un uomo e di deciderne il destino, è allora cade ogni dualismo, mente-corpo, violenza-conoscenza, pietà-vendetta".

Perchè ritieni che la finzione sarebbe palese più che in altri punti del film? Nel senso che questo è uno dei classici film in cui la finzione, a mio modo di vedere, è palese lungo tutto l'arco della pellicola, più o meno in egual misura.

"Tokyo Fist" di Shinya Tsukamoto > è un film che non conoscevo nemmeno di nome, Paolo. Da annotare tra le opere da esaminare nei mesi a venire;).

Tsukamoto? Guarda "Tetsuo", prima. é il suo allucinato manifesto cinematografico. Ho amici suoi fan, lo trovano sempre il suo miglior film. La sua ultima pellicola è stata presentata al festival del cinema di Roma appena concluso, "Nightmare detective".

"Oldboy ci propone un mondo senza umanità, dove la crudeltà sembra essere l?unica moneta corrente. Film pessimista e morboso, rivestito da una confezione luccicante, ferisce ma non brucia. Lascia piuttosto un senso d?amarezza celestiale" > questa è in sostanza una buona quarta di copertina;).

"La sua prigionia è resa ancor più spaventosa dall?assenza di una causa. Dalla televisione l?uomo apprende inoltre che qualcuno ha assassinato sua moglie e che il principale sospetto è proprio lui. Cinque. Dieci. Quindici. Gli anni passano. Ma proprio quando la sua disgraziata sorte sembra risultare definitiva Dae-su viene liberato. Ed insieme a lui una famelica sete di vendetta. Ma troppi sono gli interrogativi a cui Dae-su dovrà tentare di dare una risposta. A rischio della sua stessa vita." + ma con una fabula del genere mi sembra di già sfiancato qualsiasi pregiudizio sul genere o sulla crudezza anticipata. Una densità emozionale annunciata che varrebbe autonomamente grande comunicazione. Ce ne fosse di tale vitalità verace nel cinema italiano. Se n'è mai vista da noi?

Ciao a tutti! Son stato fuori città, rispondo in ritardo.

"Tetsuo - Iron man" di Tsukamoto ha fatto impazzire David Cronenberg ed è chiaro perchè. Fusione a caldo tra uomo e macchina, nuovi organi d'acciaio e via dicendo. Davvero bello.

Léon, pensavo che quel punto fosse importante innanzitutto perchè lo vedo come il realizzarsi di una splendida utopia. Il mondo che ci circonda ci sommerge di informazioni - pressochè inutili ed insulse -, quindi riesco ancora ad emozionarmi quando vedo che, almeno a livello teorico, le parole riescono a colpire duro. Sono d'accordo con te nel dire che il film si basa su una finzione limpida e palese. Tuttavia lo scontro finale - uno scontro dialettico più che fisico - è l'apice della tesi del regista. Dae-su è inerme, sfinito, la caduta dell'eroe ci ricorda che su celluloide tutto è possibile.

Chiarissimo, Paolo. Grazie della spiegazione. Giusto, sulla celluloide tutto è veramente possibile. E meno male!

Meno male sì! ;-)

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