Volti che si spaccano e si stempiano dal dolore. Un dolore poco visibile, interno, che si risolve lentamente in una guerra e in una tregua di sentimenti, odio e amore. Volti sfiniti che reclamano affetto e nuove cose: una dimensione che la dimensione borghese impedisce e sfinisce. Volti che si staccano dalla loro realtà psico-sociale per significare nuove cose e farsi peso di tutta una generazione di vinti e di sconfitti, ormai all’ultima spiaggia, il loro ultimo crocevia: quello dove se passi, hai vinto, e se non passi, hai finito. Volti di una generazione che ha capito troppo tardi che quello che conta è fatto anche di nostalgia: quando ancora non si aveva quel fascino discreto della borghesia. Volti che declamano il nulla e il rumore per poi accorgersi che i silenzi sono più eloquenti delle parole. Volti che cercano gli altri e se stessi sotto una nuova luce che possa redimerli dagli errori e dai rimpianti. Volti che dicono addio a se stessi perché non sanno ancora cosa è l’amore.
Maria e Richard sono al capolinea del loro matrimonio. Stanchi e dissoluti da una routine che non accenna a cambiamenti, si rifugiano nell’adulterio senza convinzione. Lui si lascerà ipnotizzare dalle grazie di una prostituta d’alto bordo, lei da un giovane ventitreenne che passa le serate a sedurre donne più grandi nei night di Los Angeles. Nessuno dei due troverà quello che cerca: Maria, il mattino dopo aver fatto l’amore con Chet, tenterà invano il suicidio, Richard lascerà Jeannie per tornare dalla moglie.
Girato macchina a mano nel 1964 in 16mm, fu montato in tre anni e vide la luce solo nel 1968. L’odissea di questo film ci narra di una prima versione di quattro ore, tuttora introvabile, e di un tour de force produttivo che obbligò gli attori e i tecnici a lavorare praticamente gratis.
Con pochi soldi John Cassavetes compie comunque il miracolo: la macchina a mano e i teleobiettivi sparati senza pudore sulle facce dei protagonisti conferiscono all’opera un’autorialità senza compromessi, un linguaggio puro e indipendente che trae vita dall’underground americano per innalzarsi alle vette più alte del cinema inteso in senso lato.
La sperimentazione – l’illuminazione sporca e sovraesposta, la quasi totale assenza di musica extradiegetica, il montaggio frenetico e schizofrenico, la recitazione ai limiti dell’improvvisazione – si risolve in un linguaggio nuovo e indipendente capace di veicolare emozioni senza attingere alle maniere convenzionali del cinema hollywoodiano.
John Cassavetes si dimostra qui, e non solo qui, un autore che non teme lo scontro frontale con il sistema americano: non ha paura di rovesciare i codici della mise en scène, affermando il teleobiettivo come cifra stilistica capace di indagare i recessi dell’animo umano. Dimostra quanto il dogma danese sia inutile e poco originale, perché trent’anni prima già ne aveva coniato stilemi e regole. Dimostra che il linguaggio e la ricerca e la sperimentazione non sono mai fini a se stessi, quando sono abili a trasmettere senza false e pleonastiche appendici il sentimento di tutta una generazione.
I suoi attori – Gena Rowlands e John Marley su tutti, checché ne dicano le nomination agli oscar di Lynn Carlin e Seymour Cassel – sono attori veri, quelli che vivono sulla soglia tra teatro e cinema come scelta di vita e artistica, quelli che rappresentano il dolore e l’esistenzialismo senza scegliere il significante come mezzo di comunicazione. Quelli che riescono ad amare e a non amare senza essere banali.
Commenti
Il vero cinema indipendente!
(da sposare con: rock e letteratura indipendente. E quanto prima. E come dio comanda. Ripeto la data prima: 12 novembre 2006, Circolo degli Artisti, Roma, ore 21 circa.
"Girato macchina a mano nel 1964 in 16mm, fu montato in tre anni e vide la luce solo nel 1968. L?odissea di questo film ci narra di una prima versione di quattro ore, tuttora introvabile, e di un tour de force produttivo che obbligò gli attori e i tecnici a lavorare praticamente gratis." > ecco, e quanto vorrei che tu adesso ci spiegassi cosa significa un montaggio di tre anni e la nascita di una versione di 4 ore...
"John Cassavetes si dimostra qui, e non solo qui, un autore che non teme lo scontro frontale con il sistema americano: non ha paura di rovesciare i codici della mise en scène, affermando il teleobiettivo come cifra stilistica capace di indagare i recessi dell?animo umano. Dimostra quanto il dogma danese sia inutile e poco originale, perché trent?anni prima già ne aveva coniato stilemi e regole." > parlacene ancora. Ti prego.
Tu DEVI.
Tanto di cappello alla recensione! Aggiungerei solo, con tono faceto: quanto è gnocca la Rowlands!
Ti prego, dimmi che scriverai anche di "A woman under the influence", il mio film preferito!!!
Caro Paolo, ti deluderò, ma il film non l'ho visto. Comunque appena lo vedo, provvederò...saluti:)
Daje Degra, Daje. Daje.
Comm.3 e 4: l'indipendenza nasce anche dal fatto che Cassavetes se ne sbatteva dei tempi standard che di solito assegnavano, e assegnano tuttora, le produzioni hollywoodiane e in generale le produzioni di ogni paese. Si arrogava semplicemente un diritto che dovrebbe appartenere di natura ad ogni artista: la libertà e l'autonomia intellettuale. E per questo spesso si autoproduceva le sue opere.
E per questo mi viene da ridere quando mi parlano della sperimentazione del dogma, che grazie a dio ha chiuso i battenti.
Quella danese era sperimentazione a tavolino, che già sapeva in anticipo di ricevere consensi, applausi e strette di mano. Quella del regista americano, a parer mio, è sperimentazione al buio, a scatola chiusa, che poteva risolversi in un buco nell'acqua. Ma i posteri legittimano la verità: e almeno noi, noi pochi, sappiamo davvero chi è e sappiamo riconoscerlo come uno di noi. Uno splendido indipendente.
E dai, ancora Degra, ancora. Daje.
Fare un film di 4 ore ed essere convinto di distribuirlo significa credere all'utopia e a un cinema diverso, fuori da ogni logica commerciale ed estraneo a quel pubblico che dopo due ore ha bisogno di coca cola e pop corn e di intervallo tra primo e secondo tempo. Cassavetes, frater, era davvero uno di noi, parlare di lui mi commuove perchè mi viene in mente Welles, e sai quanto Orson è vita per me, e la sofferenza che hanno passato per portare in porto progetti e opere, che spesso, alla fine, risultavano tronche e manomesse. Sarebbero stati validi alleati per una restaurazione culturale, per quella rivoluzione culturale che tu auspichi da tempo. Un abbraccio, frater.